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Francia, i numeri e le prospettive del “tripartitismo” politico

Creato il 01 aprile 2015 da Jackfide

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All’indomani delle départementales la destra moderato-conservatrice torna sul proscenio nazionale, ma l’UMP è ancora alla ricerca della rifondazione post – Sarkozy. Il PS si apre con difficoltà agli ecologisti, mentre la strategia di comunicazione della Le Pen non impatta.

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Ibis, redibis, non morieris in bello. Una conferma che vale molte aspettative. Previsioni e risultati che il diretto interessato, Nicolas Sarkozy, non ha tardato a rilanciare; del resto, all’indomani di un secondo turno che ha corroborato i verdetti della prima tornata elettorale del 22 marzo, l’unione delle destre, composta dall’UMP (Union pour le Mouvement Populaire) dall’UDI (Union pour le Démocrates et Indépendantes) e dal MoDem (Mouvement Démocrate), è riuscita ad aggiudicarsi 28 consigli generali nei dipartimenti fino a ieri governati dalla “gauche”tra cui si annoverano roccaforti storiche come La Corrèze, Les Côtes-d’Armor, L’Isère e La Seine Maritime. Di converso, un solo bastione storicamente a destra si è spostato a sinistra; si tratta della Lozère, in Languedoc – Rossouillon, che tra l’altro rappresenta il dipartimento francese con il minor numero di elettori.

“Mai prima d’ora un partito di maggioranza aveva subito una simile sconfitta alle elezioni”,sottolinea Nicolas Sarkozy nel suo primo commento ai risultati delle elezioni. Ipso facto la destra, che fino a due settimane fa controllava 40 dipartimenti, ora si ritrova alla guida politica di 68, che si aggiungono dunque ai 476 consigli cantonali già confermati al primo turno. E negli ambienti dell’UMP le risonanze dell’onda blu, che ha visto premiare la strategia d’assemblamento dell’area moderata messa in atto da Sarkozy, pongono l’accento sul divario percentuale di dieci punti che separa la droite dal PS (Parti Socialiste).

Secondo il portavoce del partito, Sébastien Huygue, l’UMP rappresenta la sola alternativa al Front National. Da più parti si denunciano le disfatte politiche di François Hollande come emblematiche, un dato di fatto che proietta la coalizione dei conservatori moderati verso le presidenziali del 2017, in vista delle quali il compito dell’UMP sarà quello di carpire la fiducia e le inquietudini della grossa fetta dell’elettorato che ha votato per l’estrema destra,  come rimarca Gérald Darmanin, uno dei giovani protagonisti di questa tornata elettorale, nonchè sindaco UMP di Tourcoing (Nord-Pas-de-Calais). Proprio nel Nord il partito di Sarkozy è riuscito a strappare il maggior numero di dipartimenti alla sinistra, fattore reso ulteriormente possibile dall’alta percentuale di astenuti (50,01 %), leggermente maggiore a quella del primo turno, comunque inferiore a quella registrata in occasione delle cantonali del 2011,dove l’astensione aveva toccato il 55,29 %. Fino a prova contraria, il principale obiettivo dell’UMP rimane ad oggi indossulibilmente legato al tema della rifondazione, che passerà senza meno attraverso il futuro politico del leader, Nicolas Sarkozy. Nome omen, quest’ultimo il primo aprile sarà interpellato presso il Tribunal de grande istance di Parigi in merito alle penali a lui inflitte per il superamento del tetto di spesa autorizzato in vista della campagna presidenziale del 2012, in cui l’ex Capo di Stato era stato accusato di abuso di fiducia, complicità e occultamento della vicenda.

A posteriori, nella sede PS di Via Solférino non ci si fa scrupoli nel prendere atto della lampante vittoria della destra, come ha constatato Manuel Valls nella sua prima conferenza stampa tenuta il giorno successivo alla chiusura delle urne del secondo turno. Se alla vigilia dei suffragi del 29 marzo l’obiettivo del Parti Socialiste era quello di limitare la débâcle subita al primo turno, ora non ci sono più giustificazioni.   Il partito di governo è costretto a ripensare alle proprie strategie per recuperare la credibilità di fronte all’elettorato storico.

Proprio in questi giorni, lo stesso Valls ha manifestato in più occasioni l’interesse del suo partito nel riaprire un dialogo con gli ecologisti, rappresentati in Francia dal movimento “Europe écologie – Les Verts”; un dialogo che potrebbe essere reso fattibile dall’intermediazione di Jean Christophe Cambadélis, attuale primo segretario del Parti Socialiste. Tuttavia non mancano le controprove di scetticismo all’interno della coalizione ecologista; la deputata verde Cecile Duflont definisce gli strumenti politici di Valls come “scaduti” e inadatti per rilanciare un nuovo modello democratico. A fortiori, le stesse opinioni sarebbero state espresse dalla Duflont direttamente a François Hollande in occasione della marcia contro il terrorismo organizzata a Tunisi, alla quale hanno partecipato entrambi.

In questo senso l’evidenza non pone equivoci. A fronte del magro bottino ottenuto alle départementales – ossia 319 consigli cantonali – il partito di governo è costretto ora più che mai a correre ai ripari, tentando di arginare le spaccature createsi tra l’ala più a sinistra del movimento e quella più liberale. Nello sconforto generale che regna tra l’elettorato storico del PS, prevale la sensazione che la compagine politica di Hollande e Valls si sia completamente disinteressata a tematiche di carattere preminente, come la sicurezza e il lavoro, argomenti che al contrario hanno riempito le agende degli avversari politici.

Ne quid minis, se non lo si vuole definire insuccesso, il secondo turno delle départementales ha comunque registrato un’evidente frenata del “marinismo” elettorale. Sembra non esserci altra spiegazione per il Front National di Marine Le Pen; dopo aver attestato una prorompente affermazione ai suffragi del 22 marzo, che con i 26 % dei voti aveva censito il miglior risultato della storia ottenuto dal partito in occasione di elezioni locali, il movimento di estrema destra non è riuscito ad ottenere più dell’1,5 % dei seggi nel 60 % dei cantoni in cui era rimasto in competizione.

Secondo il politologo Jérôme Sainte-Marie una prima spiegazione della caduta frontista è da ricercarsi nel lessico politico del leader principale. Per quanto sia stato significativamente importante il rinnovamento del linguaggio apportato da Marine Le Pen rispetto al padre, Jean – Marie Le Pen, i sondaggi mostrano che il voto in favore dei candidati frontisti trova maggiore adito sulle posizioni del partito contro l’immigrazione, sulla sicurezza e sull’identità culturale, mentre le proposte in materia economica e sociale riscontrano un rimarcato scetticismo tra i pensionati,che rappresentano un terzo dell’elettorato francese; va da sè che più della metà dei lavoratori in pensione si sia astenuta in occasione delle dèpartementales.

Come ultimo tassello d’analisi, un elemento ricorrente nel linguaggio di Marine Le Pen è insito nella denuncia dell’unione “UMPS ” (fusione convenzionale delle sigle UMP e PS); se da un lato è appurato che questa tattica d’assimilazione sia riuscita a compattare l’elettorato frontista al primo turno, dall’altro si sarebbe al contrario tradotta come un’arma a doppio taglio, in grado di creare un inevitabile rifiuto simbolico verso i votanti degli schieramenti avversari che, in vista di ballottaggi e triangolari, non hanno portato voti al FN. A questo punto, se il partito di Marine Le Pen vorrà restare competitivo in vista delle presidenziali del 2017, dovrà concentrare la propria campagna elettorale su un bacino più cospicuo di elettori, con una prospettiva maggiormente vocata al secondo turno.

Del resto, ormai è quanto mai palese che la Francia stia tornando a vivere un tripartitismo più reale che speculativo; uno scenario che sembra vagamente riprendere la tripartizione politico-ideologica della quarta repubblica, a cavallo tra gli anni ’40 e ’50, con una riproposizione “sinistra – destra – estrema” che oggi risponde ad attori e congiunture evolute nel corso del tempo.

@JackFide

Articolo scritto per Tribuna Italia



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