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Ennio AbateUnio. Psicoscrittoio (1- 6)

Da Ennioabate
1980 ca. PASSANTE anni 80Pubblico i primi capitoletti di un lavoro finora tenuto nel cassetto. La materia base è quella limacciosa e disordinata dei sogni registrati in vari quaderni durante alcuni anni di analisi con P.A. nei primi anni Novanta. Nella scrittura o riscrittura d’oggi vorrei rielaborarla senza più preoccupazioni psicanalitiche o d’altro tipo (compresa quella letteraria che distingue tra poesia e prosa). Non ho chiaro – almeno per ora – dove questa ricerca - esodante appunto! – vada a parare. La pubblicazione a puntate su questo blog ha lo scopo di saggiare e magari d’incorporare nella ricerca stessa le eventuali reazioni dei lettori. [E.A.]

1.
Noi, amici miei, osserviamo dall’alto di un ponte lo scorrere delle disgrazie altrui. Guardare ci preserva – fino a quando? – dal provarle. Se fossimo appena più vicini a una di esse, smetteremmo di osservare. Giocoforza ci toccherebbe agire. Magari impauriti, vedremmo quelli sudare, altri bestemmiare, altri ancora piangere, urlare, vomitare. Ecco una jeep sbanda, rompe la staccionata e precipita nell’acqua. Sprofonda. Ora riemerge ed è trascinata al largo da una corrente impetuosa.
Noi gridiamo il nostro orrore per la sorte di quelli che vi sono intrappolati dentro. Forse ne abbiamo intravisto di sfuggita i volti poco fa, mentre il mezzo ci passava accanto. Qualcuno ha colto persino il sorriso di una donna. Ma che succede? A sorpresa la jeep s’arresta su uno spuntone di roccia, rovesciata, le ruote in su. All’interno qualcuno si muove. Esce un giovane. Non può essere che bello e robusto. Si muove tranquillo, come si fosse appena svegliato da un lungo sonno. Sembra ignaro di quanto è capitato, dei rischi che ha corso. Non aspetta neppure i soccorritori che già si stanno dirigendo verso di lui. Guardate. Si tuffa e nuota verso la sponda, mentre gli abitanti delle case prossime al fiume si affacciano incuriositi alle finestre. Distraiamoci un attimo. Nel cortile di una delle case che bella festa si svolge. Sarà per quel giovane che l’hanno preparata? E sui, al centro del cortile, troviamo Unio. Chi è? Ce ne vorrà per capirlo. Cominciate a studiarvelo. Vedete che proprio adesso, imitando divertito la posa di un lanciatore di peso, sta per scagliare in aria una statuetta di donna. Gliel’hanno regalata? Forse se l’era costruita lui stesso, amandola troppo? Era il suo idolo? La butterà via davvero? E proprio nel fiume, da cui è uscito a nuoto quel giovane?
2.
Siamo ora in un camerone disadorno. Ci sono pochi mobili e di poco valore, libri, abiti, scatoloni di cartone disposti alla rinfusa. Qui tutto sembra provvisorio e in disordine come dopo un frettoloso sgombero. Ma allora perché Unio se ne sta a guardare la televisione, mostrandosi tranquillo? Qualcuno dovrebbe ricordargli che lì ci sono i muri da imbiancare, i mobili da sistemare, gli oggetti da collocare. Qualcuno dovrebbe spegnergli il televisore, scuoterlo dall’apatia. Che non è calma. E ricordargli che quella non è una casa, ma una tana, dove, animale ferito, si è rifugiato. Come fa ad illudersi, a comportarsi come fosse già sfuggito alla caccia feroce della vita?

3.
Unio ha lasciato il camerone disadorno. Va in mezzo a una folla. Si confonde in essa e non lo vediamo più. Possiamo guardarci la folla però. Non è quella delle grandi città. Non brulica in un’ampia piazza. Scorre lenta, oscillante, lungo vicoli stretti. È una folla non più esistente. Di morti dunque. Cammina in una città meridionale. È quella dell’infanzia di Unio. Ve lo diciamo noi narratori che Unio sappiamo chi è. E vi preghiamo di non obiettare e interrompere per ora il racconto. È gente malvestita, come se ne trova pure oggi in tutti i paesi devastati dalle guerre. Qua e là vedete i segni lasciati dai bombardamenti: muri diroccati, interni di appartamenti squarciati e anneriti dal fumo. La folla, sì, è come in un film in bianco e nero. Si accalca, fa compere in negozietti alla buona, con ingressi così stretti che i corpulenti faticano a entrare. E, se piove – ma in questo momento non piove – è un parapiglia di ombrelli che si chiudono, s’aprono, s’inclinano, si scontrano o incastrano. Noi la vediamo dall’alto. Ci piace dire: come in un presepe. In un angolo un suonatore di flauto chiede l’elemosina, ma ha uno sguardo cattivo e testardo. Non vuole spartire il posto con altri. Teme chi potrebbe fargli concorrenza. E allontana con insulti due zampognari, i quali avanzavano fra la folla suonando e forse non volevano neppure fermarsi lì. Ora che è rimasto unico padrone del campo il flautista si rilassa e riprende a suonare. La folla sembra respirare per la sua musica e questa modularsi sul ritmo lento della folla. Ma a lui la cattiveria resta dentro lo stesso.

