Expo, lo spinello del popolo

Creato il 03 maggio 2015 da Albertocapece

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi, in pieno mood governativo, vi faccio un annuncio che forse non sarò in grado di mantenere. Non scriverò più dell’Expo.

Perché è uno di quei temi che fa lievitare tutte le retoriche possibili, quelle che usa chi ha scatenato la guerra dell’oppio per stordire il volgo e quelle che si addicono a chi sceglie  il letargo, l’astensione dalla critica e i passaggi sul carro del vincente, verso la cuccia della servitù.

E c’è quella, esercitata per lo più da chi si gode le comodità di uno status finora inviolato, delle  rendite e dei privilegi trasmissibili per via dinastica, dello sdegno per le mele marce, categoria presente e largamente impiegata nell’interpretazione di tutti gli scandali bipartisan del malaffare, che con le loro intemperanze turbano il circoscritto e timido disappunto della civile protesta. Presenze velenose, quelle mele marce, cui non si riconosce altra appartenenza se non alla figliolanza viziata di papà abbienti e assenti, agli esibizionisti di rolex e divise nere à la maniére dei commessi di Prada, da riporre sul pavé disselciato poco prima per darsi a fuga indisturbata, a comparse di una marmaglia disturbata da intervistare per i fasti di Mediaset, cui è vietato attribuire la dignità di un maturo malessere, dignità negata anche all’astensionismo, quella della disperazione nel futuro, quella di opposizione, che piace solo se è borbottata in casa,  manifestata davanti a un pc, e soprattutto se tace in nome dell’amor di patria.

Perché c’è poi quella del “non facciamoci riconoscere”, dispiegata largamente dal primo maggio, commemorazione funebre del lavoro e celebrazione degli eventi di cartapesta, che peraltro casca slealmente in testa ai visitatori. E che richiama alla compostezza e alla condanna di chi, black bloc o disfattisti, non si allinea con l’entusiasta corpo del Ballo Excelsior, restituendo lustro alla nazione, riappropriandosi della credibilità e autorevolezza ferita da 10, 20, 200? cialtroncelli, costata il sacrificio di alcune vetture, qualche vetrina, e la buona fama di un Paese, uscita monda, sembrerebbe,  da una pratica quotidiana di corruzione, clientelismo, dileggio delle regole, insidiosa disponibilità a donarsi a una successione periodica di dittatori e dittatorelli.

C’è anche quella, cui sono incline a indulgere anche io, della contrapposizione delle violenze, sottoposta oggi però a una declinazione gerarchica secondo la quale i danni all’immagine della Milano da bere sono di gran lunga superiori a quelli prodotti, tanto per fare un esempio, dal susseguirsi  di  disastri ambientali, più prevedibili dei disordini, a Genova, in Sicilia, in Calabria, o che assimila alla categoria della violenza  le intemperanze “antagoniste”, ma non la cancellazione delle prerogative democratiche, dei diritti fondamentali, delle cure e dell’assistenza negate. E nemmeno quella esercitata da chi tratta il lavoro come una elargizione, cui è doveroso prestarsi, pena la pubblica riprovazione, anche senza emolumenti,   per formarsi all’obbedienza, alla rinuncia alla dignità, come la pedagogia della necessità impone per l’edificante rieducazione dopo anni di vacche grasse.

E c’è quella della Milano operosa chiamata proprio nel pomeriggio a officiare un rito ambrosiano di sostegno al Grande Evento con un corteo officiato del sindaco Pisapia, folgorato sì, ma non tanto da ricandidarsi, per esprimere anche in piazza il suffragio universale all’Expo, la solidarietà a auto, vetrine, organizzatori, alla città e alla cittadinanza tutta che ha mostrato la sua proverbiale laboriosità pulendo in poche ore le due o tre strade bruttate, così come altrettanto rapidamente ha alzato i prezzi di hotel, pizzerie, B&b, per accogliere al meglio i milioni di visitatori, come non avrebbero saputo fare infingardi napoletani o pigri siciliani, per rendere palese il talento all’accoglienza, anche quello intermittente, in favore solo di alcuni ospiti, purché non extracomunitari oggi e meridionali un tempo.

Ma quella più fastidiosa e che miete più vittime  è quella della chiamata di tutti intorno alla grande occasione per riabilitarsi, per mostrare la nostra indole e la nostra vocazione, quella creativa,  magari nel camouflage, quella artistica, magari nell’allestire scenari che nascondono lavori in corso e degrado, come al passaggio di Hitler per via dei Fori, quella epica, magari ricordando il riscatto di un tempo con due vini, il  Bolla Ciao e il Barolo Resistenza. Ieri i fan della riscossa tramite occasione più modesta di una fiera campionari, più corrotta di Mafia Capitale, più paesana della sagra della salsiccia, più provinciale di un matrimonio del boss delle cerimonie, più acchiappa citrulli di un locale fusion dei master chef, impazzavano in rete, tutti pronti alla visita, a manifestare sostegno e partecipazione con uno spuntino nella grande greppia del norcino del  principe, a lottare contro la fame nel mondo con un panino imbottito di lardo nostrano, a mostrare meraviglia davanti alla sfarzosa potenza della scenografia espositiva, delle quinte pompose, che non si è riusciti a dispiegare all’Aquila, a credere e a ubbidire compatti alle bugie patetiche sulle fiumane di visitatori, sulle formidabili vendite di biglietti a agenzie e “ditte”, sull’ammirazione universale, sulla patriottica bontà dei nostri prodotti, sulla inossidabile virtù delle tagliatelle de mamma, passate attraverso Cracco, del ragù di nonna, aggiornato da Star.

Storditi dagli odori della grande abbuffata, ubriachi di Tavernello, strippati di menzogne, non ci accorgiamo che a sedere alla tavola imbandita ci sono sempre gli stessi commensali. Ma è a noi che resta il conto da pagare.


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