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Gaio Cesare Caligola

Creato il 12 dicembre 2014 da Phage77
Caligola e le follie di un imperatore che si credeva un dio.

Approfondimento a cura di Andrea Contorni Rocchi

Gaio Cesare Caligola

"Caligola deposita le ceneri della madre e 

del fratello nella tomba degli antenati"
Eustache Le Sueur (1647)
Royal Collection - Castello di Windsor

I legionari lo soprannominarono con affetto Caligula mentre lui bambinetto se ne andava in giro per l'accampamento militare alla frontiera del Reno, vestito da soldato con tanto di minuscoli calzari che altro non erano che riproduzioni delle calzature di foggia militaresca dei più grandi, le caligae appunto. Era nato in quel di Anzio nel 12 d.C., il suo nome completo era Gaio Giulio Cesare Germanico ed era il terzogenito di Agrippina Maggiore e del generale Germanico, uno degli uomini più amati da popolo ed esercito, nonché erede di Tiberio al trono imperiale in quanto adottato da Ottaviano Augusto. Caligola crebbe su uno dei fronti più duri di tutto il limes romano, ben voluto e adottato come un vero e proprio portafortuna dai veterani del padre. A fin dei conti Germanico e Tiberio (divenuto imperatore nel 14 d.C.) erano i migliori condottieri di tutto l'impero, dotati di grande sagacia e acume tattico-strategico. Al contrario di Tiberio, giudicato malinconico, introverso e arrogante seppur ottimo comandante e come imperatore, superbo amministratore, Germanico dal carattere più aperto e di indubbio fascino mostrava la stoffa del grande generale anche con una certa teatralità, utilissima alla causa.

Il Senato lo guardava con crescente interesse dato le sue non celate simpatie repubblicane e il rispetto per l'ordine precostituito. Le forti legioni del Reno lo volevano imperatore (seppur lui avesse già rifiutato con sdegno la porpora offerta dai soldati alla morte di Augusto). Il popolo lo considerava un eroe per aver recuperato due delle tre Aquile perse da Varo nella disgraziata battaglia nella Selva di Teutoburgo e per aver riscattato parzialmente l'onore di Roma, sconfiggendo a più riprese i germani del traditore Arminio. L'ascendente del giovane erede al trono oscurò la tetra figura di Tiberio. Nel 19 d.C., dopo essere stato mandato in Siria per dirimere le solite ingarbugliate faccende orientali, ospite ad Antiochia del governatore e faccendiere Pisone (fido confidente dell'Imperatore), Germanico moriva tra atroci sofferenze. In molti videro la lunga mano di Tiberio sull'ascesa ai Campi Elisi del prode eroe. Caligola aveva sette anni quando rimase senza padre.

Gaio Cesare Caligola

"La morte di Germanico" - Nicolas Poussin (1627) - Institute of Arts in Minneapolis

