Che dire? Ginettaccio finì in uno di quei consueti, insulsi e inutili dualismi che tanto appassionò gli italiani dopo la guerra, persino nelle sorti politiche di un paese non ancora abituato alla democrazia (e quando mai lo è stato?), che si affidò addirittura alla vittoria nella Grande Boucle per scongiurare una guerra civile (che sarebbe stata, casomai, incivile come tutte le altre precedenti). Gino Bartali non può e non deve essere ridotto solo a questo: come atleta ha dovuto sacrificare cinque anni della sua carriera per l’interruzione delle gare durante la IIª guerra mondiale, perdendo a 26 anni la possibilità di conquistare nuovi allori in Italia e nel mondo; come persona s’è messo a disposizione della Resistenza contro il nazifascismo e ha contribuito a salvare molti ebrei con la propria generosità[1]. Oggi ricordiamo, a un secolo preciso dalla sua nascita, un grande italiano, un grande uomo che ha saputo dare un senso alla propria vita con azioni concrete, non con le chiacchiere. Mentre altri discutevano, scribacchiavano, si beccavano come i polli di Renzo, Bartali pedalava e mostrava ai suoi concittadini che l’unica soluzione per uscire dalla mediocrità era prendere la bicicletta e proseguire con obiettivi precisi. Pochi lo hanno seguito, illudendosi d’averlo superato, ed è per questo che siamo ancora qua a mordere la sua polvere… L’è tutto sbagliato, tutto da rifare? Allora rifacciamolo! Non fu lo stesso Bartali a dire: «Gli italiani sono un popolo di sedentari. Chi fa carriera ottiene una poltrona.»?