Magazine Poesie

Gabriella Montanari - Arsenico e nuovi versetti, nota di Rita Pacilio

Da Ellisse

Gabriella Montanari – Arsenico e nuovi versetti – La Vita Felice 2013Gabriella Montanari – Arsenico e nuovi versetti – La Vita Felice 2013

Il lavoro poetico di Gabriella Montanari, Arsenico e nuovi versetti edito da LVF 2013, raccoglie versi e note in prosa in cui il pensiero diventa trasgressivo e impegnativo evidenziando, con spiccata consapevolezza, i segnali, spesso ambigui, emanati dalle personalità complesse degli esseri umani. Lo stile ischemico e lancinante del verso poetico mette in relazione il rapporto dell’ego con l’inconscio partendo dalla ricostruzione della storia universale come oggetto di ripensamento. Sicuramente è ingombrante riattivare il transfert con il proprio passato e/o con il presente che si vorrebbe rigenerare. Il processo inevitabile di trasformazione riconosce, quindi, l’accettazione di tutto, nonostante l’autrice sia intenta a discernere e a sezionare la molteplicità dei significati dell’esistenza per arrivare a concepire il Sé come esigenza di affermazione dell’identità globale. Il contesto societario ci impone archetipi, ruoli, abiti da indossare che spesso detestiamo perché difficilmente integrabili con la nostra immagine innata: qui l’urgenza di decifrarli e riformularli affinché non sfuggano incognite e materialismi squallidi da ripulire, convertire. Viene separata la realtà dall’irrazionale con maestria e senza falsi moralismi denunciando l’incoerenza, la debolezza umana, l’intolleranza, la violenza sublimata o occultata, il vizio, lo stereotipo. I contenuti collettivi vengono trascritti su un terreno simbolico che ha la sua chiave di lettura nella psicologia analitica. Alcuni sintagmi, forti e duri nell’estensione e nel contenuto, informano e sostengono il rinnovamento della forma e della disciplina del bisogno come punto di osservazione da cui partire per sfidare ogni certezza, ogni dogma preconfezionato, per smussare i paradigmi etichettati. Le allusioni e le incitazioni forniscono una trasfigurazione del reale che per molti aspetti è fortemente deturpato dai pregiudizi sociali. La lotta è contro l’impietosa indifferenza dell’uomo che resta impotente di fronte alle miserie umane, quelle trafugate. L’autrice diventa un corpo/motore che suggestiona, seduce, parla in modo originale e schietto, si avvampa senza pudori, accusa implacabilmente i limiti del mondo perché vuole suggerire alla mente umana di aprirsi allo spostamento delle energie e di non sottrarsi alla nudità. (Rita Pacilio)

papa...
alla fermata dell'autobus
l'attesa si prolunga,
per terra c'è un profilattico esausto
e io m'interrogo sull'utilità del papa.
sì, papa con la minuscola
perché il rispetto non è grammatica
il paperone in mitria impartisce dal deposito degli orrori
inaccertabili benedizioni
farcite di bocconi reazionari
i roghi sono spenti,
ma l'aria ricorda ancora l'odore stucchevole delle carni arse
e resta aperta la caccia
alla strega che vuole abortire,
al prete eretico che chiede moglie,
al perverso che si accoppia contro natura,
a quella diavoleria di lattice che ostacola l'epidemia
il capobranco e la muta di cani in gonnella
terrorizzano le pecore ingozzate di paure e colpe,
abbindolate con promesse eteree,
impalpabili,
pronte a esplodere
come dogmi di sapone
in verità vi dico...
la domenica mattina è fatta per dormire
e non per lo shopping al Supermarket del Buon Pastore
tirati a festa, con in tasca la lista dei peccati
il paradiso è un morso in un tartufo d'Alba
il purgatorio, il risveglio dopo una sbornia
l'inferno, il frigo vuoto
la giustizia
ce la siamo giocata in eterno
dio – o chi ne fa le veci
è affar mio
affar nostro
affare di donne e uomini in croce
in cerca di pace.

