Magazine Società

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 1, Scena 11

Creato il 20 giugno 2011 da Newfractals @NewFractals

For the Win, di Cory Doctorow – Parte 1, Scena 11

Continua da For the Win, parte 1, scena 10

Questa scena è dedicata alla University Bookstore dell’università di Washington, la cui sezione di fantascienza rivaleggia con molte librerie specializzate, grazie all’occhio acuto di Duane Wilkins, che si dedica agli acquisti di libri di fantascienza. Duane è un vero fan della fantascienza — l’ho incontrato per la prima volta alla World Science Fiction Convention a Toronto nel 2003 — e questo si vede dalla scelta eclettica e informata dei libri in mostra nella libreria. Una delle cose che mostra quanto è ottima questa libreria è la qualità delle “shelf review” — i piccoli biglietti inseriti negli scaffali con le recensioni dello staff (tipicamente scritte a mano), che decantano le virtù di libri che potresti non vedere. Lo staff della University Bookstore ha chiaramente tratto benefici dagli insegnamenti di Duane, in quanto le shelf reviews della University Bookstore non sono seconde a nessuno.

The University Bookstore 4326 University Way NE, Seattle, WA 98105 USA +1 800 335 READ

Mala si svegliò presto, dopo un sonno agitato. Nel villaggio si alzava spesso presto, ed ascoltava i richiami degli uccelli. Ma qui non c’erano cinguettii quando i suoi occhi si aprirono, solo la sussurrante Dharavi — automobili, ratti, gente, lontani rumori di fabbrica, capre. Un gallo. Beh, quello era un tipo di uccello. Un piccolo sorriso toccò le sue labbra, e si sentì un po’ meglio.

Non molto, però. Si sedette e si sfregò gli occhi, poi si stiracchiò. Gopal dormiva ancora, russando dolcemente, steso sulla pancia come faceva da bebè. Aveva bisogno di andare in bagno e, visto che c’era già la luce del giorno, decise che sarebbe andata ai bagni comunali invece di usare il secchio coperto che tenevano nella camera. Nel villaggio, avevano una vera latrina, scavata in profondità, con un vaso di acqua pulita all’esterno che le donne tenevano sempre pieno. Qui a Dharavi, i bagni pubblici erano più che altro uno spazio chiuso, puzzolente, mai molto pulito. Le famiglie che si erano sistemate da un po’ a Dharavi avevano i propri bagni privati, così quelli pubblici erano usati solo dai nuovi arrivati.

Non era così male questa mattina. C’erano delle donne che si erano alzate persino prima di lei per sciacquarli con l’acqua presa da un vicino pozzo pubblico. Entro il tramonto, il tanfo sarebbe stato tale da fare lacrimare gli occhi.

Si attardò nella strada di fronte alla casa. Non era ancora troppo caldo, né troppo affollato, né troppo rumoroso. Avrebbe desiderato lo fosse. Forse il rumore e la folla avrebbero annegato le preoccupazioni che gareggiavano nella sua mente. Forse il caldo le avrebbe bruciate.

Aveva portato con se il suo telefono cellulare. Era pieno di notifiche di nuove cose che avrebbe potuto vedere pagando — show, cartoni animati e messaggi politici, mandati durante la notte. Li cancellò impaziente e scese fino alla sua rubrica, fermandosi al nome del signor Banerjee e fissandolo. Il suo dito si posò sul pulsante di chiamata.

Era troppo presto, pensò. Stava di certo dormendo. Ma non dormiva mai, no? Il signor Banerjee sembrava essere sveglio ad ogni ora, mandandole messaggi con i nuovi bersagli che il suo esercito doveva abbattere. Sarebbe stato sveglio. Probabilmente era stato sveglio tutta la notte, parlando con la signora Dibyendu.

Il dito tornò sul pulsante per la chiamata.

Il telefono squillò.