4.
Se Unio non sta più in una casa (perché ne è fuggito o è stato scacciato? Questo è problema da trattare a suo tempo…), ma in un camerone da sfrattati, come può ancora pretendere che una donna vada a dormire con lui? Noi vediamo che il suo camerone (il cuore, dicevano una volta) è disadorno, freddo e inabitabile, senza acqua, luce e gas. E poi – ci vuole poco a capirlo – è insicuro. Sentite anche voi che sibili preoccupanti provengono dalle condutture ancora scoperte e qua e là malamente cementate. Potrebbero di botto sprizzare dell’acqua da un tubo. O addirittura del gas. Quanti guai. Come succede a chi cade d’improvviso sui sentieri, le strade o le autostrade della vita, le complicazioni s’accavallano una all’altra e fiaccano la resistenza di chi dovrebbe sopportarle. Con animo indomito secondo gli idealisti. Unio poi pare non si sia ancora accorto che il muro di una parete – quella che separa il suo camerone da uno accanto del tutto simile, abitato da un ignoto vicino, anche lui disperato e alle prese con problemi simili ai suoi – sta cedendo e pare accartocciarsi in basso a causa dei lavori che un idraulico e un muratore vi stanno facendo. Glielo diciamo. Unio vorrebbe subito bussare ala porta del vicino e dirgli che quei lavori stanno danneggiando la parete divisoria con danno reciproco. Ma il suo vicino è assillato in continuazione da visite di parenti che discutono con lui e gli danno consigli gridandoglieli ad alta voce. Così Unio, sentendo tutto, capisce che l’altro sta ancora peggio di lui. E non se la sente per il momento di andare a protestare o semplicemente a parlare.

5.
E poi, sì, anche Unio è assediato. Non può fidarsi più della donna che fino a ieri l’altro era sua moglie. Né dei figli, che pur tentano di mostrarsi neutrali. Sì, hanno aiutato Unio a portare le sue poche cose nel camerone. Ma Unio teme che anch’essi, come la loro madre, avevano voluto liberarsi di lui. Perché i padri, si sa, sono un ostacolo alla libertà. E adesso, pur mentre l’aiutano, egli sospetta che stiano rovistando nei suoi cassetti, dove ha sistemato gli indumenti di una donna che, malgrado lo stato penoso del camerone, ha accettato di dormire di tanto in tanto con lui. Sappiamo che quella di Unio non è una casa. È a pianoterra. Ha una finestra su una stradina di passaggio. E tutti, o almeno i più curiosi, possono gettarci un’occhiata dentro e magari anche entrarci da quella finestra in un suo momento di assenza o di distrazione. Unio non è padrone in casa sua. Come disse Quello. In questo momento, infatti, vediamo che si presentano davanti a Unio degli estranei. Uno è un muratore. L’altro è un idraulico. Gli stessi che stanno sistemando il camerone del suo disgraziato vicino. Gli chiedono, senza preamboli anzi con arroganza, se ha bisogno anche lui di riparare «la casa». La chiamano così. E ci sarebbe già da insospettirsi. Come hanno saputo così tempestivamente del suo arrivo lì? Unio pensa subito che il muratore sia un pregiudicato. E l’altro, l’idraulico, mentre finge di esaminare le tubature scoperte o sposta il telone di plastica che sostituisce le imposte mancanti della finestra, vuole dargli ad intendere che «la casa» non potrà mai davvero essere riparata. Forse vuole alzare il prezzo profittando della sua difficile situazione. Forse vuole soltanto umiliarlo e godere della sua disperazione. Allora Unio accetta la sfida. Va in mezzo al cortile. Sente addosso lo sguardo dei due e quelli solo in apparenza curiosi  ma in fondo indifferenti di quanti da tempo abitano lì. Sono quasi tutti vecchi. Lo stanno osservano. Come inebetiti. Alcuni nascosti dietro le finestre dei loro appartamenti ben riscaldati e arredati. Forse scommettono in cuor loro: se la caverà o non ce la farà. Unio per loro è solo un intruso. Sanno cose vaghe su di lui. Se le sussurrano di nascosto e a bassa voce. Allora Unio va proprio al centro del cortile. E si mette a gridare:«Sì, sì, mi chiamano Unio… e lo sono davvero».


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