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Ferro sette, di francesco troccoli

Da Postpopuli @PostPopuli
di Giovanni Agnoloni L’idea è forte. Ferro Sette di Francesco Troccoli (Armando Curcio Editore) ci pone di fronte a un’ipotesi sconcertante: un’umanità (o meglio, una post-umanità) evolutasi in modo tale da privarsi del sonno, pur di condurre attività produttive a ritmo serrato. Un mercenario, Tobruk Ramarren, si trova a dover scendere nelle profondità di un piccolo pianeta minerario che sembra una versione riveduta e corretta – in chiave fantascientifica – della Caverna platonica; con la differenza, rispetto alla Repubblica di Platone, che qui nel buco si entra, e chi lo fa non è il filosofo, l’uomo sapiente, ma più o meno un reietto, peraltro con insito un senso di giustizia in attesa di potersi liberare. Il linguaggio di Troccoli risponde efficacemente agli stilemi della fantascienza avventurosa. Lascia parlare gli ambienti e il loro senso di pesantezza. Quella che sembra escludere perfino l’idea di una possibile reazione, anche quando reagire è un imperativo ineludibile. L’opera riflette anche l’attitudine al parlare dell’autore, che è uno speaker. La definirei, per le vibrazioni che mi trasmette, una sorta di reportage fantascientifico, quasi che la voce narrate fosse un inviato speciale embedded all’interno di una realtà profondamente alterata nella guerra. Il narratore è una sonda, e s’infiltra in un mondo ostile, che osserva con sguardo neutro. E con questo ci conduce. TI È PIACIUTO L’ARTICOLO? CONDIVIDILO PER DIFFONDERE CONTENUTI CHE TROVI RILEVANTI. GRAZIE!

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