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Finalmente!

Creato il 04 gennaio 2012 da Robomana
Finalmente! Durante le vacanze ho avuto modo di vedere Hugo di Scorsese, che aspettavo da parecchio tempo e che mesi fa, dopo aver visto l'orrido trailer, consideravo una probabile bufala. Ebbene, faccio ammenda: perché per quanto mi riguarda (ma gran parte della critica estera la pensa sarebbe d'accordo) Hugo è un film bellissimo. Finalmente! Finalmente Scorsese, pur senza ritornare quello che era e che non sarà più, ha girato un film alla sua maniera, ritmato e cadenzato come un unico respiro, narrato non seguendo un racconto che non è in grado di reggere (Shutter Island, in questo senso, sbandava e impazziva in modo insopportabile), ma facendosi guidare da un'emozione più forte di qualsiasi genere: l'emozione del miracolo che il cinema, mezzo meccanico e tecnologico, realizza ogni volta che parla all'anima di uno spettatore. Non solo Hugo è il miglior film di Scorsese dai tempi di Al di là della vita, con meno errori e meno cadute, nonostante la leggerezza del film per bambini: soprattutto, è il film che Scorsese cerca di fare da Gangs of New York in poi, il film popolare dello storico del cinema che parla con il cuore e non con l'erudizione. E' l'incontro che non credevo possibile tra il documentarista e il regista selvaggio; il suo primo film da molto tempo che trova un passo, una cadenza nel montaggio, fin dalla prima sequenza, qualcosa di mobile, morbido e malinconico, molto francese eppure mai stucchevole, e lo tiene in vita per tutte le due ore e dieci di durata, incrociando la storia dell'orfanello Hugo, orologiaio della Gare St. Lazaire nella Parigi anni '20, e dell'anziano Georges Méliès, stanco della vita e caduto nell'oblio.
I momenti più didattici del film sono a dir poco commoventi, con Kingsley-Méliès che fissa la macchina da presa e parla con il sorriso dolce che lo stesso Scorsese sfodera quando, da appassionato e da bambino mai cresciuto, parla di Hollywood, di Visconti, di De Sica o di Kazan. Ed è nel dialogo intimo tra Scorsese e la storia del cinema che si compie finalmente il cammino tormentato, spesso fallimentare, della sua seconda parte di carriera, quella più commerciale, hollywoodiana, talvolta malriuscita, ma forgiata sul tentativo di divulgare la sua passione e costruirvi un unico grande racconto rivolto al passato, come un professore benevolo che insegna ai suoi studenti prima di tutto ad amare.
E quando Scorsese ricostruisce gli studi cinematografici di Méliès, eretti in vetro per far filtrare la luce, e quando in una sequenza onirica trasforma Hugo in un automa silente e metallico, o quando ancora inquadra lo stesso automa nella sua immobile meccanicità e con il 3D riflette sullo scambio infinito tra lo spettatore e lo schermo, quello che coglie in tutti questi momenti, nell'unione contraddittoria eppure inevitabile tra trasparenza e luminosità, freddezza e fissità, vita e natura morta, cuore e metallo, è il momento decisivo della nascita della  modernità, segnata dal sopravvento del meccanico sull'umano e, nel caso del cinema, dal fascino di una macchina cui spetta il compito di parlare al cuore.
E come Cronenberg con A Dangerous Method coglie nella psicanalisi di inizio '900 il germe della natura romanzesca del cinema, Scorsese fa altrettanto con Hugo, indagando il rapporto tra la magia, la tecnologia e la dimensione onirica del mezzo. E non lo fa con la precisione dello storico o con la finezza dell'intellettuale, ma con la voce tenue del cantastorie che ha un'idea precisa di bellezza e prova a spiegarla a più persone possibili.
Se ne riparlerà con più calma e meno foga quando Hugo Cabret (questo il titolo della versione italiana) uscirà in Italia, il 3 febbraio prossimo.

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