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Giáp, la morte dell’ultimo rivoluzionario

Creato il 08 ottobre 2013 da Rodolfo Monacelli @CorrettaInforma

È morto il generale Giáp, l’uomo che cacciò francesi e americani

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Alla veneranda età di 102 anni, il leggendario generale Võ Nguyên Giáp è morto venerdì 4 ottobre 2013 ad Hanoi, nel suo Vietnam, in un ospedale militare in cui era ricoverato da tempo.

Il Generale Giáp (pronunciato “Zhap”) era uno degli ultimi rivoluzionari comunisti che hanno guidato il Vietnam, con eroismo, verso l’emancipazione dagli imperialismi coloniali francese e americano, sconfiggendoli entrambi. Il suo nome, impresso nella memoria collettiva di molti, occidentali e orientali, si trova sui libri di storia, ove resterà memorabile anche ai posteri. Il soprannome “Napoleone Rosso”, forse è un po’ improprio – perché il suo ruolo non fu tanto quello di conquistare gli stati limitrofi, quanto quello di portare all’indipendenza l’intera nazione vietnamita –, però può tratteggiare l’importanza di questo individuo storico-universale, come lo descriverebbe Hegel.

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La presenza lucida di Giáp e i suoi numerosi scritti che continuava a pubblicare negli ultimi anni stavano a testimoniare che per chi lotta con coraggio per la libertà è sempre possibile sconfiggere il nemico, anche il più potente. Il numero piccolo può sconfiggere il numero grande, la strategia dell’uomo può vincere, anzi, deve vincere quella dei calcolatori. Con la sua persona ha mostrato che il mondo avrebbe potuto avere un destino differente dalla fine della storia a stelle e strisce. Per quasi due decenni, tra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso, il nome del Generale Giáp era secondo solo a Ho Chi Minh, tra gli avversari più temuti dai francesi e dagli americani. La lotta anticoloniale contro gli eserciti invasori — i quali erano dotati di un’indubbia superiorità quanto ad armamenti — si protrasse per lunghi anni e causò la cifra spaventosa di tre milioni di morti, ma alla lunga furono i resistenti vietnamiti a dimostrare quella strenua determinazione che portò alla resa occidentale.

Sin dalla sua giovinezza mostrò un forte spirito anticoloniale, appreso dal padre, piccolo proprietario terriero di fede nazionalista, poi caduto in miseria. I biografi raccontano che il giovane Võ Nguyên Giáp a quattordici anni militava già tra le compagini dei socialisti, e a diciotto fece il suo primo incontro con la prigione. Studiando in una scuola francese, che a parole insegnava gli ideali di liberté, fraternité, égalité, poteva constatare che l’occupazione coloniale si determinava ben diversamente; nel 1937 si laureò in legge e in economia politica e in seguito divenne insegnante presso l’istituto privato Thăng Long School di Hanoi, dove si distinse per le sue lezioni sulla Rivoluzione Francese. Nel frattempo continuava la sua militanza attiva, contribuendo con articoli per giornali anticoloniali, e approfondendo gli studi marxisti sui libri di Lenin e di Mao. A partire dal 1939, anno in cui fu messo al bando il Partito Comunista Indocinese a seguito del patto Molotov-Ribbentrop, i maggiori dirigenti comunisti, e con lui Giáp, andarono in esilio in Cina. Egli però fece ritorno in patria nel 1942, iniziando un’attività sotterranea di reclutamento per costituire un esercito di liberazione nazionale, forte del sostegno di Hồ Chí Minh, fondatore del Partito Comunista Vietnamita, che lo chiamò a guidare i Việt Minh. Nei villaggi si rese conto della disorganizzazione della compagine resistente, ma con il suo carisma riuscì a creare una forza organizzata in grado di sconfiggere gli oppressori della patria.