... papà
c'era una volta un tizio
sotto il mio stesso tetto;
mi si diceva di chiamarlo babbo
così, un giorno dopo l'altro,
come un occhio strabico,
come un piede piatto,
ho finito per accettarlo
il cranio duro come una bietola,
l'intestino ingordo,
i sensi alla guida del cervello,
gli urli per mendicare rispetto,
fottutissimo padre padrone
seminava il terrore
scavandosi la fossa
la mediocrità è longeva
e oggi il
pater familias ,
cariatide di muscoli paralizzati e neuroni atrofizzati,
si avvinghia come una pulce infetta
all'epidermide della vita
il silenzio che ci separa
mi urla di perdonare un misero vecchio
ma il cuore è sordo da anni
e lo stomaco non regge più
alla vista degli spettri
gli porto in dono la morte
che rende vittime anche i carnefici;
ne avrò in cambio rimorsi
e magari quel che mi spetta
per estinguere il mutuo della casa al mare.

in diretta dalla fossa biologica
è un cesso profondo
oggi
la vita
e non merita
neanche una riga
eppure ce ne sono già volute cinque per dirlo,
come sempre
è lei che vince
resto seduta sull'ovale
a espellere idee costipate dagli anni
e volti sempre più liquefatti;
aspetto che lo stimolo taccia
e che la pancia sia vuota dei troppi residui
il tempismo del telefono,
il groviglio del rotolo,
uno spruzzo di lavanda,
la corsa sgangherata
e poi
uno strillo meccanico
che si complimenta perché il mio numero è stato selezionato
e perché il cane – che non ho mai posseduto –
potrà beneficiare a vita di un servizio completo di toilette
basta un «sì» dopo il segnale acustico
biiip
«toby è morto di scabbia
ma vi ringrazio, a nome suo, per il pensiero».

a mugnaio donato non si guardano le pale
è così che va
il primo ha l'oro in bocca
la seconda l'argento vivo
il terzo una pacca sulla chiappa
la poesia scende goffa dal podio,
inciampa nei sofismi, ruzzola tra le angherie e si rialza
con la faccia tosta di chi è avvezzo
a fare finta di niente
rido dei suoi acciacchi
e della mia ipocrisia
perché anch'io ho mangiato prugnoli e capretto a tradimento
e presto, fisco permettendo,
infilerò l'assegno nelle Trebisacce
non son fiera di versi che un padre non possa leggere
senza maledire il giorno in cui il suo sperma mi ha eruttata,
ma non rinnego la rabbia con cui ho sputato veleno,
condito di rammarico e annegato nel sangiovese
sono qui per questa terra a lungo ignorata
che ora si vendica riempiendomi la bocca di oleandri e il naso di lucciole,
sono venuta per quel quarto di sangue calabro
che mi porto dentro come un ordigno, impaziente di esplodere in silenzi
poeti e giurati
finiremo tutti nel limbo dei senza fede,
la pancia gonfia di vanità,
le orecchie sature di cerume insindacabile
venissero i briganti, i mafiosi e i fratelli massoni
a fare piazza pulita di medaglie e allori,
a radere al suolo premiopoli
e a bruciarne i tentacoli
qui il mare è troppo vecchio di bellezza
per tollerare l'affronto di versi sciatti e spettinati
e la montagna onora i latitanti ma non i venduti
comunque sia
neanche qua si riesce a dormire
dietro il muro di destra il poeta russa come un unno,
dietro quello di sinistra due galli mannari se le cantano di santa ragione
e dietro quello di mezzo i tasti picchiettano parole goffe
pur di non dire
grazie.

enten-eller
«e tu questa la chiami poesia?»
– mi chiede la stronza
insinuando il bacillo del dubbio nei miei polmoni sani
«perché, tu sapresti riconoscerla, Saffo?»
– rispondo da sadica
rispedendoglielo indietro ancora più virulento
anche questa presunta amicizia è finita così
per una balordissima questione di poetica
i versi seguono le mode e la domanda di mercato,
si attengono al formato e ai criteri editoriali,
non sgarrano, non dicono una parola di troppo,
profondi perché incomprensibili,
sublimi se lo decreta l’Arnoldo
l’orifizio anale non è degno di menzione,
la vita va bene finché non sporca
e a forza di ermetismo e introspezione
vien voglia di scalfire, sverginare
non per posa, ma per amore
se Aristotele avesse concluso che
se l’uomo è il frutto della vita
e la poesia è il frutto dell’uomo
allora la poesia è il frutto della vita
quella stronza avrebbe già avuto la sua risposta...
se poi è l’uomo il soggetto che non vi aggrada
basta dirlo,
al poeta gli si troverà qualcos’altro da fare.

Notizie dell’autrice

Gabriella Montanari (1971, Lugo di Romagna). Laureata in lettere moderne all’Università di Bologna e diplomata in pittura presso la Scuola d’Arti Ornamentali San Giacomo di Roma, è pittrice, scultrice e fotografa. In campo letterario traduce autori di teatro e poeti francesi e americani. Collabora con riviste letterarie, d’informazione e d’arte italiane e internazionali.  Esordisce in poesia con la raccolta Oltraggio all’ipocrisia per le edizioni Lepisma di Roma (marzo 2012). Attualmente vive e opera a Parigi.


Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :