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Giappone e Libia: la sfida globale

Creato il 19 marzo 2011 da Casarrubea

 

Giuseppe Casarrubea

 

Giappone e Libia: la sfida globale

guerra

Ervin Laszlo  è un filosofo ungherese (Budapest 1932) autore di oltre settanta pubblicazioni. Alcune hanno una rilevanza notevole nella civiltà nella quale viviamo. La sua attualità, come quella di molti altri intellettuali, sta nella sua capacità di leggere il mondo, cioè le tragedie alle quali assistiamo.  Impotenti, o da posizioni di tifoseria sportiva.

Mentre entrano in crisi irreversibile quattro centrali  atomiche giapponesi e l’intero mondo rischia  di non avere più certezze di fronte all’impero assoluto della natura e della sua forza invincibile, i gruppi di potere che abbiamo, non solo in Italia ma in buona parte dei cosiddetti Paesi sviluppati, rispondono al disastro con l’inconsciente freddezza degli irresponsabili. Dicono prima che non ci si deve fare prendere dalle emozioni, assumono poi posizioni tattiche e, quando circa quattro milioni di giapponesi hanno evacuato Tokio, pensano che forse il problema è serio. Sono i soliti, abituati a sparire dietro la prima curva. Ma gli italiani non hanno bisogno di simili governanti e sarebbe bene che cominciassero a pensare finalmente ad essere guidati da un governo capace di tenere la testa sulle spalle e i piedi per terra. Tra la gente e i fatti che accadono giorno dopo giorno. Guardando avanti nei prossimi vent’anni.

Giappone e Libia: la sfida globale

Ervin Laszlo

Ma i governanti europei, e i politici nostrani, come bravi attori di tragedie greche, si scambiano spesso le maschere. I pacifisti diventano guerrafondai, e i taciturni come Nicolas Sarközy, fanno a gara per la supremazia che le domestiche vogliono avere a casa del  loro padrone. Vogliono apparire i primi della classe.  C’è una sinistra interventista e una destra pacifista, quando non presa da antichi furori, cari un tempo ai nostri Giolitti e Crispi. Nel mezzo ci sono tutti gli altri, sempre disponibili a recitare le loro parti, ad agitare bandiere o a genuflettersi mentre i signori della guerra fanno sentire  già da lontano la loro sferza, prima ancora che si insedino in casa altrui.

Da bravo pacifista e clintoniano, Obama ha così la sua prima vera guerra,  la Gran Bretagna può sperimentare meglio il suo sempiterno affiancamento al postcapitalismo planetario, e Sarközy può finalmente agitarsi un pò facendo vedere i suoi muscoli. Ma il porco pensa sempre alle ghiande  e tutti  fingono di darsi da fare per una buona causa. Come se stessero giocando una partita contro un avversario che di fatto è solo un tizio crudele e ridicolo, tenuto in piedi per quarant’anni, ed ora, in piena crisi petrolifera, costretto al suicidio in casa propria.

Giappone e Libia: la sfida globale

Obama

I potenti, però, eludono la questione nodale di uno sviluppo sostenibile in un sistema globale nel quale tutto sembra tenersi insieme. Ma non sono allo stesso modo più capaci di reggere in modo chiaro e deciso le scelte che li hanno indotti a decidere in ventiquattro ore per una guerra. Si dice per la libertà, per cause umanitarie. E questo era già nel conto, come sempre è accaduto.  Quante guerre si sono fatte nel mondo in nome della libertà? Una guerra che essi hanno dichiarato, con la copertura del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, partita dopo l’input degli Usa, e il seguito della Francia, della Gran Bretagna e del Canada. E, non poteva mancare, dopo i mille voltafaccia del governo Berlusconi,  il nostro Paese.

“Non faremo gli affittacamere” ha detto il ministro della Difesa Ignazio La Russa. Cioè non saremo presenti nel teatro  di guerra solo mettendo a disposizione le nostre basi militari. Per non fare l’affittacamere, il ministro trasforma la Libia in un altro Afghanistan, perchè è sicuro che con tutta la buona volontà dei nostri democratici occidentali, la Libia non sarà mai una repubblica democratica del tipo di quella che abbiamo in Europa. Sono partiti in avanscoperta i ragazzi e ora, dietro di loro, ci sono i colonnelli che hanno tradito Gheddafi. Oltre agli islamici integralisti, da lungo tempo silenti.

Ma – ci si chiede  – non bastano gli Usa, la Francia e la Gran Bretagna a radere al suolo quello che è già un deserto di disperati? Occorre tanta mobilitazione per ridurre a miglior consiglio un signore al quale fino a qualche settimana fa il nostro presidente del Consiglio baciava la mano? Tutto ricorda la caccia a Bin Laden quando si cominciò a bombardare l’Afghanistan, o si dichiarò guerra unilaterale all’Iraq. Si disse che Saddam Hussein stava preparando i suoi ordigni nucleari per distruggere l’Occidente. Con la conseguenza che il terrorismo internazionale è aumentato di entità e pericolosità.

Posizione equivoca questa di La Russa. Primo perchè finora il governo  ha fatto il doppio gioco, dopo il ventennale rapporto di amicizia mantenuto  con Gheddafi. E  secondo perchè le basi messe a disposizione dall’Italia per operazioni contro la Libia non appartengono all’Italia se non da un punto di vista meramente geografico. Sono basi della Nato, sulle quali il controllo diretto è esercitato  dai vari Paesi che vi aderiscono e, in primis, dagli Usa.

Siamo dunque alle solite, con la nostra ambivalenza e la nostra incapacità.  E con un grave e storico problema di coscienza collettiva.

