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Fosca Massucco - Per distratta sottrazione

Da Ellisse

Fosca Massucco - Per distratta sottrazione Fosca Massucco - Per distratta sottrazione - Raffaelli editore 2015
Avevo già avuto modo di parlare della poesia di Fosca Massucco in occasione dell'uscita nel 2013 del suo "L'occhio e il mirino" (v. QUI). In quella circostanza mi pareva di aver individuato, tra le altre cose, soprattutto l'attenzione di Fosca per una poetica del "piccolo", un piccolo risonante, fatto di oggetti, elementi ambientali, emergenze della natura, che l'autrice andava ricercando e annotando, "oggetti - dicevo - che devono essere (in sé e quasi ideologicamente) portatori di un senso", una ricerca, aggiungevo, che "sembra tesa alla creazione di un microcosmo il più possibile felice (o, forse meglio, moderatamente infelice) e forse alieno all'esterno, in cui il sentimento predominante sembra essere la malinconia o una "serena" inquietudine", la ricerca insomma "di una agnizione, di una epifania". Questo in estrema sintesi, naturalmente senza dimenticare la qualità della scrittura che in tutto ciò si esprimeva. Pur tenendo presenti alcune delle osservazioni che facevo in quella occasione, mi pare che questa ultima raccolta di Massucco abbia in un certo senso fatto un passo ulteriore. Intanto, rispetto a "L'occhio e il mirino", c'è un complessivo ritrarsi dell'io esplicito, cioè quello espresso verbalmente dalla prima persona, a favore, si direbbe, di una considerazione più universale del circostante e una lettura più "plurale" dei segnali che da esso emanano. Se questo a mio avviso è - appunto - un passo avanti, tuttavia va detto che questa differenza è sotto alcuni aspetti solo apparente. Il soggetto è forse più presente di prima, solo che è andato più in profondità, si è rivolto maggiormente a una relazione più intima ma meno "privata" tra l'autore e le cose (continuiamo per comodità ad usare questo termine altrimenti discutibile) e meno a personali conflitti. Quello che conta qui, mi sembra, è il tipo e la qualità del rapporto tra soggetto e cose, stante che un  soggetto (un "io" che magari per vie traverse continua ad  operare  all'interno del testo anche senza apparire) alla fine c'è sempre (v. a questo proposito P. Zublena QUI). Conta cioè se e quanto questo cambio del punto prospettico, questo aggiustamento del "mirino", è funzionale (e lo è) e contribuisce all'autorevolezza del testo poetico, alla sua capacità eidetica, cioè di rendere l'intuizione dell'autore in una visione poetica. E le cose, le cose sono fittissime in questo libro, nominate accuratamente con una acribia e una competenza che vuole segnare un territorio, che vuole rigettare il generico. Proprio quelle "cose" che molta poesia lascia problematicamente indifferenziate (v. D. Castiglione QUI), qui sono emergenze della realtà (soprattutto le piante: fieno greco, erba sparta, calicanto, elianti; ma anche altre "cose": favonio [di montaliana memoria], gelosie, porporina. mercedonio, avvezione) che colpiscono il lettore anche per la loro musicale concretezza. come suoni desueti. I nomi delle cose segnano il territorio, come dicevo, e certo anche un paesaggio, non solo interiore, in cui si posizionano e proprio con la loro concretezza sembrano offrire un appiglio sicuro all'osservatore e al poeta. Ma certo in questo libro hanno una funzione meno consolatoria, costituiscono meno una specie di certificazione di esistenza in vita di una realtà a cui, insieme ad esse, anche l'autore appartiene (ed è questo sostanzialmente il loro "sollievo"). Ma sembra infine che Fosca, pur non rinunciando alla loro fascinazione, creda meno al potere risolutivo di dare "un nome alle cose, / inquadrate, schedate, aspettando la voce / – oh, bontà loro! – in cui la verità si disvela". Si insinua come una diffidenza, un certo dubbio quando aggiunge, nello stesso testo: "Se dietro gli occhi passa un’immagine / capovolta – e afferro solo contorni, / sagome di putti e trionfi, / è inutile, perfetta epifania / quel che solo posso dire" (tutti i corsivi sono dell'autrice). In altre parole, mi sembra dica Massucco, c'è qualcosa di incerto - forse perfetto ma inutile a dare un senso vero alle cose - nella nostra capacità di intuire, joycianamente, il loro riflesso nella nostra coscienza. A pensarci bene un'idea non dissimile da quella espressa da Montale  in "Forse un mattino andando": "Forse un mattino andando in un'aria di vetro, / arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: / il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro / di me, con un terrore di ubriaco" (ma v. meglio QUI), credo uno dei pochi momenti montaliani di "dubbio" nei confronti dell'occasione epifanica, probabilmente su suggestione di Merleau-Ponty. Ecco allora che tra le cose (o dietro il loro aspetto "naturale") si insinua il vuoto, un topos espresso nella raccolta almeno una decina di volte, e questo è l'altro elemento che sembra aggiungersi, rispetto al precedente libro, alla poetica complessiva di Fosca. Un vuoto però non del tutto privo di senso, ancora "concreto" in qualche aspetto, un vuoto in cui tuttavia, a scapito delle logiche aspettative, qualcosa continua a vibrare. Non sono infrequenti infatti le metafore che Fosca pesca nella sua cultura musicale e professionale (è specializzata in Fisica acustica e tecnica del suono), potremmo anzi dire che la "vibrazione" (della parola, del ritmo, dei "vuoti") è una caratteristica del suo stile, forse anche più di quanto lo fosse nella silloge precedente. Emblematica da non pochi punti di vista è la poesia che dà il titolo alla raccolta:
Immersa in una tonale di gioia, io trionfo
incessante negli anditi riverberanti dell’anima
come un crine ebbro di pece sulla corda.

