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Festa del Lavoro

Creato il 06 maggio 2015 da Casarrubea

11Non ho mai avuto grandi passioni per le manifestazioni celebrative. Ogni anno, per lo più, sono stato a Portella della Ginestra, tra i sassi di Barbato, per raccogliermi un attimo, e un anno sono stato in una miniera di rame in Svezia, presso Borlange. Ma, quest’anno, sono stato, per condizioni di salute, al Policlinico Universitario “P. Giaccone”, presso l’unità operativa di Malattie Cliniche e Respiratorie.

Qui il primo maggio, l’ho celebrato ammalato tra ammalati. Ho avuto, però, straordinari personaggi nella mia camera, con cui ho fatto amicizia. Del resto, tutto l’ambiente della unità operativa ha sviluppato nel tempo un senso di solidarietà e di scambio che per un paziente è prezioso.

I parenti intimi danno una mano per i loro cari e contribuiscono, per la loro parte, al buon andamento generale. Al mio arrivo, nella stanza dei degenti c’erano, in ordine, Jachinu, un pakistano, di nome forse Bakir e, infine, Giovanni.

Jachinu è siciliano, ha famiglia a Milano, è

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separato, tre figli con la prima moglie, due figli con una nuova compagna, una bella casa nella capitale lombarda, dove vive la prima moglie con la prole e qualche vecchia BMW. Credo che non conosca l’uso corretto dei cellulari, perché, tiene sempre il viva voce inserito, non cogliendo la circostanza che tutti i degenti sentono le sue “private” conversazioni, per cui, necessariamente, accadono effetti spiacevoli. Racconta minchiate sulle telefonate appena concluse, non rendendosi conto che tutti hanno, comunque, sentito. Si da arie da don Giovanni e nonostante sia reduce da una Broncopolmonite (con la B maiuscola), ogni tanto esce per i viali alberati con una bella sigaretta. Conosce la storia di tutti i degenti della stanza, nonché infermieri, medici e chissà quanti altri. Osserva tutto, memorizza, valuta e se qualcuno non gli garba potrebbe avere qualche problema. E’ iperattivo, entra ed esce dalla camera con frequenza e si reca giù nei viali a fare certe sue curiose passeggiate. E’ una gran brava persona.

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Il secondo in camera è Bakir, il Pakistano. Lo dico per approssimazione perché potrebbe essere anche indiano. E lui non parla una sola sillaba in italiano. Si trova in Italia come emigrato clandestino senza documenti, qui arrivato forse perché ha un fratello, un bravo ragazzo, che lavora presso una dottoressa, al servizio della sua azienda. Bakir preferisce dormire sotto i ponti, nei posti più sbagliati, campando non si sa come. Ha girato vari ospedali e infine è approdato qui dopo essere “caduto” da una finestra di un secondo piano, forse perché ubriaco. S’è fratturato parecchie ossa ed ha avuto lesioni a vari organi interni. Ha una caratteristica particolare: mangia in continuazione, di notte e di giorno. Accetta dai compagni di stanza qualunque cosa gli venga offerta, non lasciandone traccia. Non guarda in faccia nessuno ed è pieno di cerotti e medicazioni su gran parte dell’addome e del torace. Solo Dio sa come riesca a sopravvivere alla enormità di cibo che ingurgita felicemente. Sembra una figura mitologica. Si è ripreso. Avrebbe gradito rimanere in camera con noi, ma l’altro giorno sono arrivati tre poliziotti in divisa e la pistola al fianco e lui, persona molto serena e direi serafica, nonostante gli innumerevoli acciacchi e traumi che lo affliggono, ha detto, facendosi in qualche modo capire anche con l’aiuto di Jachinu (che gli si è molto affezionato), che ha con sè solo una fotocopia del passaporto smarrito. Devo dire che le forze dell’ordine sono state molto comprensive con questo “ultimo della terra”. Hanno cercato l’indirizzo del fratello che, alla fine, lo ha preso in carico. Il suo rapporto con l’ospedale non è cessato perché è ritornato a trovare i suoi vecchi amici.

Pietro è stato ricoverato al posto di Bakir poche ore dopo. E’ un enologo ed è arrivato in camera mezzo morto, con l’ossigeno. Ho temuto molto per lui. Ma dopo tre giorni ha cominciato a parlare, a stare seduto nel letto, a rispondere ottimamente alla terapia prevista per lui, affetto da una broncopolmonite, come Jachinu. Io me ne ricorderò finché campo perché la sua vita è stata salvata da un macchinario che tutte le notti ripeteva: Ti-ti-ti-ti/ti-ti//Ti-ti-ti-ti/ti-ti. E poi dicono che le macchine non parlano.

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Giovanni è il quarto in camera, vecchio contadino di Lercara Friddi, operato per non so quante e quali malattie. Ha una memoria viva dei lavori agricoli che si conducevano nella Sicilia interna. Una Sicilia che solo l’assenza della ragione ha potuto cancellare. Ma non dalla carne, dai segni, dalle fatiche, visibili sul volto e sulle mani di chi ha lavorato una vita per consegnarci condizioni migliori di civiltà e di sviluppo. Tra i vari fatti antropologici di cui è depositario, sono riuscito a recuperare queste poche righe.

 “Maronna ri Girgenti,
nescinu li mula
e trasinu i trarenti,
Maronna ri Tagghiavia,
aiuta a tia, a mia
e a tutta a cumpagnia
Maronna ru Sacramentu
nescinu li mula
e trasi lu ventu”

(Giovanni, 90 anni, antica filastrocca dei tempi della mietitura di Lercara Friddi)


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