Il predestinato

La vita del piccolo Gaio trascorse tranquilla per qualche tempo. Il fato però aveva in serbo per lui ben altro destino. Nel 23 d.C. morì avvelenato Druso Minore, figlio naturale ed erede al trono di Tiberio. Sembrerebbe quasi una sorta di giustizia divina in risposta alla fine anticipata di Germanico. La successione imperiale cadde sulle teste di Nerone Cesare e Druso Cesare, fratelli maggiori del nostro Caligola. Il potente prefetto del pretorio, Lucio Elio Seiano, sfruttando il volontario esilio di Tiberio in quel di Capri fece in modo di levare di mezzo l'intera famiglia di Germanico. Agrippina Maggiore e i suoi due figli, Druso e Lucio, vennero esiliati con l'accusa di essere dei furfanti sobillatori. Morirono, chi di fame, chi di inedia. Seiano sperava nell'adozione imperiale che gli avrebbe permesso di succedere a Tiberio. L'anziano imperatore fu però ridestato dal suo torpore dall'intervento energico di Antonia Minore, madre di Germanico. Per Seiano fu la fine. Sostituito da Quinto Nevio Macrone nella sua carica di prefetto del pretorio, venne condannato dal Senato per tradimento e il suo nome subì l'onta della damnatio memoriae. Morì per strangolamento nell'ottobre del 31 e il popolo fece scempio del suo corpo per poi gettarne le spoglie nel Tevere. A Tiberio, sempre più vecchio e solo, non rimase che adottare il nipote naturale Tiberio Gemello e quello collaterale ovvero Gaio, detto appunto Caligola. Tacito e Svetonio raccontano che l'imperatore Tiberio passò i suoi ultimi anni chiuso nella residenza di Capri tra orge, banchetti sontuosi e ogni genere di perversione. Lo stesso Svetonio ci dice anche che Caligola, all'età di diciannove anni, poco prima di trasferirsi proprio a Capri, fu sorpreso a letto con la sorella minore Drusilla. Qualcuno aumentò la dose del pettegolezzo, aggiungendo che il giovane era solito "incontrarsi" anche con le altre due consanguinee, ovvero Agrippina Minore e Livilla. Tiberio morì nel 37 d.C. alla veneranda età di settantanove anni, che paragonati ai giorni nostri lo pongono quasi come un centenario. Gli storici romani attribuiscono la fine del vecchio imperatore a Caligola che lo avrebbe avvelenato o soffocato con l'aiuto di Macrone sopra citato. Proprio questo losco figuro, manipolò il testamento imperiale estromettendone il povero Tiberio Gemello. Il cammino di Caligola verso la massima autorità dello Stato era spianato. Il Senato si dichiarò favorevole al nuovo imperatore. Sperava infatti che il figlio di Germanico fosse rispettoso dell'autorità senatoriale come lo fu il padre. Il popolo e l'esercito si mostrarono in manifestazioni di giubilo, ricordando la grandezza del generale che riscattò l'onore di Roma. Caligola salì al soglio imperiale con tutti gli onori come terzo esponente della dinastia Giulio-Claudia.