Il dolore è silenzio del tono puro
per distratta sottrazione.
che, con tutti i suoi riferimenti semantici (tutti afferenti alla musica) che appunto si riverberano gli uni con gli altri, è un'unica compatta metafora concettuale. Contraddistinta dall'opposizione tra la terzina e il distico, parla di gioia e dolore entrambi visti come vibrazione che attraversa il corpo, la prima come una tonalità a cui l'anima fa da cassa di risonanza (e il crine è quello dell'archetto), il secondo invece è un silenzio, la totale mancanza perfino di un suono "perfetto" (per semplificare), un vuoto dolorosamente totale (ed ecco che si torna a quello che "c'è dietro" alle cose) di cui avere orrore. Ma come sappiamo anche i silenzi in musica sono significativi, a loro modo vibrano. Ciò che aggiunge interesse è alla fine cercare di capire cos'è la "distratta sottrazione" chiamata in causa. Se l'occhio e il mirino servivano a focalizzare un'attenzione verso il reale in fondo confidente e positiva, qui c'è un divergere, una distrazione da una realtà vista più scetticamente. Ma è come se Fosca ponesse un confine invalicabile, e certo una responsabilità che investe il poeta: c'è un limite nella sottrazione - che forse per quanto distratta può essere anche intesa come un "levare" o meglio un "togliere", come la ripulitura della vibrazione dal noise, dal rumore di fondo - altrimenti la vibrazione stessa, intesa come emozione, sensibilità, partecipazione alla vita diventa dolore "bianco", immoto, privo di armoniche, insensato. E perciò impoetico. Bisogna comunque starci "dentro", avverte l'autrice (D’improvviso domandavi: “Com’è il vuoto / visto da dentro?”). E' questa la ragione per cui le cose, nella poesia di Massucco, devono continuare ad emettere la loro radiazione, la loro onda sinuosa, pur lasciando intravedere, nei loro interstizi, quel vuoto inquietante "dentro". Fosca si mantiene ("levigata dalla vita, mai vinta") saldamente al di qua del limite, in "una prospettiva del verso che non è cupezza", come sottolinea Elio Grasso nella prefazione, e che certamente non è lamento o cordoglio né rovesciamento. E se certo anche questo ultimo libro di Fosca rientra a buon titolo in un filone lirico-elegiaco persistente nella poesia italiana attuale, sono d'accordo con Grasso che esso sia "miracolosamente fuori tempo", o che forse lo sia volutamente. (g.c.)
da Per distratta sottrazione
Non credo sia l’assurdità
del calicanto – vaniglia
crudele nell’aria di febbraio
neppure la stravagante armata
di pettirossi a capofitto sulla strada
sgombra tra due ali di gragnola
di certo non è il primo croco geofita
che in assolata disgrazia buca
la terra dei miei cammini
sono le finestre del silenzio a creparsi –
il verso da cormorano del treno
che torna e cambia la stagione.
*
In un castello di sabbia ci sono grani
a sufficienza per figurarsi un eone.
Chicchi franosi, equilibrio indifferente –
memoria distratta di materia.
Il castello ristà: miniata resiste Aqaba
presa di spalle tra pollice e indice.
Il mare s’allunga e ritira la sabbia –
ogni rovina porta con sé i propri suoni.
*
“Il vuoto è quanto rimane quando si è tolto
tutto quello che si poteva togliere”

J. C. Maxwell (1831-1879)

Ancora pensi all’universo capovolto,
dove traspare solo vuoto tra i cipressi
e la cinta delle mura? Il nulla
è immagine di sé e il vuoto
non è vuoto, vacilla in solitudine.
Prendi un filare di tralicci,
bazzecola regale quell’effetto corona,
la tensione sfrigola e sconfitto
è il favonio da ponente – il vuoto
è immoto, piantato senza inizio.
Al camposanto il cantiere tra i cipressi
e i tralicci è ala vergine di quiete,
vibra le trivelle, scuote l’aria.
Anche nelle bare il vuoto
è più denso delle ossa.
*
Mirror box
Risentono i tendini, stirano
nervi trasparenti, suonano armonie
di perfezione corporea. O fuggono
continuano a dolersi – gli arti inesistenti.
C’è una scatola speciale.

