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Giovanni Papini, Arno

Da Paolorossi

Firenze - Panorama da Piazzale Michelangelo - 2015 - 07 - 09 - DSCF0011Firenze – Panorama da Piazzale Michelangelo

Scendendo dalla campagna in città s’ha l’impressione di tornare a rinchiudersi a casa dopo aver respirato per un paio d’ore l’aria di fuori, mossa e rinfrescata dal vento. E difatti la città tutta insieme è come una grossa casa percorsa e interrotta soltanto da corridoi scoperti, coi soffitti un po’ più alti che nelle stanze dove si mangia e si dorme e che cambian colore a piacimento del sole e delle nuvole. La città è tutta una casa che sa di rinchiuso e puzza tremendamente di vita umana. E’ un grande accampamento pietrificato e invecchiato, una talpaia di sassi e di mattoni sovrapposta malignamente alla deserta libertà dei campi. Qua dentro anche gli alberi dei giardini tranquilli tra i muri e le corti, senza scosse di brezze e schiaffi di tempeste, hanno l’aria di esser copiati da quelli che si vedono sulle quinte dei teatri e i fiori delle aiole municipali, che resistono all’inverno, hanno una durezza di forma e di colore che fa ripensare  quelli di latta dipinta che si mettono sulle tombe degli ottimi padri “rapiti da morbo crudele”.

Il solo pezzo di natura naturale che ci sia rimasto è il fiume. Soltanto sboccando da qualche andito losco o elegante verso i lungarni si sente d’uscire un’altra volta di casa e si ritrova un po’ di cielo più vasto e si riscopre qualche montagna nera senza macchie bianche di case. Anche lui, povero fiume, se ha voluto passare qui di mezzo, n’ha toccate.

Sopra le sue sponde di vera terra nascevano e crescevano erbe, vinchi, canne e pioppi come più in su e più in giù e i granocchi stroncavano coi salti i dolci gambi paonazzi delle margherite. Ora lo hanno incarcerato fra due muraglioni come una bestia pericolosa, perché non trabocchi a impaurire i bottegai e a bagnare le sottane delle signore.. Non ha più golfi , non ha più insenature, non più curve. Finchè traversa la città, tra persone educate e dabbene, deve rigar dritto, come un discolo finalmente tenuto al quinzaglio da un tutore polso di ferro. In ricompensa gli crescon l’acque rovesciandogli dentro tutti gli spurghi delle fogne, tutto il porcume sotterraneo, tutti i rifiuti segreti della città. E la notte gli accendono i lumi da una parte e dall’altra perchè non sbagli strada e non favorisca il contrabbando in danno del dazio consumo.

(Giovanni Papini, “Il mio fiume” tratto da “Cento pagine di poesia”, pag. 31 e 32 – Vallecchi Editore – 1920


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