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Essere di sinistra e strumentalizzare i referendum per tramutarli in una mozione di sfiducia contro il Governo

Creato il 13 giugno 2011 da Iljester

Essere di sinistra e strumentalizzare i referendum per tramutarli in una mozione di sfiducia contro il Governo

I dati parlano chiaro: affluenza alle urne 56,99%. Un risultato davvero storico per un referendum, anzi per quattro consultazioni referendarie. E ancor più incredibile è il responso: i Sì hanno prevalso in tutti e quattro gli spogli con vette bulgare; praticamente con il 95% di preferenze. Non vi è storia sul punto. I No sono insignificanti… marginali. Talmente lo sono che nei seggi – sono quasi certo – la noia imperava. Nessuna emozione, nessuno spirito agonistico. Niente di niente. Immagino gli scrutatori a ripetere sempre Sì… sì… sì. Una roba davvero monotona. 
Eppure ci ha pensato la sinistra a mettere un po’ di pepe a queste elezioni referendarie. E nel modo più ridicolo e prevedibile: cercando di strumentalizzare il risultato e attribuirgli lo scontato significato politico. Talmente politico, che ora Bersani & C. vorrebbero (beati desiderata!) che il Governo si dimettesse, perché – secondo la loro un po’ troppo fantasiosa opinione – l’attuale maggioranza non godrebbe più della fiducia degli italiani. Insomma, la regola sarebbe questa: se gli italiani dicono Sì all’abrogazione di una legge che hai – tu, Governo – emanato, devi dimetterti perché non godi più della loro fiducia. Questo è quello che asseriscono i vari Bersani, Vendola e Bindi.
Ma non è così che funzionano le cose. Perché, come sempre capita, si ciancia un po’ con furbizia, e anziché coltivare l’onestà intellettuale, a sinistra amano coltivare la mistificazione. Ci sono infatti diversi ragionamenti che sono stati saltati tra la consultazione referendaria, l’esito e le ipotetiche quanto irricevibili dimissioni del Governo attuale. Ecco quali.
Prima di tutto, una consultazione referendaria non è una consultazione politica. Il cittadino non viene chiamato a scegliere tra un partito e l’altro, tra un programma politico e l’altro… Insomma tra un modo di governare la nazione e l’altro. Viene chiamato a stabilire se una legge gli aggrada o non gli aggrada, e dunque a scegliere se abrogarla o meno. Spesso con una certa ponderatezza e consapevolezza; troppo spesso, lasciandosi irretire dalla fantasiosa propaganda.
In secondo luogo, il 57% è un ottimo risultato di affluenza, ma è chiaramente forzato attribuire a questo 57% di elettori una precisa volontà politica, orientata verso la sfiducia dell’attuale Governo e dell’attuale maggioranza. Non è possibile stabilire se chi ha votato voleva dare al suo voto (e al suo Sì) un significato politico. Anzi, dovremmo sempre evitare letture politiche dei referendum, proprio perché spesso la volontà referendaria non ricalca la volontà politica dell’elettorato. All’interno di quel 95% di Sì scaturiti dai risultati referendari di oggi vi sono certamente moltissimi Sì appartenenti a elettori che pur votando a destra non hanno condiviso le norme che si è voluti abrogare.
In terzo luogo, chiedere le dimissioni del Governo per un risultato referendario è snaturare lo stesso istituto referendario e sminuire paritempo l’istituto delle consultazioni politiche. È piegare il referendum alle interpretazioni politiche dei partiti, agli opportunismi contingenti. È negare il significato stesso dell’istituto, così come previsto dalla Costituzione, che è quello preciso di abrogare determinate e circoscritte norme di legge, e non certo di scegliere tra una maggioranza politica e l’altra o di sfiduciare una maggioranza politica rispetto al mandato elettorale ricevuto.
In ultima istanza, non possiamo dimenticare quel 43% di cittadini che hanno scelto di non votare, il quale unito al 5% (per ogni referendum) di coloro che hanno coraggiosamente detto No, comunque esprime una volontà sicuramente non di scarso peso nelle future scelte elettorali degli italiani. Far finta che quel 48% non esiste, o non abbia il suo peso specifico (se pensiamo che molti di coloro che hanno detto Sì non manderebbero certo la sinistra al Governo), è accentuare ancor più la strumentalizzazione propagandistica del risultato referendario, oscurandone il più immediato e genuino (seppur discutibile) significato.
Ecco perché tra il risultato odierno e le dimissioni del Governo richieste alla luce dei Sì ai quattro referendum ci passa il concetto proprio di democrazia partecipata, che alla sinistra proprio non vuole entrare in testa: un Governo cade solo e se non ha (allo stato) la fiducia del Parlamento. E un Governo governa solo e se è espressione di una chiara e non equivoca maggioranza scaturita da legittime elezioni politiche e non già da una consultazione amministrativa o peggio referendaria. Quando fra i rossi e rosati ci sarà qualcuno che capirà questo concetto, probabilmente la sinistra avrà maggiori chance di governare. Diversamente che si accontenti pure di queste vittorie di Pirro…

 

di Martino © 2011 Il Jester 


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