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Giovanni Giraldi: Il testamento di Mosè

Creato il 21 dicembre 2014 da Rodolfo Monacelli @CorrettaInforma

Ecco il terzo e ultimo dei tre racconti che abbiamo pubblicato per ricordare Giovanni Giraldi

Giovanni Giraldi Giovanni Giraldi: Il testamento di Mosè[La Bibbia racconta che il vecchio Mosè morì – misteriosamente – sul Monte Nabi, in vista di Gerico; ma come? E dove fu sepolto? Silenzio: “Lo ha sepolto Javè” … Forse fu ucciso dagli stessi capi Israeliti, con i quali fu sempre in rabbiosa contesa. Io ho ideato invece il suo rapimento da parte di una pattuglia del faraone Menephtat II e sarebbe morto prigioniero “nobile” in Egitto. Il canto qui è anche una terza metafora della mia morte, per bene alluse somiglianze di eventi.]

 

Io qui morrò. Questo mio vecchio corpo sarà chiuso nel ventre di una delle cento piramidi, indistinto, per sempre da tutti ignorato. Tu, però, scriba Egizio, porrai il rotolo di questo mio testamento sotto la copertura della mia testa; sul fianco poserai una canna tolta alle acque di questo fiume, che mi udì piangere neonato; la canna significherà anche il vincastro di pastore del popolo, che mi è stato sottratto. E così avrai adempiuto al mio desiderio ultimo.

Scriba Egizio, scrivi ora il mio cantico di morte. L’ultima verità si deve dire a Dio, e a sé stessi.

Infine, apro le mie ali d’aquila;

dai vertici del Sole guardo il Mondo;

dai vertici del Tempo guardo i tempi,

nonagenario.

 

Acuti come la punta del fulmine

rossa, i miei occhi sulla vastità difforme

del declinare umano, grido mòniti

oracolari.

 

Lustro di scaglie, turgido di fiele

il serpe ondava alla mia cuna intorno;

le api d’oro lacrime di miele

stillano intanto.

 

Fanciullo non amato, la mia mano

porsi alla nera mano della Morte;

patii, piangendo, della madre Vita

l’avara ritrosia.

 

Adolescente, il loro fuoco impuro

curava le mie carni immacolate;

nei loro abbracci è l’avvolgimento

falso del cobra.

 

Lampi divini nella mente giovine,

con occhi attoniti cercavo Iddio,

Lui della Vita non amico, io

della Morte nemico.

 

Nelle mie mani idoneità al Bello

molte fiorivano; allo scriba tolsi

i segreti a scolpire in marmi neri

i neri enimmi.

 

Iva – e ne era ira lieta in cuore –

l’ingegno, che carpiva ogni sapienza;

colsi del Tempio nelle immote tenebre

le immote persuasioni.

 

L’Occulto parla col tuono dei monti;

riso argentato è il ridere del mare;

dice con pio bruire la pioggia;

canta il roveto.

 

Buona la Donna m’ha dato la sua

dilettazione, l’attesa del dono,

la bianca sanità, la carità

della sua morte pura.

 

Buona è la Donna che mi fa gentile

la declinante sera della vita;

lene mi dona il dono dell’oblio

lei d’ogni fragranza il fiore.

 

Fuggo da un mondo che amato non ho;

fuggo da un mondo che amato non mia ha,

del prato magno della Solitudine

cittadino perpetuo.

 

Grido i ripudii, irrevocabili:

avete disattesa la presenza

di me gigante, voi lembi d’aborto!

Vi maledica Iddio!

 

Ai biondi amici delle bionde api

una perla di miele dal mio favo,

e spume bianche per le mani bianche

alzate al mio saluto.




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