Lei lo fece quasi cadere per la sorpresa, ma riuscì a tenerlo in mano e fermare la suoneria, guardando lo schermo. Il signor Banerjee, ovviamente, come se lo avesse evocato nel suo telefono coi suoi pensieri e il suo sguardo ansioso.

“Pronto?”, disse lei.

“Mala”, rispose lui. La voce era seria.

“Signor Banerjee”. Le parole vennero fuori in uno squittio.

Lui non disse nient’altro. Mala conosceva questo trucco. Lo usava con il suo esercito, soprattutto con i ragazzi. Non dire niente creava una bolla di silenzio nella mente del tuo avversario, una che questo faticava a riempire, finché non iniziava a riecheggiare delle sue ansie e dubbi. Funzionava molto bene. Funzionava molto bene, anche se sapevi come funzionava. Stava funzionando bene su di lei.

Lei si morse il labbro. Se non lo avesse fatto si sarebbe lasciata sfuggire qualcosa, forse Stava per farmi del male, o Se l’è cercata, o Non ho fatto niente di male.

Oppure, Sono una combattente e non ho niente di cui vergognarmi.

Perfetto. Ecco quale era il pensiero, il pensiero che voleva scivolare via e nascondersi dietro Stava per farmi del male, questo era il pensiero di cui aveva bisogno, il plotone che doveva mandare nell’avanguardia. Ordinò il pensiero, lo richiamò al suo dovere, lo trasformò in un’ordinata formazione di schermaglia e lo fece marciare in avanti.

“Il nipote idiota della signora Dibyendu ha cercato di assalirmi la notte scorsa, nel caso non lo sapesse”. Aspettò un istante “Non gliel’ho lasciato fare. Non penso che riproverà.”

Ci fu un grugnito, molto debole, dall’altra parte del telefono. Una risata trattenuta? Rabbia contenuta a stento? “Ne ho sentito parlare, Mala. Il ragazzo è all’ospedale”.

“Bene”, disse lei, prima di potersi fermare.

“Una delle sue costole si è rotta ed ha perforato un polmone. Ma dicono che sopravviverà. In ogni caso, è andato vicino a non farcela”.

Si sentì male. Perché? Perché doveva andare in questo modo? Perché non poteva lasciarla in pace? “Sono felice che vivrà”.

“La signora Dibyendu mi ha chiamato la notte scorsa per dirmi che l’unico figlio di sua sorella era stato aggredito. Che era stato aggredito da una crudele banda di tuoi amici. Il tuo ‘esercito’”.

Ora fu lei ha grugnire. “Lo dice perché lo mette in imbarazzo il fatto di essere stato pestato così duramente da me, solo da me, solo da una ragazza”

Nuovamente, il silenzio si dilatò nella conversazione. Sta aspettando che io dica che sono triste, che rimedierò in qualche modo, che può trattenerlo dalla mia paga. Deglutì. Non lo farò. L’idiota mi ha costretto ad attaccarlo, e si meritava quello che ne ha ottenuto.

“La signora Dibyendu”, iniziò lui, poi si fermò. “Ci sono delle spese che derivano da una cosa del genere, Mala. Tutto ha un prezzo. Lo sai. Devi pagare per giocare al Café della signora Dibyendu. Costa a me fare in modo che tu lo faccia. Beh, anche questo ha un prezzo.”

Ora era il turno di lei di stare in silenzio, e di pensare rivolta verso di lui, il più forte possibile. Oh si, beh, penso che ho già ottenuto il mio pagamento dal nipote idiota. Penso che abbia pagato il prezzo delle sue azioni.

“Mi stai ascoltando?”

Lei fece un grugnito di assenso, non fidandosi della propria voce.

“Bene, ascolta attentamente. Il prossimo mese, lavori per me. Ogni rupia sarà mia, e farò sì che questa cosa cattiva che hai attirato su te stessa se ne vada via.”