Gaio Cesare Caligola

"Scena antica" forse ispirata alla corte di Tiberio presso Capri - Corinaldo

Dalla malattia alla follia

Quello stesso anno (37 d.C.) Gaio cadde ammalato, suscitando ai quattro angoli dell'impero, ordinarie scene di profondo dolore e cordoglio a testimonianza di quanto almeno inizialmente fosse amato dalle masse. Gli dei che tanto gli avevano tolto in passato gli sorrisero riportandolo sulla breccia quasi per miracolo. Peccato che da quel momento Caligola non fu più lo stesso. Ora, è necessario aprire una parentesi. Tacito, Svetonio e Cassio Dione furono storici al servizio di Roma. In loro era palese la tendenza a distruggere nei posteri la memoria di chiunque avesse cagionato del male all'Urbe, mettendosi di traverso agli interessi e alle prerogative della classe senatoriale di cui tutti e tre erano esponenti. Ovvio che le accuse di depravazione e di mal governo vennero accentuate se rivolte verso determinati personaggi giudicati "scomodi". Mi risulta però difficile star dietro a tutti i tentativi moderni di riabilitare ad ogni costo figuri quali Caligola, Nerone e Commodo. Avranno anche fatto un paio di cose sensate nella loro turpe esistenza ma il bilancio generale fu disastroso sotto tutti i punti di vista. Caligola e Nerone furono in principio amati dal popolo come lo sono tutti coloro che si gettano a capofitto contro l'ordine costituito dalle classi dominanti. Il loro fare bizzarro, la passione per i giochi e per alcune forme artistiche, qualche provvedimento teso ad evidenziare il disprezzo per il Senato, fecero credere al popolo di Roma di essere governati da regnanti più vicini alle loro esigenze. Le cose non andarono esattamente così. Per quanto riguarda Caligola inoltre, un recente studio lo pone come vittima di saturnismo, una patologia dovuta all'assimilazione casuale o volontaria di piombo. Alla lunga il fisico può collassare in seguito ad una forte intossicazione che potrebbe spiegare in teoria la misteriosa malattia del 37. Tale saturnismo dovrebbe essere stato provocato dall'usanza tutta romana di tenere il vino in otri di piombo, il cui ossido, grazie all'acidità del vino stesso, si dissolveva conferendo alla bevanda un piacevole sapore dolciastro. Stando a questa teoria parecchi romani, soprattutto tra le classi più elevate, avrebbero dovuto soffrire prima o poi di saturnismo. Altre tesi lo pongono come sociopatico, ovvero dal comportamento impulsivo in avversione ad ogni regola del vivere civile. Viene anche dipinto come un uomo fortemente traumatizzato dalle tanti morti che ha dovuto sopportare tra i componenti della sua famiglia, con il fattore scatenante costituito dalla dipartita per malattia dell'amata sorella Drusilla (38 d.C.). Le pazzie del giovane imperatore iniziarono in ogni caso appena rimise piede fuori di casa, ancora convalescente. Per primo, si dedicò ad eliminare sistematicamente tutti coloro che potevano rappresentare un pericolo per il suo futuro. Il prefetto del pretorio Macrone e Tiberio Gemello (che nel frattempo aveva ipocritamente adottato come erede al trono) furono mandati a morte con pretesti davvero poco credibili. Gemello fu accusato di avere l'alito che odorava di antidoto anti-veleno, perché in cuor suo temeva di essere fatto fuori. Un tale sospetto fu preso a pretesto da Caligola come un'imperdonabile offesa alla sua persona. Similmente a quanto successe in seguito a Nerone, anche Gaio iniziò a vedere complotti ovunque. Senatori, esponenti della classe equestre, semplici cittadini furono indotti a togliersi la vita o costretti a combattere nell'arena trovandovi spesso una morte atroce tra lunghe e penose sofferenze. Persino le sue due sorelle superstiti, Agrippina Minore e Livilla furono coinvolte in questo gioco al massacro. Nel 39 Caligola decise di mettersi in viaggio per la Germania. Intendeva riprendere il progetto espansionistico verso est, oltre il Reno, che fu di suo padre Germanico e che Tiberio non aveva conseguito. Si diresse all'accampamento del legato Lentulo Getulico che comandava le legioni del nord e vi giunse con al seguito le sorelle e il marito della povera Drusilla, Marco Emilio Lepido (designato nel frattempo successore al trono imperiale). Con una freddezza senza eguali, ordinò ai suoi pretoriani di eliminare sia Getulico che Lepido con l'accusa di alto tradimento. Agrippina e Livilla, spogliate di tutti i loro averi, furono imprigionate per essere poi esiliate a vita. Rimasto al comando delle legioni, Caligola progettò la conquista della Britannia, rimasta inviolata dai tempi di Giulio Cesare. La sua spedizione si concluse con uno sconclusionato attacco al mare del Canale della Manica. Ai legionari fu ordinato di lanciare i pila tra i flutti per poi raccogliere conchiglie come trofei di guerra. Contento del successo militare conseguito se ne tornò a Roma, non prima di aver mandato lettere di intimazione, condanna o esilio a mezzo Senato. Ora non starò ad elencare tutte le pazzie o presunte tali di Caligola. Basti ricordare che mandò a morte persone per le ragioni più disparate al solo scopo di impossessarsi dei loro patrimoni. Intimò ai suoi boia di far soffrire le proprie vittime all'inverosimile. Sperperò il tesoro statale che i suoi predecessori avevano accumulato in anni e anni di oculata gestione. Punì con efferatezza chiunque poteva vantare la bellezza che lui non aveva. Alto, dal colorito biancastro, il fisico non proporzionato, il viso dalle occhiaie incavate e dalla fronte troppo larga, presentava persino una precoce calvizie. La sua figura era sinistra come lo erano i suoi repentini cambi di umore che contemplavano eccessi di ira come smodate manifestazioni di ilarità, atti di pura schizofrenia o irrefrenabili desideri di solitudine. Chi se lo trovava di fronte viveva nel terrore di proferire la parola sbagliata al momento sbagliato. Spesso bastava un semplice sguardo di troppo per suscitare le ire dell'imperatore.

