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Fra partiti e societa': a quando (pre)occupazioni, proposte ed innovazioni?

Creato il 17 ottobre 2013 da Alessandro @AleTrasforini
E' la società a doversi (pre)occupare dei Partiti o dovrebbero essere i Partiti a doversi (pre)occupare della società? In un momento storico-contemporaneo particolare come questo, dovrebbe essere lecito cercare risposte esaurienti a questa domanda. In un momento tremendo come questo quali schieramenti possono essere identificabili come Partiti? Questa domanda sembra acquistare ulteriore senso osservando quanto discipinato dall'Art.49 della Costituzione Italiana:
"Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale."
Quale ruolo dovrebbero avere i Movimenti nel concorrere a determinare la politica nazionale?  Possono gli stessi essere sostitutivi, complementari ai Partiti e/o inutil(izzabil)i per i Partiti sul medio-lungo termine? Le dinamiche che fanno percepire (a giusta ragione?) il sistema partitico come sorgente primaria della "cloaca" nazionale sono, fra pragmatismo e demagogia, (pur)troppo note a tutti: corruzione, siderale distanza rispetto alle esigenze dell'Italia 'reale', differenze ideologiche (percepite come) pressochè inesistenti fra 'destra' e 'sinistra', sistema partitico percepito come imperniato molto sulla 'fidelizzazione politica' e meno sul merito, quasi totale assenza di politiche 'di rottura' rispetto agli status quo esistenti, [...].  In un contesto di emergenza economico-finanziaria-sociale senza precedenti il sistema partitico intero è percepito come impossibilitato a realizzare quello che il 'metodo democratico' dovrebbe consegnare alle tribune in uno Stato normale: Governo e Parlamento rispecchianti una precisa maggioranza, figlia di logiche di pensiero e di opinione univoche e non ondivaghe.  Qualora realizzare questo non fosse possibile, si potrebbe forse pensare ad un quadro di intese volte a mettere in pratica una forma di bene comune coagulando fra loro forze politiche anche lontane fra loro.  Cosa rende impossibile la realizzazione di un Governo stabilmente figlio del 'metodo democratico' trasversalmente ripreso dall'Art.49 della Costituzione Italiana? Qualsiasi riferimento alla legge elettorale è voluto.  Oltre a campagne elettorali imbarazzanti che rischiano alle volte di far precipitare i consensi magari cumulati con fatica, può arrivare una legge elettorale indecente a distribuire poltrone o ad incrinare maggioranze potenzialmente risicate ma (teoricamente) raggiunte o raggiungibili.  In un momento nel quale l'emergenza è drammatica e (al momento?) senza luce/risoluzione, è lecito attendersi che forze politiche (o partitiche travestite) come i Movimenti cerchino di coagulare proteste, (dis)interessi, aspettative, attese, ambizioni, proposte, [...].  Quando arriva un'emergenza a confondere gli sguardi, però, rischia di diventare (giustificabilmente) indistinta anche la 'longa manus' che continua a gestire ed organizzare i Movimenti stessi.  Se la linea (necessariamente da imprimere, per contenere consensi e/o limitare i cali) non è ben chiara, è lecito attendersi che tematiche 'sensibili' per ribadire la differenza fra schieramenti politici vengano sminuite e/o ridotte a lumicini: è implicito il richiamo a tematiche quali diritti civili, dibattiti attorno alla cittadinanza, [...].  Parte di questo lavoro viene fatto per compensare ed oscurare quella che, a conti fatti, dovrebbe rimanere sempre come ferma convinzione nel panorama e nel dibattito nazionali (e non solo): le differenze fra ciò che è di 'destra' e ciò che è di 'sinistra' sono e saranno ineliminabili.  Se le idee (assai differenti dalle ideologie) rimarranno sempre distinte, dovrà essere compito dei Partiti interpretarle; cosa accade quando i Partiti vengono percepiti come realtà incapaci di rappresentare le idee della base che dovrebbero esprimere?  Cosa succede quando la 'politica nazionale' richiamata dall'Art.49 della Costituzione viene percepita come non influenzabile o non determinabile dal sistema dei Partiti?  