La strategia di Giáp si ispirò agli insegnamenti di Mao Zedong, che considerava la guerriglia e l’indottrinamento politico come elementi fondamentali per una rivoluzione vincente. Così facendo, il Generale Giáp dapprima contribuì a sconfiggere l’impero giapponese nel 1945 a Hà Nội, poi l’esercito francese e la sua Legione Straniera il 7 maggio del 1954 nella celebre battaglia di Ðiện Biên Phù, che segnò una decisiva vittoria delle forze nazionaliste dei Việt Minh. Assediati per otto settimane dalle forze vietnamite, nonostante il supporto statunitense, i francesi furono costretti alla resa dopo uno scontro frontale. La Francia dovette concedere l’Indipendenza del Vietnam, facendo così cadere il mito dell’invincibilità degli eserciti occidentali. Questo scontro ebbe una portata immensa, anche perché aprì la strada a numerose altre insurrezioni e rivoluzioni anticoloniali in tutto il mondo: Algeria e Cuba, in primis.

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La conclusione della Guerra di Indocina fu sancita con gli accordi di Ginevra, che prevedevano una zona demilitarizzata tra le forze in campo lungo il 17º parallelo, in attesa delle elezioni unitarie che si sarebbero dovute tenere nel 1956. Ma ben presto tale linea temporanea di cessate il fuoco divenne un confine definitivo, perché il governo anticomunista di Ngô Đình Diệm (un vietnamita che viveva negli USA), insediatosi a Saigon con l’aiuto occidentale, dopo la deposizione dell’imperatore Bảo Đại, non volle accettare la riunificazione. Si calcola che in questo periodo oltre un milione di vietnamiti, in larga parte cattolici, si spostò dal nord al sud del paese, temendo persecuzioni contro una religione ritenuta reazionaria e coloniale. Infatti, pur essendo stata garantita libertà di fede nel nord del paese, gli edifici di culto e il clero caddero sotto il controllo diretto dello stato. Ma ci fu anche una migrazione in senso opposto, seppur più contenuta, di oltre centomila Việt Minh verso il nord, in quanto il governo di Diệm si rivelava altrettanto dittatoriale, anche perché venne lanciata una massiccia campagna per annientare tutti gli oppositori. Fu proprio questa repressione che spinse il governo del Nord a organizzare e incoraggiare le forze di resistenza presenti al Sud, nel 1957, consapevoli del malcontento popolare nei confronti delle riforme economico-amministrative di Diệm. Gli Stati Uniti d’America, prima con John Fitzgerald Kennedy e poi con Lyndon Johnson, entrambi appartenenti al Partito Democratico, rafforzarono il loro sostegno al regime sudvietnamita; a partire dal 1964 iniziarono a bombardare a tappeto tutto il Nord del Vietnam, tuttavia con esiti inferiori alle aspettative.

L’impegno militare americano era volto al contenimento geopolitico del blocco sino-sovietico, quello nordvietnamita invece alla riunificazione di una nazione lacerata. Gli occidentali utilizzavano il napalm e i defolianti, con effetti devastanti sulla popolazione e sulle foreste; i resistenti si difendevano come potevano, forti della conoscenza del territorio e della indomita volontà di liberare la propria terra dagli invasori e riunificarla.

Tra i vari episodi di questa guerra cruentissima, nessuno potrà scordare l’offensiva del Têt, nei primi mesi del 1968, quando l’esercito nordvietnamita regolare (NVA), comandato dal Generale Giáp, coordinò con la guerriglia Việt Cộng (NLF, “Vietnamiti rossi”) una serie di attacchi, molti dei quali suicidi, in più di cento città del Vietnam del Sud, collaborazionista, che continuava a configurarsi come uno stato controllato politicamente, militarmente e economicamente dagli Stati Uniti d’America. A fronte di una immediata sconfitta militare con decine di migliaia di morti per la resistenza anticoloniale, i resistenti ottennero però un risultato psicologico di proporzioni ben più ampie, mostrando la vulnerabilità degli americani e del regime fantoccio di Saigon.