Gaio Cesare Caligola

"Morte di Tiberio" - Jean Paul Laurens (1864) - Musèe Paul-Dupuy in Toulose

Conclusioni

Non considerando il presunto e mai verificato avvelenamento di Tiberio, possiamo affermare che Roma inaugurò con Caligola la tendenza ad eliminare i propri imperatori. L'elenco dei regnanti morti causa congiura fino al 476, anno della caduta dell'Impero Romano d'Occidente è lungo e complesso. Certo ci sono state alcune anomalie degne di nota come il caso di Commodo, elemento oltremodo dannoso che governò per una quindicina d'anni, dal 177 al 192. Abbiamo anche esempi di valenti imperatori come l'illirico Probo (276-282) o l'anziano Pertinace (che subentrò proprio a Commodo nel 192) eliminati per emerite sciocchezze poco tempo dopo il loro insediamento ufficiale. Da un lato contava molto, forse troppo, l'appoggio della Guardia Pretoriana, un piccolo esercito d'elite al servizio esclusivo dell'imperatore. Fin quando questo ultimo pagava, i pretoriani e il loro prefetto garantivano la sopravvivenza stessa di chi governava. Andando avanti con gli anni, questo corpo militare si arrogò sempre più potere fino a diventare non più un vanto per l'Impero ma una vera e propria croce che Costantino estirpò definitivamente. Dall'altro lato vorrei approfondire il discorso di quelli che possiamo definire "casi scatenanti".Nella storia capitolina, ognuno al potere ha potuto osare fino a un determinato limite, costituito da quelli che sono i valori portanti e gli interessi particolari della società romana, o quantomeno dei poteri forti in essere in quel determinato contesto. Ritornando a Probo, da grande generale amato dai suoi uomini, commise l'errore di pretendere che le legioni non impiegate in guerra si impegnassero a coltivare terreni o bonificarne altri, a fare strade e costruire acquedotti. Peccato che il concetto di soldato-cittadino fosse superato da secoli ormai. I novelli "Cincinnato", in realtà soldati professionisti al soldo, si irritarono a tal punto da defenestrare il loro glorioso comandante. I legionari non combattevano per chissà quale ideale di amor patrio. Andare in guerra significava saccheggiare e ricevere compensi e donativi con la prospettiva di tornarsene a casa con un bel gruzzolo alla fine del servizio, qualora si fosse rimasti in vita. Pertinace, uomo all'antica e tutto d'un pezzo ricevette la porpora dai soliti pretoriani. Egli voleva emulare le gesta che furono di Marco Aurelio con una gestione dello Stato morigerata e concreta. Ritenne superfluo ricompensare i pretoriani per quanto ricevuto e quelli lo uccisero. Machiavelli definì Pertinace un uomo troppo onesto che si attirò l'odio di chi gli stava intorno proprio a causa dell'eccessiva onestà.

Gaio Cesare Caligola

"Soldati pretoriani" - Pannello del Grande Fregio traianeo - Arco di Costantino in Roma

