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Ennio AbateUnio. Psicoscrittoio (26 – 33)

Da Ennioabate

1980 ca. PASSANTE anni 80
26. Unio è tornato nella città da cui andò via da giovane. Sale la vecchia scalinata tante volte percorsa: quella dietro al Duomo. È piena di luce mediterranea e tra due muri altissimi e bianchi. Vede quello che vorrebbe vedere: due donne giovani. Una sembra la sua prima fidanzata. Tutta una storia d’incertezze giovanili. L’altra è l’amica di scuola e di palazzo di lei. L’accompagna per un tratto di strada e agevola così i loro incontri furtivi. Sempre. Mai ringraziata. Mai un colloquio con lei. Un’ombra silenziosa.  Invece non sono loro. Non ricompaiono più le figure che tanto lo emozionarono in anni e luoghi precisi. Quel tempo è finito. Altre figure poi. Altri amici, altre donne, altri luoghi, altri tempi si sono sovrapposti a quelli. Oscurandoli. Avanza. Spunta nella piazzetta del seminario. Là in quel luogo di ragazzi poveri, che spesso ci finivano dalle campagne per studiare, s’era fatto – se lo dice adesso – imprigionare anche lui. Per una settimana. Altro pezzo della sua storia anche questo. Altri desideri e incertezze di ragazzo. La chiesetta sull’angolo, quella che ha due scheletri scolpiti ai lati del portone è come rifatta. È di mattoni rossi adesso. Come i muri di certe fabbriche che si vedono solo al Nord. Avanza. Avanza nel cimitero dei suoi ricordi. Ora gira a destra. Lì c’è il negozietto da fruttivendola di Maria Salvato. È una popolana, amica di sua madre. Una zitella. Spesso viene a casa. Per fumare – in questa città, in questo tempo, è una delle poche donne che fumano – e confidarsi o consigliarsi con sua madre. Come deve comportarsi con l’uomo anziano che, dice, vuole proprio sposarla? È seduta fra le sue cassette di frutta e verdura. Occupano irregolarmente (ma non importa) anche il già stretto marciapiede. D’inverno e d’estate sta in quel suo spazio minimo. Nemmeno un metro quadro di profondità forse. Un vero loculo. Sul quale poi, smesse le vendite della giornata, sistemate le cassette impilate, tira giù la saracinesca,  chiudendola in basso col lucchetto. È magrissima come molti nel dopoguerra, gli occhi socchiusi, come assopita. D’improvviso Unio s’accorge che il negozietto, come la chiesetta – quanti diminuitivi! -, è cambiato. È più ampio. E Maria non è più fruttivendola. Pare venda cibi cotti adesso. Da un pentolone tira fuori  un brodo con un mestolo e glielo offre. Unio non si fida. Maria è povera e non si cura dell’igiene. Unio ha imparato da sua madre, che pure aiuta Maria e si mostra gentile con i poveri che incontra, a diffidarne un po’. In più non solo sospetta di lei, ma sente d’essere diventato quasi rapace e calcolatore nei suoi confronti. Maria, nel suo negozio rinnovato e ampliato, ha una cristalliera. E Unio dà un’occhiata sui suoi ripiani. Come per cercarvi qualcosa, pronto a rubarla, se ci fosse. Ora si sente superiore e più ostile a lei. Non è più il ragazzino pieno di stupori che s’incantava a guardare la frutta nelle cassette e ringraziava per qualche ciliegia o albicocca che lei gli donava. Né teme più le spiate che Maria può fare ai genitori. Perché il suo negozietto sta proprio lì di fronte al portone da dove esce la fidanzata di Unio e  Maria sorniona lo vedeva aspettare nella piazzetta. Ora Unio le tace pure la sua sofferenza. Non si confida con lei. Non le dice di essere stato abbandonato dalla moglie.  Sorvola con la scusa che non capirebbe. Che è una donna d’altri tempi. In realtà non vuole farle capire che ora si sente più in basso e più disperato di lei, di Maria. La zitella a caccia di una qualche sistemazione affettiva adesso è proprio lui. E, pur di nascondere il proprio disagio, finge d’interessarsi della vita di lei. Andava ancora a messa tutte le domeniche? Doveva avere -  così gli pare – un figlio, no? Come stava? E Maria si vendica. Gli costruisce una storia che Unio nemmeno se l’aspetta. Suo figlio, gli dice guardandolo negli occhi, era andato in un paese straniero. In Israele. S’era sposato e aveva ben cinque figlie femmine. Ed è – così gli dice – odiato in patria. Come mai? Perché è un violento, uno dei più accessi estremisti, uno del Likud. Unio è sconcertato. Quella che gli sta parlando – la figura da lui evocata – è Maria? Quel discorso non avrebbe potuto farlo sua madre su di lui, se la sua mente in vecchiaia, alcuni anni (quanti?) prima di morire, non si fosse annebbiata?  I conti tornano. Unio non se n’è forse andato lontano? Non è diventato straniero per quelle donne rimaste a SA? E non è stato in uno dei gruppi politici estremisti? Per sua madre e Maria, cresciute sotto il fascismo, valevano poco le distinzioni più fini. Chiunque abbandonava il loro mondo popolare e cattolico era un violento, un fascista. A SA, in quella città del Sud, lo erano stati fascisti e in tanti, eccome. Quante caserme dell’esercito, della finanza, della polizia ci sono e spesso dirimpetto o accanto alle chiese? Quanti militari impettiti e alteri vanno in giro per le strade? Detto, fatto: Unio, sempre a passeggio per SA, vede un tizio in abiti militari. Guida un’auto degli anni ’50. È assieme a una donna. S’indispettisce per il gesto d’impazienza di un passante e non esita a scagliare la sua auto verso la folla sul marciapiedi. Pur di investire quel passante da cui s’è sentito offeso. Stop. Ora lo vediamo che estrae un coltello. Lo agita furioso in aria fuori dal finestrino. Parapiglia. La folla inviperita e minacciosa blocca l’auto, tira fuori il tizio e gli mette un cappio al collo. Lui furente si agita ancora. Un vecchietto (forse il passante che aveva fatto il gesto di stizza) ora vuole vendicarsi. Cercano di trattenerlo. Interviene un vigile.