Quante volte hanno dominato nel dibattito pubblico concetti relativi alle politiche di 'austerità' che le realtà europee hanno imposto ai Paesi 'colpevoli' di politiche economico-finanziarie scellerate?  La mancata differenza (percepita) fra schieramenti è legata anche (ma non solo, ci mancherebbe altro) alle conseguenze che le politiche di austerità impongono a Stati di fatto sotto torchio/commissariamento.  Il dibattito politico ha sempre riposto nel termine austerità un insieme di concetti non chiari, precisi e definiti: cosa significa fare austerità? Significa solo (far) approvare manovre 'lacrime e sangue'?  Significa solo limare di anno in anno i livelli di debito pubblico ad esclusivo svantaggio della spesa sociale?  Può la parola austerità richiamare altri concetti, modalità e possibilità?  Si riprendano, a questo proposito, le parole citate da Fabrizio Barca nel libro "La traversata  - una nuova idea di Partito e di Governo": "[...] L'austerità che questa situazione domanda può essere declinata in due modi radicalmente diversi. Come scriveva Enrico Berlinguer [...]l'austerità 'può essere adoperata o come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure come occasione per uno sviluppo economico e sociale nuovo, per  un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell'assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia.' [...]" Tali parole sono attribuite non a caso ad una personalità quale fu quella di Enrico Berlinguer, Uomo che (non a caso) aveva assai chiare le differenze ideologico-programmatiche fra sinistra e destra. Può l'attuale versione dell'austerità  essere figlia della confusione politico-programmatica presente nell'attuale schema partitico? E' anche cercando di rispondere coerentemente a domande come queste che un Partito degno di chiamarsi tale potrebbe (ri)costruire (o rendere nuovamente visibili) le differenze che lo separano dall'attuale compagno di (larga mal)intesa. Emerge quindi, non troppo declassata, un'altra visione fino ad oggi ritenuta 'di nicchia' nella gestione del sistema partitico: tale versione dovrebbe porsi l'obiettivo di cercare un punto di intesa moderno fra sistema partitico, partecipazione, metodo democratico e libera associazione. Nonostante mille mila difetti possibili ed imputabili a linee politiche assenti, leader discutibili, [...] ad oggi, il solo argine alla deriva costituita dal disastro finale sembra essere costituito (per l'ennesima volta?) dal Partito Democratico. In un momento in cui le dinamiche congressuali sembrano imperversare ad ogni livello di dibattito, dal locale al nazionale, sembrano essere dietro l'angolo (ancora una volta) i medesimi errori: dibattito su tematiche largamente insufficiente, troppa attenzione a volti e leader, pecche comunicative evidenti sui provvedimenti politici assunti in sede governativa nazionale, leggi 'discutibili' sul piano teorico-normativo [...]. Queste (e molte altre) incertezze rischiano di affogare quel metodo democratico che potrebbe contribuire a restituire dignità e credibilità ad una forza politica che ambisca davvero a definirsi 'Partito'.  La strada che separa lo schema partitico dal Governo è, su questo fronte, abbondantemente ristretta: la necessità di ammodernamento e svecchiamento è più che mai evidente, fuorchè per i volutamente miopi.  Parte di tale consapevolezza è racchiusa nelle parole presenti nel libro precedentemente citato di Fabrizio Barca: 
"[...] Il metodo di Governo che si va costruendo [...] in giro per il mondo e che dovremmo porci come obiettivo di costruire [...] è dunque imperniato su istituzioni pragmatiche che consentano di prendere e modificare decisioni combinando un processo di mutuo apprenditmento con il massimo [...] impegno e sviluppo di tutte le persone, alle quali viene data la vera possibilità di 'partecipare'.  E' un metodo che ottiene [...] due risultati. Estrae e produce conoscenza. [...]"
