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Gli eBook non Esistono – guest post di Marco Bruschi

Da Arturo Robertazzi - @artnite @ArtNite

Gli eBook non Esistono – guest post di Marco BruschiMarco Bruschi, @paroledipolvere, l’ho conosciuto su Twitter. Si parlava di Digital Humanities (Che Diavolo sono le Digital Humanities?), e, insomma, scopro che Marco è laureato in Informatica Umanistica (che è la stessa cosa, ma in italiano). Tra l’altro quella di Pisa, la sua università, è stata una delle prime facoltà al mondo di Informatica Umanistica. La tesi di Marco si intitola Come Esplicitare le Associazioni Deboli che Esistono fra i Testi, un viaggio filosofico-tecnologico dentro Engelbart e Licklider, Ted Nelson e Berners-Lee. Marco Bruschi scrive su Wet Paint e Young Digital Lab.

Gli eBook Non Esistono

Siamo quelli che il profumo della carta se lo spruzzerebbero addosso prima di uscire, quelli che si perdono in libreria e non negli Store Online; siamo quelli che il libro non cambierà mai checché ne diciate voi maniaci dell’elettronica. I libri fanno parte di noi e sono ciò che siamo e voi non ce li toglierete: mai.

Davvero?

Piccolo passo indietro. Andiamo nel XII secolo, guidati dal saggio Nella Vigna del Testo, di Ivan Illich. Andiamo nei monasteri. Che cacchio c’era da fare nei monasteri nel dodicesimo secolo? Pregare e lavorare. Che altro? Leggere e scrivere.

Nei monasteri del XII secolo c’erano pochissimi libri, tutti scritti a mano dagli amanuensi naturalmente, ed erano ENORMI. Il libro delle omelie era piazzato in mezzo alla stanza su questo piedistallo e di solito non si muoveva mai da lì. Per spostarlo dovevano pensarci in tre o quattro, perché oltre che essere ENORME era anche pesantissimo. Quando arrivava l’ora dell’omelia il capomonaco – o una cosa del genere – lo apriva e iniziava a leggere ad alta voce alla platea degli altri monaci riunitisi per l’occasione. Questi ripetevano le parole sottovoce, tentennando la testa. Finite le omelie si alzavano e andavano a lavorare nei campi, ripetendo di nuovo le parole e associandole ai movimenti delle gambe e delle braccia. Borbottavano. Centinaia di monaci borbottanti.

Stavano leggendo.

Quello era il loro modo di leggere, per farsi entrare nella carne le parole attraverso le azioni, proprio come i ragazzini che si dondolano per imparare a memoria il Corano. Sapevano che non ci sarebbero state molte altre occasioni per “leggere” di nuovo, come lo intendiamo noi, e quindi non se la volevano far scappare. Mica c’era un libro per ognuno: ce n’era uno per tutti. La cosa migliore era ficcarselo in testa e impararlo a memoria lì e subito.

Anche se un giorno avessero avuto a disposizione un po’ di tempo e gli fosse venuto in mente di andare a rileggere – nel senso che intendiamo noi – una particolare omelia dal libro sul piedistallo – che ricordo essere sempre ENORME – la cosa poteva essere problematica. Perché il fatto è che nei libri antichi non c’era l’indice. Venne dopo anche quello, quando si ebbe la necessità – e la possibilità – di consultare un libro più volte per il proprio interesse.

Ciò che fece cambiare le cose furono le innovazioni tecnologiche. La stampa, certo, ma anche altre, soprattutto altre. Le cose che fecero cambiare davvero il libro furono essenzialmente tre: la tecnica di produzione di una carta più sottile, l’invenzione di nuovi metodi di rilegatura e l’inchiostro a base metallica. Senza queste innovazioni ora avremmo tantissimi libri stampati, certo, però ENORMI. Invece grazie a esse fu possibile avvicinarsi all’oggetto libro che oggi conosciamo. Cioè le persone poterono iniziare a prenderli dagli scaffali, andarsi a sedere e leggerli.

Nel mondo del libro era appena successo qualcosa. All’inizio era nato come evento sociale – tutti i monaci che si riunivano per ascoltare qualcuno che leggeva loro ad alta voce – poi la tecnologia lo stravolse, perché permise a ognuno di noi di avere il proprio personale libro in mano. Si passa da un evento sociale a uno personale. Si può dire che il libro rimaneva lo stesso, perché era comunque fatto di carta, ma in realtà gli strumenti utilizzati sono infinitamente diversi. E’ il testo a rimanere lo stesso, ma l’esperienza è modificata dal mezzo – dallo strumento – che si utilizza. Basti pensare che un tempo leggere in silenzio era considerata una cosa assolutamente fuori del comune: solo pochissimi ne erano in grado.

Si vede spesso proporre il trito e ritrito “libri VS ebook”. Voglio dire: manco fosse un incontro di wrestling. Consideriamo questo: oggi pensiamo più a “DVD VS cinema” come se fosse uno scontro esistenziale? Abbiamo ormai accettato che siamo di fronte a due cose diverse. Andare al cinema non è solo questione del film – che comunque vediamo su un supporto diverso, con un audio differente – è anche un evento sociale con tutte le sue caratteristiche. Vedere un DVD in camera propria è spesso un evento solitario che noi facciamo utilizzando uno strumento che ha le sue precise specificità.

Il film è lo stesso, ma le esperienze sono diverse a causa dello – o grazie allo – strumento che utilizziamo.

Con gli ebook è la stessa cosa. Gli strumenti sono cambiati e se usiamo un eBook reader non abbiamo in mano un “contenitore di libri”. Gli ebook non esistono perché è fuorviante continuare a chiamarli libri in prima battuta ed è fuorviante voler replicare la stessa esperienza che abbiamo con l’oggetto al quale siamo abituati.

E’ il testo a rimanere lo stesso, non tutto quello che c’è intorno.

Ogni strumento porta con sé la sua esperienza, le sue tradizioni, le sue peculiarità. Non possiamo replicare esattamente tutto ciò, non dobbiamo ricercarlo in altro, perché tanto sarebbe solo un’imitazione. Fra qualche anno gli eBook avranno le loro, di tradizioni. E naturalmente cambieranno anche le abitudini dei lettori, come è già successo una volta per la lettura, trasformatasi da evento sociale in un silenzioso scorrere di parole nella nostra testa.

Gli eBook non Esistono – guest post di Marco Bruschi

Come cambia la lettura con il digitale? Gli eBook sono davvero una minaccia? Se ti va, condividi la tua opinione nei commenti.



Gli eBook non Esistono – guest post di Marco Bruschi
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