27. Unio è cresciuto qui. In mezzo alla povertà di tante Marie. (Quante donne hanno il nome della madonna!). E alla tracotanza di militari, avvocati, preti e professori. Dapprima la scambia per forza. Ma poi ci vede più chiaro: sono frutti caduti dall’albero e avviati a marcire. I maschi hanno ereditato tutti modi bruschi e aggressivi. Bestemmiano spesso. Dicono parole dure, cattive, esplosive. Usano un tono sarcastico, cinico e aggressivo. Specie quando si rivolgono a donne e bambini. Sorseggiano il fiele rancoroso della sconfitta fascista. Si adattano ai nuovi dominatori del momento, i democristiani. Unio assorbe l’ambigua complicità della madre con le povere Marie cattoliche e popolari. Ma, a volte, parlando con gli amici di questioni che non afferra bene e trovando chi gli s’oppone, anche la sua voce diventa quella «da stivali militari» di suo padre o dei professori più temuti e sbrigativi. Il suo corpo è però rimasto gracile (capitoletto 9). La voce che si fa imprestare da quelli suona perciò ridicola e sproporzionata. “Orlandino furioso” dice suo padre. Che, da militare, durante la guerra aveva visto in azione i veri Orlando furiosi, ma mai ne aveva voluto parlare.

28. Unio sta in compagnia di giovinastri. Sghignazzano. Si picchiano in testa con lunghi bastoni. Forse delle stecche di biliardo. Pare un gioco. Non si sa chi ha cominciato. Unio partecipa al rito violento. Si sente del gruppo. Sopporta le bastonate. Qualcuna ne dà. Nessuno sembra farsi male. Ma il più debole c’è. Viene inseguito e le becca ora dagli altri coalizzatisi contro di lui. Un gioco simile si ripete anche all’uscita dal ginnasio. Si usano le cartelle per colpire gli avversari. Come i poliziotti usano i manganelli. E anche in quest’occasione viene fuori il più impacciato che ne prende di più. Che poi – Unio lo saprà molto più tardi – s’era arruolato nella polizia, ma dopo un po’ di tempo s’era suicidato.

29. Unio si muove in un ambiente di cui non conosce le regole, segrete e poco comprensibili dai nuovi arrivati come lui. Che conosce e rispetta le regole che gli hanno insegnato a casa, a scuola, in parrocchia. Ma, se esce da quei luoghi familiari e protetti, è spiazzato e paralizzato. Lo vedete all’edicola di una stazione. Sta per comprare un giornale. Nel portamonete ha molti spiccioli. Li conta pignolo. Vorrebbe disfarsene. Ma le edicolanti – due donne – fingono meraviglia. Come ha fatto a procurarsi tutte quelle monetine? Non sa che, per averne tante e poterle spendere, si deve prima pagare una tangente alla Camorra? Unio per loro è un irregolare. Lo respingono. Si rifiutano di vendergli il giornale. E a rafforzare la loro azione ti spunta un cameriere. Che si mette a spazzare a terra con una scopa e guarda Unio. Sì, proprio lui. Ed avanza con aria minacciosa e di scherno. Pare dica: Ti spazzo via da questo mondo. Tu non sei dei nostri.