Quale è la strada per costruire questa strada di sperimentalismo democratico, altrimenti affogata negli sforzi di pochi che vanno avanti con sempre più solitudine e sempre meno passione da spendere? 
"[...] dobbiamo costruire i requisiti propri dello sperimentalismo: 
  • legiferare ed emanare atti di amministrazione che promuovano adattamento e revisioni[...];
  • creare lo spazio per un confronto informato, acceso, imparziale e aperto, un conflitto governato fra interessi, competenze e visioni diverse;
  • utilizzare [...] la rete per realizzare una 'cooperazione [...] con comunità interessate ai problemi che le burocrazie sono chiamate a gestire;
  • utilizzare gli errori, i fallimenti, gli ostacoli [...] per ricavare informazione sull'efficacia delle routine usate e cambiare; [...]
  • reclutare o formare le risorse umane che sappiano svolgere queste [...] funzioni. [...]"

Potrebbe qualche forma di embrionale sperimentalismo contribuire al ripristino della credibilità necessaria per dare nuovamente importanza e dignità al sistema partitico?  Su domande come questa sembra giocarsi il futuro, in un momento nel quale le dinamiche congressuali sembrano essere giocate più alla distruzione che a realizzare forme dicostruzione propositiva.  Utilizzare la mai troppo citata 'rete' è la sola forma utile per riabilitare lo Stato? 
"[...] Può la Rete [...] sostituire i Partiti?  Anche in questo caso la risposta è negativa.  L'offerta di connessione universale e tempestiva della Rete, la sua capacità di accumulo, archiviazione e recupero delle informazioni creano straordinarie possibilità di informazione, di mobilitazione, di controllo, degli elettori sugli eletti e [...] dei cittadini sulle azioni pubbliche, consentendo di smascherare la manipolazione delle informazione da parte delle èlite. [...] la Rete offre una piattaforma per lo sperimentalism, perchè incentiva i cittadini a dare il proprio contributo: lo fa riducendone il costo, assicurandone la non manipolazione [...].  Ma la Rete non può in alcun modo assicurare 'l'approfondita disamina dei problemi', la 'fase necessariamente lenta, problematica, riflessiva della discussione', il confronto acceso e ragionevole, che sono richiesti dalla complessità dei problemi stessi e dalla necessità di inventare soluzioni per l'azione pubblica che ancora non esistono.[...]"
Per le realtà di approfondimento, ovviamente, qualsiasi forma di partecipazione reale è destinata a svalutare quella virtuale. Cosa potrebbe accadere qualora una forza politica ambiziosa di chiamarsi Partito non riuscisse a realizzare questi spunti e/o forme di 'estensione della partecipazione'? 
"[...]Per sapere se hai fatto un cambiamento, devi vedere se qualcuno si arrabbia davvero.  Io ho trovato nei gruppi dirigenti un muro di gomma. La capacità di chi non vuole cambiare sta nel non farsi stanare. Scrivo: voi siete convinti che ci sia un deficit di potere, mentre il deficit è di partecipazione, attaccatemi. Niente. Dico che sono dei 'capibastone' e loro non si presentano agli incontri.  Faccio notare che il Pd non incalza a sufficienza il Governo. Silenzio. [...]  Il retropensiero è: attacca pure, tanto io ho in mano le leve del potere. [...] l'errore che abbiamo commesso nei confronti del berlusconismo: la sinistra in 20 anni non ha costruito una strategia forte di rinnovamento.  La colpa è della Sinistra. Punto.[...]"
Punto e a capo, dunque.  Senza dimenticare che, prima o poi, le 'leve del potere' potrebbero rompersi od essere  sabotate.  Per problemi e testimonianze ulteriori chiedere alla 'società'.  La necessità di 'concorrere con metodo democratico' resta immobile al varco della credibilità.
FRA PARTITI E SOCIETA': A QUANDO (PRE)OCCUPAZIONI, PROPOSTE ED INNOVAZIONI?

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