La politica della prima Roma Imperiale era un gioco di equilibrio tra poteri al quale si sommava un ipocrita canovaccio di valori di civiltà e democrazia pseudo-repubblicani. L'imperatore doveva aver riguardo di entrambi gli aspetti. La forza di Augusto come di Tiberio, personaggi che furono esempi di efficacia, fu proprio nel mascherare la loro autorità, ponendosi non come sovrani assoluti ma come primi inter pares. Il loro prestigio si fondava sull'auctoritas dato che i poteri che esercitavano erano gli stessi delle maggiori figure magistratuali repubblicane (consoli e pretori). Da un lato la tribunicia potestas (i poteri in essere ai tribuni della plebe) con lo ius intecessionis (facoltà di veto), l'inviolabilità della persona e il diritto di convocazione dei Comitia per proporre le leges. Dall'altro un imperium proconsulare per estendere la competenza del princeps sulle province. In questo caso tale imperium era maius, ovvero superiore a quello dei governatori provinciali, siano essi legati che proconsoli. Ovviamente tali prerogative erano vitalizie e a quanto sopra elencato si aggiunse il potere di convocare il Senato. Augusto conseguì l'accordo perfetto con la più antica assemblea di Roma. Tiberio ne rispettò il ruolo all'interno di un rapporto difficile e contrastato. Nel caso del nostro Caligola, la fatidica goccia che fece traboccare il vaso fu determinata dalla sua presunzione di ergersi a dio sceso in terra. Un Giove in sembianze umane che se ne andava in giro per Roma pretendendo inchini e prostrazioni da nobili e senatori. Caligola a differenza dei suoi predecessori, ebbe una concezione diversa del potere che deteneva, vertendo verso un assolutismo di stampo orientale ed ellenistico. Si considerava un dio e pretendeva di essere divinizzato ancora in vita con un culto vertente sulla sua persona che prevedesse statue, templi e altari dedicati. Persino le sorelle vennero rappresentate su alcune monete con attributi divini con particolare attenzione per Drusilla, la sua favorita. Caligola ostentava con scene ridicole questa sua presunta divinizzazione. Dalla mascherata in Giove alla costruzione di un lungo ponte di barche attraverso il golfo di Napoli per vantarsi di cavalcare le acque come Nettuno, alla conquista del mare attraverso quella scellerata campagna militare che lo portò sulle rive della Manica. Le sue eccellenti doti di oratore, condite da pungente sarcasmo, vertevano sempre a mettere in imbarazzo senatori ed eruditi e qualunque cosa rimandasse alle usanze e ai valori della Roma repubblicana o augustea. Si circondò di figuri abietti, raccolti tra le corti orientali, procedendo verso una intollerabile degenerazione dei costumi. Una rottura col passato che intimorì i capitolini, già vessati da omicidi, proscrizioni e follie varie. Per i romani era inconcepibile tributare onori divini ad un imperatore ancora in vita, figurarsi ad uno che pretendeva un seggio in Senato per il proprio cavallo. I Giudei, ancor più ferrei, rifiutarono con la forza tale imposizione. Ad Alessandria per tale ragione si registrarono scontri tra giudei e abitanti locali. Nella sempre riottosa Giudea, già spiravano venti di rivolta ai quali Caligola rispose con un editto che obbligava a sostituire in toto il culto locale con quello imperiale, editto fortunatamente mai andato in esecuzione. La situazione gli stava sfuggendo di mano e molti videro negli atti dell'imperatore un pericolo per la sopravvivenza della stessa Roma. Ad agire furono i pretoriani che proprio da quel momento presero ad arrogarsi sempre più diritti nell'indirizzare il corso politico dell'Urbe, attraverso intrighi, pressioni ed eliminazioni fisiche. Cassio Cherea, un milite che Caligola derideva come effeminato, il 24 gennaio del 41 d.C. infilzò l'imperatore in un corridoio sotto il Palatino mentre i suoi compagni si sbarazzavano di Cesonia, sua quarta moglie e della piccola Giulia Drusilla, nata da poco dalla loro unione. Nascosto tra i tendaggi del palazzo, con il terrore di essere passato a fil di spada, stava quel giorno lo zoppo e balbuziente fratello di Germanico, nonché zio dell'appena eliminato Caligola. Quando i pretoriani lo scoprirono e lo condussero di forza al campo pretorio, pensò di essere finito. In realtà quel giorno divenne il quarto imperatore della dinastia Giulio-Clauda col nome di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico.
Per le immagini: pubblico dominio da fonte Wikipedia.Bibliografia- Gli Imperatori romani - Storia e segreti di Michael Grant - Newton Compton Editori;- I personaggi più malvagi dell'antica Roma - Sara Prossomariti - Newton Compton Editori;- I grandi generali di Roma Antica - Andrea Frediani - Newton Compton Editori;- Storia romana - Giovanni Ieraici, Arnaldo Marcone - Le Monnier- Fonti per la Storia romana - Giovanni Ieraci, Arnaldo Marcone - Le Monnier

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