30. Unio entra ancora una volta (col desiderio) nella casa dove aveva vissuto la sua vita matrimoniale con R. L’appartamento ora è arredato diversamente. Le pareti, invece di essere imbiancate e con qualche quadro appeso, sono ricoperte centimetro per centimetro di frutta fresca. C’è n’è una grande varietà. Pere, mele, uva sono disposte in bell’ordine e con gusto pittorico. Sì, è un arredo stravagante. Unio però non se ne scandalizza. Né s’arrabbia. Quella casa non è più sua. A questo s’è rassegnato. È delle due donne. Forse le stesse che, da edicolanti, gli avevano rifiutato il giornale (capitoletto 29)? Unio, malgrado la sofferenza per l’abbandono di R, si racconta che le donne hanno davvero gusti stravaganti. E cerca persino una ragione per l’insolito arredamento. Le donne, ipotizza, sono più brave degli uomini a fare le marmellate. E, dunque, tutta quella frutta non va affatto persa o sprecata. Che un mondo di sole donne sia un mondo di frutta e di marmellate? L’idea lo fa sorridere. Certo, sarebbe un mondo che contrasta con quello tetro e sospettoso da cui lui sente di venire. Anzi in cui anche ora, d’un tratto, scomparsa la casa femminile di frutta, si ritrova. E’ in una stanza buia. Sta per coricarsi. Vede passare due figure. Maschili adesso. Una è di un vecchio. L’altra di un giovane nero. Nel vecchio riconosce suo suocero, morto da anni.

31. Narrare è come cagare in pubblico? L’analogia non è elegante. Ma a Unio viene in mente lo stesso. La spinta a narrare e narrarsi ha per lui la forza di un processo materiale e corporeo. In verità esegue l’operazione con più disinvoltura che in passato. Non si nasconde, non s’apparta. E lo vediamo su un bel water piazzato proprio davanti all’ingresso principale del Corriere della sera a MI. Ma chi l’ascolta mentre caga/racconta? Un giullare, che egli paga per farsi ascoltare proprio come fa la gente quando va da uno psicanalista.

32. Un portinaio consegna a Unio una busta contenente una lettera. Ma vedi un po’: la busta è aperta. Unio s’accorge che contiene la lettera che egli aveva inviato – chiusa e per raccomandata – a se stesso. Viene da dire: solo a un folle, a un poeta o a un disperato può venire l’idea di spedire lettere a se stesso. O a qualcuno che ha tanta paura di dimenticare qualcosa e la scrive; ma, non potendo trattenere con sé neppure un foglio (pensiamo a i perseguitati, agli spiati in certi regimi autoritari), ricorre a questo stratagemma e spedisce. Ma spedisce a una persona fidata. Perché, invece, all’indirizzo di casa sua? E in un momento che, a sentire Unio, lui una casa sua non ce l’ha più? A proposito, ci sarebbe da indagare sul portinaio. Di quale casa o condominio è portinaio? Che sia lui il destinatario della lettera di Unio? E se il portinaio fosse imparentato con il giullare (capitoletto 31)?

33. Qui ricompare La Gatta (capitoletto 16). Ossessiva presenza. È lei forse la causa della pulsione narrativa/cagatoria di Unio? Certo è animale femmina, madre maligna, sposa traditrice, donna malata da curare anche controvoglia. Che lo perseguita davvero? Non pare. Quella si fa i fatti suoi. Vive in un mondo suo. Ora La Gatta, in modi analoghi ai suoi (capitoletto 31), caga davanti a lui. Cosa? Il suo passato poco gradevole. Glielo deposita su un giornale sotto forma di cialde, che paiono addirittura di cioccolata. Ecco l’inganno. Tutto accade in un luogo indefinito. Che ora pare la casa dove Unio crede di abitare in questo momento in cui pensa e scrive e respira. Ora una strada qualsiasi di una città dal nome difficile da ricordare. Ma a differenza del giullare che non si scompone, Unio si allarma. Non accetta questi regalini. Li sente pericolosi. E allora corre a delimitare come può la zona del presente che a suo parere sporcherebbero. E lo vediamo prendere delle scarpe – quante scarpe? in quali epoche della sua vita le aveva avute? – e le dispone a raggiera. Al centro la cacca del passato (suo? della Gatta?). Attorno le scarpe. Ma perché ha tanta paura che il suo passato sporchi il suo presente? Perché, se proprio lo teme, non lo butta via? L’istinto suo più forte è proprio quello di sbarazzarsene. Lo vediamo che furtivo e veloce, appena può, avvolge la cacca della Gatta nel giornale e va a buttarla nella spazzatura. Senza neppure esaminarla? Sì, senza neppure esaminarla. Tutto quel che proviene dalla Gatta gli fa paura.


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