Ciò che rimane all'interno, che cova in pancia e si aggroviglia nell'Es, è invece un piccolo trauma da debutto. Coccolati dal proprio personale comitato di lettura e dall'editore che ha creduto in noi, ciò che si pensa del proprio scritto è che non potrà non piacere. Certo non a tutti. Non si può piacere a tutti è la frase più usata per rispondere alle critiche ricevute nel primo mese post esordio. Il comitato di lettura, i sostenitori, le sorelle e i fan rispondono indignati alle critiche negative. Poi, se si è fortunati, arriva la recensione di un critico vero che rimpasta un po' di simboli (che magari è annoiato perché deve scrivere cento recensioni di favore) e, a seconda che si tratti di una critica negativa o positiva, l'esordiente tipo risponde a modo, chinando la testa, timido, con le gote rosse o, nel secondo caso, cercando un neo nella vita privata del critico per poi accanirsi su questa debolezza oltre misura. Spesso, purtroppo, il neo del critico di talento è di aver scritto un romanzo strutturalmente e stilisticamente impeccabile ma razionale fino allo strazio e per questo davvero poco letto. E qui scatta l'accusa di invidia. Si scomoda la psicoanalisi e si accusa l'opinionista di avere un'opinione, proiettandogli addosso la propria invidia in un lagnosissimo gioco di rimandi. I litigi tra esordienti insoddisfatti e critici romanzieri sono ciò che di più triste ci offre la scena letteraria italiana uniti agli scannamenti sul nulla che esplodono nel web.
Ecco a me queste persone esordite mettono addosso un gran disagio e una malinconia lunghissima. E le ignoro mettendole nel letterume.
Ma non tutti sono così e non per sempre.
I tre libri esorditi che si trovano sul mio comodino non stanno lì insieme per nessun motivo in particolare. Questo se mai qualcuno sentisse la necessità di tentare parallelismi tra Sortino e Dahlie o tra Delorda e se stesso. E' solo una questione di mobilio e di riti notturni.
Dunque su questo mio comodino siede in trono Elisabeth (Einaudi, 2011), il romanzo d'esordio di Paolo Sortino, persona piena di grazia, davvero commossa e incredula di tanto entusiasmo di critica. Il suo romanzo rimescola l'inconscio, ci parla di felicità e commuove come solo la letteratura sa fare. L'autore risponde agli elogi un po' come il principe Myŝkin risponde alla vita. Ringrazia. E non parla a sproposito di come Proust gli abbia cambiato l'esistenza o del conformismo intellettuale secondo André Schiffrin. No, no. Parla di vita, si interroga sulla felicità. Sortino è un artista.
Sopra ad Elisabeth si posa La serpe nera (Pungitopo, 2011) di Graziano Delorda, una raccolta di racconti piena di una misteriosa sensualità che non si capisce da dove esca ma c'è e che forse è dovuta al nichilismo indolente con cui l'autore getta un'occhiata sul reale, di sbieco, con il sopracciglio alzato. In realtà La serpe nera non è il suo vero esordio, di Delorda è uscito prima un romanzo, Pace, sempre con Pungitopo editore. Nel suo Arbeit Macht Frei, mio racconto preferito insieme a Bill cammina, lo scultore, protagonista della storia, in un travaglio artistico ed estetico e in preda ad un'ossessione di realismo, arriva ad un gesto estremo, simbolico fino alla commozione: cola del metallo fuso su un gruppo di cani vivi. Quanta sincerità in un pensiero così crudele, in quei cani fusi ho sentito il coraggio di dire.
L'ultimo esordiente che sta sul mio comodino è Michael Dahlie, Guida per gentiluomini all'arte di vivere con eleganza (Nutrimenti, 2011); il suo romanzo fa sorridere e lascia incantati per il modo in cui l'autore riesce a rappresentare quel sottile scarto tra dentro e fuori che si crea nell'impatto tra ciò che siamo e la vita di facciata, a forma di ideale, che ci siamo meticolosamente costruiti. Per l'appunto.
Tornare umili una volta passato il primo anno post esordio è patetico e non serve. Che le idee che avete cullato fino al giorno prima del vostro debutto possano rimanere le vostre ossessioni per sempre. Alla letteratura fa bene ciò che siete.