Lo specchio, due buchi –
gli amputati di una mano
infilano giù l’altra, sognano il passato.
L’immagine riflessa
ha più compassione di dio.

da Il Dagherrotipo (1840) - Operazioni di creazione
“La prima consiste nel nettare e pulimentare la lamina
e renderla propria a ricevere lo strato sensibile.”

Il baccano della quiete di collina
è un intrico di chiame in sottofondo.
Posando lento il suono, il sole
turba l’aria di acacie e cinciarelle
poi il colpo di fucile

spezza il baccano – rimbalza – muore.
Latrati e cani saltellano stanando
il fagiano in caccia di ranocchie.
da Il numero di Deborah
Bisogna avere grande prudenza,
è tutto un universo di avvisi.
“Lavori in corso” – “Caduta pietre da sinistra”

Prestare attenzione ai messaggi
ritardi annullamenti partenze
non attraversare i binari, non mangiare
con le mani, nessuna mano
nelle mutande, i congiuntivi.
Nessuna leggerezza, pericolo!

Si potrebbe perdere un’acca o l’ombrello,
un ricordo doloroso, la testa per un critico,
la garanzia che per un paio d’anni
qualcuno aggiusti gratis tutti i cocci
sostituisca i fusibili, speli i fili e le vene.
Cautela,
un dosso (o una cunetta)

la doppia croce di Sant’Andrea avverte:
passaggio a livello, reazione chimica in colonna a sinistra
due concentrazioni di liquidi al centro
e in mezzo quella da raggiungere.
Concentrazione, sforzo sublime!
Ma ci vorrebbe pace, e quel fruscio
invariante delle foglie d’aprile.
“Animali selvatici vaganti”

li intravedo nei cespugli di erba sparta,
nascosti dagli steli fino a notte.
Poi stelle – e buona condotta.
(pericolo, onde elastiche!)

Meglio, ottima conduzione
che rende tenero il mio focolare –
su cui appendo stelle di porporina
con la perfezione del buio.
*
Ho sognato l’incavo delle ginocchia
pieno di larve paffute e luccicanti –
ne avevo piene le mani, rosse e arancio
a strisce nere – offerte all’aria
con il piglio della pecora.
L’anima è una ratta bianca da stabulario,
mi accosto e s’ammattisce, involontaria –
niente Schrödinger, gli occhi rossi
mi mortificano anche se non la spio.
Muove insensata, come un pianoforte
a suonare da solo – la darò in pasto alle larve.
da Le condense della terra rivoltata
Guardate i corvi: non seminano e non mietono,
non hanno ripostiglio né granaio, e Dio li nutre.

Luca 12,24

Si apriva una polla lucente
in mezzo alla terra sarchiata,
ci sguazzavano segreti
sette corvi – non seminavano,
non mietevano – la luce verticale
di dicembre attaccata alle ali.
Risuonavano mortori e parti
nell’aria bianca, pesando a tocchi
e rintocchi i viavai del cielo.

I corvi indugiavano
celebrando l’immanenza del suono,
poi tornavano al fango.
Note dell'autrice:
Mirror Box
La sindrome dell’arto fantasma è la sensazione anomala di persistenza di un arto (o di dolore all’arto) dopo la sua amputazione. Il neurologo indiano, Vilayanur S. Ramachandran ha creato la “mirror box”: l’arto mancante, in cui si localizza il dolore, è “ricreato” attraverso l’uso di uno specchio. Il paziente posiziona il moncone d’amputazione all’interno di una scatola, muove l’arto sano e ne vede l’immagine riflessa, avendo così l’illusione di eseguire movimenti anche con l’arto amputato e “distraendo” il cervello dal dolore.
Il dagherrotipo
Il dagherrotipo è il primo approccio commerciale alla fotografia, sviluppato da Louis Daguerre e Joseph Niépce nel 1839. L’immagine è un diretto positivo impressionato su una lastra di rame placcata in argento con una lavorazione in 5 fasi ed è piuttosto instabile (può essere rimossa semplicemente passandoci sopra un dito). Per poter apprezzare l’immagine sulla lastra, è necessario inclinarla e far riflettere la luce in modo corretto: in base all’angolo della visuale si osserva l’immagine in positivo o in negativo.
“Dèstati Deborah e intona un canto”
Il numero di Deborah deve la sua denominazione al Libro dei Giudici - Cantico di Deborah (5:5) in cui si legge “Si stemperarono i monti davanti al Signore | Signore del Sinai | davanti al Signore | Dio d’Israele”: parafrasando tale espressione si suppone che, avendo a disposizione un tempo sufficientemente lungo, si possa osservare le montagne fluide e mobili. Nel 1964 lo scienziato M. Reiner introduce una grandezza adimensionale chiamata numero di Deborah che definisce il rapporto tra il tempo caratteristico di un materiale e il tempo caratteristico di osservazione, stabilendo che a numeri di Deborah elevati corrisponde un comportamento di tipo solido e a numeri bassi di tipo liquido.

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