Ricorrono quest’anno i cento anni di conquista coloniale  della Libia da parte dell’Italia. Avvenne con stragi, stermini, massacri. Centinaia di migliaia i civili ammazzati dal nostro esercito. Per non parlare dell’iprite sparsa dai con i nostri aerei sui cieli della Sirtica nel 1930. Solo per questo fatto l’Italia non ha alcun titolo per intervenire in nulla sulle questioni libiche. Di carneficine ne ha già fatte abbastanza, in Libia come in Etiopia, nel 1936. Può solo assolvere compiti sanitari, di aiuto alle popolazioni,  di sostegno alla composizione del conflitto e di sviluppo.  Un suo intervento militare diretto è un oltraggio alla storia. E invece, nelle ultime ore, La Russa è diventato da affittacamere a cobelligerante in una guerra di pazzi che non ci darà nulla, se non perdite, nel breve e nel lungo periodo.

E da qui l’attualità di Laszlo. Un richiamo a questa nostra sinistra smemorata.  Il filosofo solleva già nel 2007 una delle questioni nodali con “Il punto del caos. Guerre, catastrofi naturali, sistemi sociali in difficoltà: che cosa fare prima che sia troppo tardi?”. E’ una domanda sulla quale convergono gli interessi  di un altro intellettuale, questa volta di origini sloveno-triestine, ma impegnato per oltre cinquant’anni in un’area periferica dell’Italia, quale la Sicilia occidentale: Danilo Dolci.  Entrambi ci parlano di una necessaria e decisiva scelta, di una missione sulle quali si è riflettuto assai poco.

Le correlazioni tra Laszlo e Dolci sono messe in evidenza da Antonino Mangano che scrive: “Gli orizzonti [...] del futuro sottolineano le alternative che si aprono oggi per l’umanità. Involuzione verso l’estinzione o evoluzione verso un nuovo livello di esistenza. Le responsabilità sono oggi massime – prosegue Laszlo – Essendo diventati coscienti dell’evoluzione, noi dobbiamo proporci un’evoluzione cosciente. Da qui il collegamento di Laszlo con Dolci:Laszlo riprende questo tema, collegandolo alla struttura maieutica, quale è ‘resa concreta dai gruppi attivi con Danilo Dolci’. ‘E continua: ‘Non possiamo raggiungere la prossima tappa della nostra evoluzione collettiva senza dare origine a un nuovo modo di sentire e di agire. [...] Abbiamo bisogno di una percezione del mondo e di noi stessi integrata. Il compito epocale che ci aspetta è di fare evolvere modi di vivere e di agire che siano appropriati all’era delle informazioni diffuse globalmente, nella quale siamo tutti proiettati. [...] Il mondo contemporaneo è maturo per un importante passo avanti nella sua coscienza collettiva”.

Cioè: come è possibile evitare il male assoluto della guerra e del disastro atomico?

Giappone e Libia: la sfida globale

Danilo Dolci durante un incontro a Borgo di Dio (Trappeto, Palermo)

Scrive Laszlo: “Oggi viviamo nel mezzo di una delle più profonde, e certamente più veloci, trasformazioni della storia dell’umanità. All’alba del prossimo secolo quasi tutti gli aspetti e le attività della vita umana saranno esercitati all’interno di interazioni globali, di mercati globali, di tecnologie globalmente efficienti e informazioni circolanti in un sistema globale. Vivere e agire nelle nuove condizioni comporterà pertanto un diverso modo di agire e di pensare.

Anche a causa della velocità con la quale l’era prossima sta irrompendo su noi, nella nostra generazione e nella generazione dei nostri figli non si sono ancora evoluti la logica, i valori e le pratiche necessari. Nella maggior parte dei casi stiamo per ora cercando di fronteggiare le condizioni della emergente società del XXI secolo con le forme di comportamento del sistema industriale del XX secolo. Questo, tuttavia, equivale al tentativo di vivere nelle città industriale degli anni ’90 con la forma mentis dei villaggi feudali del Medioevo. È insufficiente e, a causa della vulnerabilità delle nostre temporanee strutture sociali ed ecologiche, perfino pericoloso. Il pericolo riguarda tutti noi.

Ecco perché la maieutica strutturale oggi, come resa concreta dai gruppi attivi con Danilo Dolci, è essenziale. Non si può risolvere un problema fondamentale con il modo di pensare che ha originato il problema. Come ha detto Einstein. Non possiamo raggiungere la prossima tappa della nostra evoluzione collettiva senza dare origine a un nuovo modo di sentire e di agire. Far nascere è un processo difficile e spesso doloroso: è necessario aiutarlo con una pratica ” maieutica “. Abbiamo bisogno di una percezione del mondo e di noi stessi integrata. Il compito epocale che ci aspetta e di fare evolvere modi di vivere e di agire che siano appropriati all’era delle informazioni diffuse globalmente, nella quale siamo tutti proiettati. [...] Dobbiamo riscoprire la nostra umanità, la nostra identità e il nostro ruolo. Il metodo strutturale maieutico aiuta le persone, specialmente i giovani la cui generazione non può più evitare e ignorare il compito epocale di tener fede alle trasformazioni che sono in divenire, a identificare se stessi, a conquistare la giusta fiducia in sè e nel proprio ruolo. Ciò è vitale per tutti noi. Evolvere la conoscenza e l’intuito che può dare origine a modi di vivere e di agire efficienti e responsabili è l’immane compito dei nostri tempi: aiutare la nostra e la futura generazione a dare alla luce il nuovo pensare, sentire, percepire. Nella nostra epoca che si avvia alla comunicazione a livello mondiale, nuove idee e valori si diffondono rapidamente nei cinque continenti, malgrado le resistenze inerziali: essi corrispondono a un bisogno profondamente sentito nella società”.


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