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GEHENNAH @Closer, Roma, 6.2.2015

Creato il 08 febbraio 2015 da Cicciorusso
gehennah_coliseum

“Touring Italy. First venue already in ruins” (dalla pagina facebook dei Gehennah).

Appena entro al Closer (che “closer” lo è davvero, dato che si trova a un paio di chilometri dalla Metal Skunk mansion), capisco subito che sarà una serata come si deve. Tutti sbronzi e caricati a pallettoni. Sul divanetto vicino alla cassa c’è un trippone in coma etilico con i pantaloni mezzo abbassati. Giustamente, se collassi, vuoi stare comodo. Vedo ragazzi di vent’anni con il mullet. Gli astanti più anziani sfoggiano invece gli immancabili giubbotti jeans tappezzati da toppe di oscuri gruppi speed dei primi anni ’80. Alcuni non li conosco neanch’io. Ed è giusto così. Perché anche se ascolti la musica del diavolo da vent’anni e ne scrivi da quasi altrettanti, ci deve essere sempre un metallaro più vecchio di te che ti fa vergognare della tua incompetenza. Arrivo troppo tardi per i Vesper e i Necromancer. Provo a rimediare acquistando il 7″ dei primi al banchetto. Sotto stanno suonando i Baphomet’s Blood e la sala è zeppa come un vagone della metro B alle 8 del mattino. Ammetto di non aver mai ascoltato prima gli ascolani, in giro da oltre dieci anni; ho recuperato poco prima del concerto. Come gli headliner, hanno i busti di Cronos e Lemmy in soggiorno ma, a differenza loro, di hardcore non hanno nulla. Metallone anni ’80 figlio della Nwobhm ma suonato con la cazzimma del senno di poi del thrash. I tempi sono quasi sempre sparatissimi, a dirigere i giochi sono le chitarre, che ti sbattono da un riffaccio alla Motorhead a un passaggio melodico alla Angel Witch. E, allo stesso tempo, per quanto suonino classici, non hanno un gruppo preciso che si potrebbe prendere come riferimento per descriverli. Il che è positivo. E c’è un bordello di gente sotto, non si passa. I marchigiani concludono tra gli applausi con l’inno da veri filologi Italian steel e una cover del “miglior gruppo del mondo”, una Overkill assassina. Corro a prendere un’altra birra e mi piazzo in prima fila. Devo far vedere a Mr. Violence che so un sacco di testi a memoria. Soprattutto quelli di King of the sidewalk, classe 1996, del quale purtroppo non suoneranno la title-track, il mio pezzo preferito, un inno all’alcolismo molesto dai testi fantastici. Perché per me i Gehennah, uno dei miei gruppi feticcio indiscussi, sono un po’ come i Cripple Bastards, mi piacciono anche dal punto di vista lirico. Raccontano degradanti storie di vita vissuta con autoironia bukowskiana e icasticità manowariana:

At the fucking bar the floor I hit, don’t need no chair, I’m too drunk to sit A girl comes asking me to dance, “Of course not, whore, so kiss my ass”

Back in the streetlight, stolen brew in my hand I behave like an asshole, a horrible man

Vabbè, il testo di King of the sidewalk andrebbe riportato integralmente con note critiche a margine. O ancora, da Decibel rebel, dell’anno successivo:

Chase him through the alleys, through ever street in town – Beat him! In the name of metal, beat that poser down!

Non ho citato Bukowski a caso, credo non esista qualcuno nella storia dell’heavy metal che abbia scritto di alcolismo in maniera più toccante dei Gehennah. Non sono cruccamente goliardici come i Tankard, tutt’altro. Sono devastanti, quasi celiniani:

Punding headache, the morning after is here Loss of memory, drank too many beers The cash I had is gone, don’t know what’s said or done I only have some flashbacks and a head that doesn’t fit

hardrocker_gehennah
La formazione è quella vecchia, a parte il bassista, Charley Knuckleduster, arrivato un paio d’anni fa, quando si sono non dico riformati ma riattivati dopo sedici anni nei quali avevano cacciato a stento un ep, probabilmente perché bevevano troppo per portare avanti la band con costanza. L’anno scorso è uscito un altro ep di quattro pezzi, Metal Police. Attaccano con la title-track del suddetto e sono subito mazzate. Poco dopo è il momento delle meravigliose avventure della prostituta metallara di Bitch with a bullet belt e mi butto al centro per strepitare i testi (poesia pura: she’s a bitch with a bullet belt/ got the biggest tits you’ve ever felt/ can’t resist her fatal charm/ but if you’re wimpy she will break your arm). Non sono l’unico. Siamo almeno una dozzina a saperli. Mr. Violence ci passa il microfono. Sarà che nel frattempo hanno imparato a suonare ma dal vivo sono molto più precisi e quadrati che su disco. Gli svedesi hanno questa caratteristica di filare sempre e comunque puliti, a prescindere dal genere. A volte è un pregio, a volte un difetto. In questo caso è un pregio. Pezzi che in studio erano sbracati e caciaroni sul palco diventano più violenti e aggressivi. Applicano ai riff dei Venom le dinamiche D-beat. Un po’ come i Wolfpack. Nei gruppi scandinavi capita spesso che ci sia un membro esteticamente decontestualizzato. Tipo il bassista dei Before the dawn. Stavolta è il caso dell’emaciato chitarrista Stringburner, un tipo alla Keith Richards con la bandana che suona con la sigaretta in bocca. Mr. Violence, il volto placido da bambacione nordeuropeo, sorride perché un simile casino non se lo aspettava manco lui. Uno degli organizzatori della data dice che c’è addirittura gente dalla Grecia e dalla Romania. Concedono il bis, purtroppo non quello che invocavo io (oltre a King of the sidewalk, hanno escluso anche Beat that poser down, mannaggia), a un certo punto interrompono la canzone e se ne vanno nel backstage. Uno di noi entra per chiedere cosa fosse successo e loro rispondono che semplicemente non gliela facevano più. Del resto una cover di GG Allin (Drink fight and fuck, con il microfono al pubblico nei ritornelli) non la fai mica a caso.



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