Questo alimentò le speranze di molti vietnamiti e, al contempo, sconvolse le coscienze degli abitanti del mondo occidentale, che furono resi protagonisti di una guerra senza precedenti anche dal punto di vista mediatico, alimentando un’altra ondata di proteste. Giáp tra le varie doti aveva quella di essere un abile comunicatore, pertanto riuscì a centrare la sua intenzione di far entrare “la guerra nelle case famiglie americane, perché sapevamo che la maggior parte di loro non aveva nulla contro di noi”. Come disse il Generale Giáp stesso, quella che inizialmente doveva essere segnale per la popolazione sudvietnamita, ebbe effetti assai più sconvolgenti per gli americani che, a fronte di un attacco intrapreso con una simile determinazione, si resero conto che la loro vittoria finale non sarebbe stata per nulla scontata. Il presidente americano Lyndon Johnson decise a sorpresa di non ricandidarsi; con l’elezione del suo successore repubblicano Richard Nixon le forze armate americane iniziarono lentamente a ritirarsi, adottando una politica definita “Vietnamization”, per contenere le perdite occidentali esponendo maggiormente i vietnamiti del sud ai combattimenti.

Infatti, i costi per la Guerra del Vietnam erano diventati difficilmente sostenibili persino alle tasche del tesoro della prima potenza economica mondiale, che da lì a poco, nel 1971, avrebbe dichiarato l’uscita dagli accordi di Bretton Woods, mentre l’insofferenza dell’opinione pubblica si faceva ogni giorno sempre più insistente.

Nel 1972 l’esercito del Nord tentò un’altra offensiva, anche questa con un numero altissimo di vittime e conclusasi con una sostanziale sconfitta. Il Generale Giáp fu sostituito da  Văn Tiến Dũng, ma continuò a ricoprire l’incarico di Ministro della Difesa sino al 1980. Pertanto fu il suo dicastero a rivendicare il 30 aprile 1975 la caduta di Saigon, con la resa finale del Vietnam del Sud e degli Stati Uniti d’America. La disfatta, umiliante e caotica,  fu anche più grave di quella subita dai francesi, dal momento che gli americani dovettero rassegnarsi di fronte al completo fallimento dei loro obiettivi politici e diplomatici. Fu così che subirono la prima vera sconfitta politico-militare della loro storia. Il Vietnam del Sud venne annesso al Nord con la costituzione di una Repubblica socialista unitaria, anche se il processo di riunificazione fu doloroso e costò la morte di centinaia di migliaia di avversari politici – molti dei quali in “campi di rieducazione” – sospettati, a torto o a ragione, di aver simpatizzato con il precedente governo collaborazionista.

Pol Pot Giáp, la morte dellultimo rivoluzionario
Il Generale Giáp nel gennaio 1979 sostenne l’invasione della Cambogia contro i Khmer Rossi, anch’essi comunisti ma maggiormente filocinesi, contribuendo a deporre il loro sanguinario leader Pol Pot. Sempre lo stesso anno condusse la sua ultima campagna militare quando la Cina osò penetrare i confini vietnamiti per sancire il proprio predominio regionale. Nel 1982 si dimise dal Politburo e nel 1991 abbandonò ogni carica politica, continuando però a rappresentare un simbolo di resistenza antimperialista per tutte le generazioni. Sostenitore di un comunismo non dittatoriale, negli ultimi tempi Giáp mostrava altresì una notevole sensibilità nei confronti delle tematiche ambientali e caldeggiava alcune graduali riforme economiche per fronteggiare la povertà del suo paese. Dopo aver sconfitto temuti avversari considerati invincibili, il Vietnam potrà ora sconfiggere quest’altro nemico.

Il suo carisma personale ha motivato migliaia di sinceri patrioti vietnamiti come lui a combattere con onore e determinazione per l’indipendenza della propria nazione, inflessibili di fronte alla morte. Probabilmente la coscienza del Generale Giáp avrà tentato di rispondere all’interrogativo se sia valsa la pena di sacrificare così numerose vite per poter liberare il Vietnam dagli eserciti invasori, e quindi dal giogo dell’imperialismo. A prescindere dalle risposte umane, che spesso risultano vane, vogliamo ricordarlo con un suo monito memorabile riportato anche da Oriana Fallaci, che ebbe l’onore di intervistarlo nel 1968: “Noi siamo per la pace; ma la sola pace concepibile, per noi, è la pace vera: la pace nell’indipendenza e nella libertà. Non ci sono alternative”.


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