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Era meglio se quel bacio fosse stato l'ultimo!

Da Emajoeleo
Era meglio se quel bacio fosse stato l'ultimo!

Prendete una decina di bistecche di media dimensione e mettetele contemporaneamente su una griglia adatta a contenerne solo meno della metà. Succederà che nessuna delle bistecche si cocerà a dovere. Metaforicamente parlando, questo è quello che è successo a Gabriele Muccino col suo ultimo “Baciami ancora”.

Quaranta anni tra un mese, Carlo (Stefano Accorsi) vive adesso con una venticinquenne dalla nevrosi facile e rimpiange quegli ultimi baci scambiati con la sua ex moglie Giulia (una Puccini dalle narici sempre aperte e dagli occhi perennemente arrossati, quasi un’allergica in odor di shock anafilattico), che, invece, convive con un attore squattrinato, ma asetticamente bello, che ha le sembianze di Adriano Giannini. Attorno a loro, come cellule impazzite, si muovono gli altri personaggi col loro carico di drammi esistenziali e rimpasti sentimentali: Livia (Sabrina Impacciatore) ha sostituito l’instabile Adriano (Giorgio Pasotti, partito alla fine del primo episodio e qui reduce di due anni di carcere per spaccio) con l’inquieto Paolo (Santamaria) che, tra una crisi depressiva e l’altra, passa le giornate a stordirsi di psicofarmaci, alla faccia del pragmatismo delle donne; Adriano, dal canto suo, eredita il lavoro di madonnaro da Paolo, mentre un nuovo amore si delinea all’orizzonte grazie all’incontro con Adele (Valeria Bruni Tedeschi dagli occhi lucidi e l’aria stanca: sarà la stessa allergia della Puccini?); Marco (Favino), uomo d’altri tempi ma dalla dubbia fertilità, non riesce ad avere un figlio dalla smilza compagna Veronica (Daniela Piazza) che, in preda alla follia da mancata gravidanza, scappa tra le braccia di un pianista bohemien dallo spermatozoo facile; Alberto (Marco Cocci) continua a perseguire il sogno di una grande fuga dall’asfissiante civiltà moderna, ma nessuno lo ascolta, nemmeno il regista che sembra essersi dimenticato di lui durante la lavorazione del film.

E poi ci sono i figli, Sveva e Matteo, che parlano come Obama al congresso dei democratici, vittime sacrificali di una sceneggiatura impazzita. C’è da spararsi (e qualcuno lo fa) se non fosse che la recitazione degli attori (in primis Favino) rende il plot più sopportabile e ci permette di arrivare fino in fondo, anche se spesso ridondante ed eccessivamente caricaturale. Ma il meccanismo arranca, si inceppa, riprende a stento per poi reincepparsi. Quella perfetta costruzione drammaturgica, che aveva reso “L’ultimo bacio” un piccolo gioiello del nostro cinema, qui viene a mancare del tutto, e ciò lo si intuisce sin dall’apertura del film, quando il suono dell’accordatura strumentale, che nel primo episodio dava vita al complesso concerto melodrammatico che ne seguiva, qui si innesta in un montaggio veloce che in pochi minuti ci racconta dei dieci anni passati fuori scena da Carlo e Giulia, senza creare nello spettatore un minimo di coinvolgimento o attrattiva per la storia che si sta per raccontare. Manca persino quel sentimento di provocatoria polemica che il primo episodio aveva saputo regalare, spaccando critica e pubblico ma facendo molto parlare di sé anche fuori dall’Italia (al Sundance Film Festival, dove vinse il premio de pubblico), perché qui non c’è polemica, non c’è rabbia, non c’è niente, se non la voglia che tutto finisca quanto prima. Peccato, perché di materiale ce n’era per tirar fuori qualcosa di buono, ma la carne era troppa e la griglia era piccola. Mediocre.
Voto 5/10


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