Lei allontanò il telefono dalla faccia come se fosse arrivato al calor rosso e l’avesse bruciata. Guardò lo schermo. Da molto lontano, il signor Banerjee disse, “Mala? Mala?” Riavvicinò il telefono all’orecchio.

Ora stava respirando pesantemente. “E’ impossibile”, disse, cercando di restare calma. “L’esercito non combatterà senza una paga. Mia madre non può vivere senza il mio stipendio. Perderemo la nostra casa. No, ripeté, “non è possibile”.

“Non è possibile?” Mala, sarà meglio che invece lo sia. Che tu lavori o no per me, dovrò comunque sistemare le cose con la signora Dibyendu. E’ il mio dovere, come tuo datore di lavoro, farlo. E costerà dei soldi. Hai un debito e dovrò ripagarlo per te, e questo vuol dire che tu devi essere pronta a ripagarlo a me“.

“E allora non pagarlo”, disse lei. “Non darle nemmeno una rupia. Ci sono altri posti in cui possiamo giocare. Il suo nipote se l’è cercata. Possiamo giocare da un’altra parte”.

“Mala, c’è qualcuno che abbia visto questo ragazzo metterti le mani addosso?”

“No”, disse lei. “Ha aspettato finché non siamo stati da soli”.

“E perché eri da sola con lui? Dove era il tuo esercito?”

“Erano già tornati a casa. Sono rimasta fino a tardi”. Pensò a Sorellona Nor e al suo metamecha, al sindacato. Il signor Banerjee si sarebbe arrabbiato ancora di più se lei gli avesse detto di Sorellona Nor. “Stavo studiando delle tattiche”, disse lei. “Facendo pratica da sola”.

“Sei rimasta da sola con questo ragazzo, nel pieno della notte. Cosa è successo sul serio, Mala? Volevi vedere come era baciarlo come la star di un film, e poi è andato tutto fuori controllo? E’ così che è successo?”

No!“. Urlò così forte che sentì la gente lamentarsi nei propri letti, gridandole contro, sonnolenti, da dietro le finestre aperte. “Sono rimasta fino a tardi per fare pratica, lui ha cercato di impedirmi di uscire. L’ho buttato a terra e lui mi ha inseguita. L’ho buttato a terra di nuovo e gli ho insegnato perché non avrebbe dovuto inseguirmi”.

“Mala”, disse lui, e lei pensò che adesso stava cercando di suonare paterno, saldo e maschile. “Avresti dovuto saper fare di meglio che metterti in una situazione simile. Un generale sa che ci sono delle battaglie che si vincono evitando di combatterle. Ora, sono un uomo ragionevole. Ovviamente, tu e tua madre e il tuo esercito avete bisogno del mio denaro per continuare a combattere. Puoi prendere in prestito da me la tua paga per questo mese, qualcosa per pagare tutti, e poi puoi ripagarmi, poco a poco, nel prossimo anno. Prenderò 5 rupie ogni 20 per i prossimi 12 mesi, e ci considereremo pari.”

Era una speranza, terribile, orribile speranza. Una possibilità di mantenere il suo esercito, il suo appartamento, la sua rispettabilità. E sarebbe costato solo un quarto dei suoi guadagni. Gliene sarebbero rimasti tre quarti. Tre quarti era meglio di niente. Era meglio che dire ad Ammaji che era tutto finito.

“Sì,” disse lei. “Ok, va bene. Ma non giochiamo più al Café della signora Dibyendu”

“Oh, no” disse lui. “Non starò a sentire queste cose. La signora Dibyendu sarà felice di riavervi nel suo locale. Dovrai scusarti con lei, ovviamente. Le puoi portare il denaro per suo nipote. Questo la farà sentire meglio, ne sono certo, e guarirà ogni ferita nella vostra amicizia”.

“Perché?” C’erano delle lacrime sulle sue guance, ora. “Perché non ci lasci andare altrove? Che differenza fa?”

“Perché, Mala, sono il capo e tu sei la lavoratrice e questa è la fabbrica in cui lavori. Questo è il perché.” La sua voce era dura adesso, tutta la cadenza di falsa preoccupazione se n’era andata via, lasciando dietro di sé un macinio come di pietra contro pietra.

Mala voleva riattaccargli il telefono in faccia, alla maniera di come si fa nei film quando scoppiano quei giganteschi litigi urlati, e tiravano i telefoni in una fontana o li spaccavano contro i muri. Ma non poteva permettersi di distruggere il proprio telefono e non poteva permettersi di fare arrabbiare il signor Banerjee.

Così disse, “Va bene”, con la voce piccola, come un topolino che cerchi di non farsi notare.

“Brava ragazza, Mala. Ragazza intelligente. Ora, ho la tua prossima missione. Sei pronta?”

Intontita, memorizzò i dettagli della missione, chi doveva uccidere e dove. Pensò che se riusciva a fare questo lavoro velocemente, poteva chiedergliene un altro e poi un altro ancora — lavorare più a lungo, ripagare il debito più velocemente.

“Ragazza intelligente, brava ragazza”, disse lui di nuovo, una volta che lei gli ripeté i dettagli. Quindi mise giù il telefono.

Lei rimise il telefono in tasca. Intorno a lei, Dharavi si era svegliata, passandole accanto come se lei fosse un sasso in un fiume, pressandosi su di lei da entrambi i lati. Uomini con pale e carretti, ragazzi con enormi sacchi di iuta su ciascuna spalla, pieni di lerce bottiglie di plastica dirette verso qualche casa di smistamento, un uomo con una lunga barba e una papalina kufi e una camicia kurta che gli pendeva fino alle ginocchia che guidava una capra con un pezzo di corda. Un trio di donne nei loro sari, che portavano i sul corpo i segni delle molte gravidanze, trasportando pesanti secchi d’acqua dal pozzo comunale. C’erano odori di cucina nell’aria, lo sfrigolio del dhal su una griglia e l’odore fragrante del chai. Un ragazzo le passò accanto, più giovane di Gopal, in sandali e calzoni corti e sputò del dolce e appiccicoso betel ai suoi piedi.

L’odore le fece ricordare dove era, che cosa era successo e che ora doveva andare.

Passò oltre la famiglia Dal al pian terreno e arrancò lungo le scale fino al loro appartamento. Ammaji e Gopal erano svegli e in attività. Ammaji era andata a prendere l’acqua e stava facendo colazione sul fornelletto a gas, e Gopal aveva la camicia della sua uniforme scolastica e i pantaloncini. La scuola di Dharavi a cui lui andava durava mezza giornata, il che gli dava un po’ di tempo per giocare e fare i compiti e poi qualche ora per lavorare accanto ad Ammaji nella fabbrica.

“Dove sei stata”, chiese Ammaji.

“Al telefono”, disse lei, dando una pacca alla piccola tasca cucita nella sua tunica. “Col signor Banerjee.” Mosse il mento da lato a lato, come per dire Dovevamo parlare di lavoro.

“Cosa ha detto?” la voce di Ammaji era calma e piena di finta noncuranza.

Ammaji non aveva bisogno di sapere cosa era successo fra il signor Banerjee e lei. Mala era il generale e poteva occuparsi delle proprie questioni da sola.

“Ha detto che tutto è stato perdonato. Il ragazzo se lo meritava. Farà sì che le cose vadano bene alla signora Dibyendu e tutto si aggiusterà” mosse di nuovo il mento, come a dire — E’ tutto a posto. Me ne sono occupata io.

Ammaji guardò nella padella, verso il cibo sfrigolante e annuì fra sé e sé. Nonostante lei non potesse vederla, Mala annuì in risposta. Era il Generale Robotwalla, e poteva sistemare tutte le cose.


Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :