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Gli studi d’intelligence in Francia

Creato il 08 marzo 2012 da Geopoliticarivista @GeopoliticaR

Dalla metà degli anni novanta in poi, il mondo accademico francese ha manifestato un nuovo e significativo interesse per l’intelligence. Inizialmente, esso era legato all’emergere di una società dell’informazione e all’affermarsi di una nuova competizione economica a livello mondiale che ha portato, in primo luogo, gli attori economici a integrare l’intelligence nei loro processi gestionali. Al fine di rispondere alla loro nuova esigenza di specialisti, le facoltà di gestione d’impresa e di economia aziendale hanno sviluppato numerosi diplomi in business intelligence e altri moduli di formazione specializzata. Simultaneamente, si sono moltiplicate le ricerche e le pubblicazioni sull’argomento. Allo stesso tempo, l’evoluzione delle relazioni internazionali ha portato gli attori politici e l’opinione pubblica a rendersi ulteriormente conto del ruolo dell’intelligence nella sicurezza nazionale. Questa consapevolezza si è particolarmente rafforzata dopo gli attentati dell’11 settembre, dunque anche il terrorismo jihadista è stato un fattore di accelerazione del rinnovato interesse per l’intelligence, raggiungendo storici, politologi e giornalisti. In tal modo, in meno di vent’anni gli studi francesi sull’intelligence che prima tendevano a essere più che modesti, si sono decisamente sviluppati attorno a tre materie (management, storia, scienze politiche). Ciò si è tradotto in numerosi lavori e studi, in lauree e nella creazione del primo centro di ricerca specializzato. Si è così delineata una vera e propria ondata di riconoscimento dell’intelligence, una disciplina per cui le elite francesi tradizionalmente non si sono interessate.
L’articolo offre un panorama della ricerca sull’intelligence in Francia e le sue prospettive per i prossimi anni. In origine esso è stato scritto per il pannello su “Intelligence Studies” del 5th European Consortium for Political Research (ECPR), Conferenza Generale, Postdam, settembre 2009. La versione italiana è pubblicata per gentile concessione di CESTUDEC.

 
Dalla metà degli anni novanta, in Francia l’interesse per gli studi di intelligence è via via aumentato, portando alla proliferazione di pubblicazioni, seminari e cicli di formazione sul tema. Come ha scritto David Khan [1], in risposta a un articolo di Peter Jackson [2], si ha la tentazione di vedere in questa impennata la nascita di una “Scuola Francese di Studi di Intelligence”; ma una tale scuola di pensiero, ammesso che esista, è ancora ai suoi primi passi.

Ciononostante, c’è una crescente consapevolezza circa l’importanza dell’intelligence come materia di studio, segnando un decisivo cambiamento nella mentalità francese. Questo cambiamento arriva sulla scia degli sconvolgimenti geopolitici successivi alla Guerra Fredda che hanno reso l’intelligence uno strumento fondamentale per comprendere il nuovo panorama geopolitico e dunque per valutare le minacce future. La Francia, alla stregua di altre potenze mondiali, non può permettersi di trascurare una tale trasformazione [3].

Coloro che cercano di promuovere questo profondo mutamento nella mentalità francese hanno dovuto superare la resistenza della popolazione francese e dei suoi leader politici rispetto a una professione che è ancora vista in modo peggiorativo, un fenomeno che spiega il perdurante disprezzo nei suoi confronti. In particolare, la comunità accademica è arrivata a studiare questa “dimensione mancante” [4] nella ricerca francese in un modo singolarmente frammentato.

Nel presente articolo cercheremo di fornire una rassegna concisa dello stato della ricerca accademica sul tema in Francia e di tracciare le condizioni per l’“insediamento” di una vera a propria scuola francese di studi di intelligence.

Ragioni della comparsa tardiva degli studi di intelligence in Francia

L’assenza di una cultura dell’intelligence in Francia

Ci sono ragioni storiche e culturali che spiegano il relativo disinteresse per gli studi di intelligence in Francia. L’assenza di una cultura dell’intelligence in Francia è stupefacente se si considera il ruolo che il Paese ha avuto per tanto tempo nello scenario mondiale. Il lavoro di intelligence è una disciplina che non è mai stata tenuta in grande considerazione da politici, militari, accademici ed economisti.

Basta visitare una biblioteca inglese o americana per vedere che la Francia è molto indietro rispetto ai suoi alleati angloamericani in materia. Per un libro sull’intelligence pubblicato in Francia, ce ne sono almeno dieci pubblicati in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Al confronto con questi due Paesi, si registra un’evidente mancanza di cultura dell’intelligence in Francia al di fuori di una piccola cerchia di addetti ai lavori e di rari specialisti sul tema. Ex professionisti dell’intelligence, come l’Ammiraglio Lacoste, ex direttore della DGSE – Direction Général de Sécurité Extérieur (Direzione Generale della Sicurezza Esterna, ovvero i servizi francesi di intelligence estera), hanno amaramente osservato che “la cultura dell’intelligence dei leader francesi e dell’opinione pubblica in Francia è notoriamente assente, un risultato delle vicissitudini della storia recente e un riflesso delle caratteristiche specifiche della società francese”.

Inoltre, l’eredità cartesiana ha modellato la mentalità nazionale forgiando una tendenza alla concettualizzazione e all’astrazione, talora conducendo a una negazione della realtà, e alla tendenza a evitare la risoluzione concreta dei problemi. Come ha rilevato il Generale Mermet, un altro ex direttore della DGSE: “Tendiamo, più di altri popoli, a trascurare i fatti e a preferire le idee e i giudizi soggettivi ai resoconti di testimoni indiscutibili, sia in politica, dove per esempio siamo stati riluttanti a credere ai cambiamenti in atto nell’Est Europa, sia nelle questioni militari, come è stato dimostrato dall’atteggiamento dell’Alto Comando Militare francese prima del 1939, nonostante il fatto che i militari disponessero di una forte intelligence” [5].

La cultura francese ha sempre mantenuto un confine marcato tra conoscenza e intelligence: la prima è reputata “nobile” e “legittima”, la seconda “spregevole” e “illegittima”. A dimostrazione di ciò, in Francia l’intelligence è assente dalla scrittura dei maggiori strateghi militari francesi e le conferenze, le lezioni e gli scritti di strateghi francesi come Foch, Castex, Beaufre, Gallois o Poirier a stento arrivano a menzionare l’argomento.

Ci troviamo di fronte a un doppio problema:

  • da un lato, il modo in cui il lavoro di intelligence è stato svolto in Francia è tradizionalmente e anche per necessità centrato su questioni domestiche. La lotta contro il nemico interno è uno dei tratti salienti del modello culturale francese.
  • dall’altro, fin dall’Affare Dreyfus (1894), la classe politica ha diffidato dei servizi di intelligence francesi. Nessuno ha dimenticato l’impatto persistente che l’Affare Dreyfus e i suoi strascichi hanno avuto su tutta la società francese. Da quel traumatico evento, i leader di governo hanno ripetutamente ostacolato i servizi di intelligence anziché chiedersi come i servizi potessero essere sfruttati meglio e come la loro performance potesse essere migliorata. Ciò significa che in Francia, più che in qualsiasi altro Paese occidentale, il lavoro dei servizi di intelligence è asservito alle oscillazioni politiche e alle esigenze elettorali. Se aggiungiamo al quadro Ben Barka (1965) e la Rainbow Warrior (1985), è facile capire come la classe politica sia arrivata a valutare e gestire i servizi di intelligence [6].

Dunque, il lavoro di intelligence ha delle connotazioni negative nella mentalità francese ed è ingiustamente associato a idee di spionaggio, violazione della privacy e campagne ingannevoli. D’altro canto, il controspionaggio, cioè lo sforzo fatto per proteggere gli interessi militari, industriali ed economici francesi, è visto in una luce molto migliore. In Francia, tutti gli sforzi per difendere gli interessi della nazione sono accettati e attuati più facilmente di quanto non lo siano le misure offensive [7].

La quasi inesistenza di ricerca accademica prima della metà degli anni novanta

Sebbene le percezioni della professione siano determinate dall’assenza, in Francia, di una vera cultura dell’intelligence, quest’ultima difficilmente è stata ignorata o derisa.

Una produzione nazionale diversificata sull’intelligence è esistita a lungo, rientrando di solito in due categorie: memorie e resoconti elaborati da ex personale dell’intelligence e scritti di giornalisti. Prima della fine degli anni ottanta, la ricerca accademica sull’argomento era praticamente inesistente.

Memorie e resoconti di ex membri dei servizi di intelligence

Negli anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, è stato pubblicato un gran numero di libri sui vari aspetti delle guerre segrete condotte durante il conflitto mondiale. La maggior parte di questi libri si concentrava sulla Resistenza in Francia e in misura minore sulle guerre ombra mosse nel Nord Africa e nell’Estremo Oriente.

Tali pubblicazioni comprendevano i lavori di ex membri della Resistenza che cercavano di informare il pubblico e ottenere il riconoscimento per le loro azioni come partigiani, di ex membri dei servizi gaullisti che cercavano di glorificare operazioni eroiche, di rappresentanti dei servizi segreti militari che desideravano stabilire la verità sul loro contributo allo sforzo di intelligence nazionale e alleato, ecc. Tali pubblicazioni furono numerosissime e varie e tra il 1950 e il 1960 godettero dell’interesse del pubblico generale in un periodo che i lettori avevano conosciuto di prima mano e rispetto al quale cercavano un quadro più definito degli eventi.

Tra i più importanti lavori pubblicati ci furono gli scritti di Pierre Nord, del Comandante Paul Paillole, del Colonnello Rémy, del Generale Gauché e di numerosi membri dei servizi di intelligence francesi che avevano operato durante la Seconda Guerra Mondiale.

Nel corso degli anni settanta e ottanta, il tema della Guerra Fredda fu l’argomento principale dei libri sull’intelligence, viste le attività sovversive dell’Unione Sovietica e il grado di minaccia che l’URSS rappresentava. Tali pubblicazioni furono seguite da lavori più generalisti sulla storia e sulla teoria dell’intelligence, con la comparsa di libri sulle operazioni segrete condotte durante le guerre in Indocina e in Algeria. Questa “seconda ondata” ebbe meno successo della precedente, ma produsse lavori di grande qualità, come quelli scritti da Constantin Melnik, Jean Deuve, Pierre Nord, il Generale Henri Navarre, Robert Bourcard, Jean-Pierre Alem, tra gli altri.

Fig. 1 – Numero di libri sull’intelligence pubblicati in Francia (1884-2008) [8]

Libri di giornalisti

L’altra fonte di libri sull’intelligence sono i giornalisti della carta stampata, che dimostrano un interesse indefesso per la materia, tale da rasentare la fascinazione. Questo è un fenomeno comune a tutti i Paesi e che ha le proprie origini nelle basi storiche della stampa e nei suoi legami con la libertà di informazione. Di conseguenza, i media credono di poter penetrare i segreti dell’arte di governare [9]. Scrivere sull’intelligence in questa prospettiva spesso sfocia nel regno del fantastico, con scrittori che esagerano i fallimenti dei servizi di intelligence e dipingono il lavoro dei servizi come subdole attività di una “polizia segreta”. Il minimo errore viene esacerbato. E in Francia, partendo dall’Affare Dreyfus (1894) fino ad arrivare all’Affare Clearstream (2005), c’è stato un eccesso di scandali. Dal 1975, questo tipo di giornalismo sull’intelligence occupa il 5% di tutte le pubblicazioni sul tema; ma questo approccio, spesso sensazionalista, ha creato un’immagine sbagliata dei servizi e del loro lavoro. I giornalisti della carta stampata sono abituati a trattare queste questioni come farebbero con altri temi giornalistici. Fino a un passato molto recente, in Francia c’erano pochissimi giornalisti specializzati nel campo dell’intelligence. La maggior parte dei giornalisti che scriveva su temi di intelligence sui giornali o sulle riviste settimanali erano infatti esperti di difesa, terrorismo, lavoro di polizia o indagini poliziesche, come Jacques Isnard (Le Monde) o Jean-Marie Pontaut (L’Express). Data l’indisponibilità di informazioni, hanno avuto la tendenza a concentrarsi sugli scandali e sui fallimenti dei servizi, piuttosto che sui loro successi o sul vero ruolo dei servizi stessi. I loro testi presentavano un linguaggio inappropriato, costellato di termini quali “spionaggio”, “agenti segreti”, “spie” o “polizia segreta”, e questi scrittori manifestavano un’evidente ignoranza rispetto al lavoro di intelligence e ai suoi impieghi. La qualità così bassa delle analisi delle questioni dell’intelligence dagli inizi degli anni ottanta è aggravata dal disinteresse generale della stampa per il giornalismo investigativo, a causa dell’alto costo (di tempo e di risorse) richiesto.

Eccezione alla regola sono quegli autori che scrivono libri sul mondo dell’intelligence, sia francesi sia stranieri, in una prospettiva storica (Roger Faligot, Pascal Kropp, ecc.). Sebbene il loro approccio non possa essere descritto come scientifico o accademico, il loro contributo è stato fondamentale nel colmare una lacuna storiografica e nel risvegliare l’interesse del pubblico generale sull’argomento.

Sono stati fatti altri tentativi attraverso l’istituzione di newsletter o riviste riservate, ma queste pubblicazioni in genere hanno avuto vita breve. Nel luglio 1967, cinque anni dopo essersi laureato presso il CFJ – Centre de Formation et de Perfectionnement des Journalistes (Scuola di Giornalismo di Parigi), Michel Friedman lanciò la prima edizione di 001. Le mensuel de l’espionnage (001. Il mensile dello spionaggio). Vent’anni più tardi, Olivier Schmidt e Maurice Botbol crearono Le monde du renseignement (Il mondo dell’intelligence), ribattezzato Intelligence Online all’inizio degli anni novanta. Questi autori si distinguono da molti dei loro colleghi per il fatto che non cercano di presentare una ricerca scientifica sulla materia, ma piuttosto si sforzano di delucidare “in ogni articolo il contrappeso politico del potere, l’organizzazione di reti di influenza e temi economici con l’intento di esporre le strutture centrali del potere al lavoro” [10]. Questa pubblicazione è l’unica a essere sopravvissuta, e per questo è un punto di riferimento in questo campo. Tutte le altre newsletter di questo tipo sono rapidamente cadute nell’oblio.

Fig. 2 – Pubblicazione di libri sull’intelligence in Francia (1975-2009) [11]

Le pubblicazioni francesi sull’Intelligence

Se consideriamo il lungo periodo (1884-2008), possiamo individuare una tendenza costante nelle scelte operate dalle case editrici francesi, che si sono attenute sistematicamente a tre criteri rispetto ai libri sull’intelligence: le loro pubblicazioni hanno a che fare o con la storia, o con la Seconda Guerra Mondiale o con fatti di attualità, e in particolare eventi che siano oggetto di scandalo e preoccupazione. Nel periodo tra le due guerre le pubblicazioni si sono ripartite come segue: lavori sulla Prima Guerra Mondiale (36%), il periodo tra le due guerre (21%) e studi storici (20%, di cui il 10% sul solo tema del Primo Impero); nel periodo successivo (1945-1974) la maggior parte dei libri riguardava la Seconda Guerra Mondiale (45%) e la Guerra Fredda (37%). Dal 1974, e specialmente dal 1997, i libri pubblicati su questo tema in Francia sono più vari.

Tra il 1945 e il 1974, questi temi rappresentavano il 54,5% dei libri pubblicati sull’intelligence. Prima ci sono state le memorie di ex membri dei servizi, comparse subito dopo la Grande Guerra, come quelle scritte da Sir John Aston, Baden Powell o Marthe McKenna. Quest’ultima fu membro delle cosiddette “cellule ferroviarie” britanniche in Belgio durante la Prima Guerra Mondiale e pubblicò in Francia almeno quattro libri di memorie tra il 1933 e il 1940. Nello stesso periodo, solo Robert Boucard e il suo lavoro Dessous de l’espionnage ebbero un analogo consenso di critica. Agli anni che seguirono la Seconda Guerra Mondiale risale la pubblicazione dei primi Intelligence Studies americani e britannici. Negli stessi anni, in Francia la Seconda Guerra Mondiale in un certo senso era sovrarappresentata (45% dei temi trattati) come pure la Guerra Fredda (37% dei temi trattati), in una produzione che era ancora bassa rispetto al numero di pubblicazioni angloamericane. Inoltre, la situazione politica francese nel periodo tra le due guerre, come anche dopo il 1945, portò alla pubblicazione di documenti che giustificavano il lavoro dei servizi di intelligence sovietici, durante i processi farsa di Mosca (1932, 1937) o durante l’Affare Gary Powers (1958-1960).

Rimane da stabilire se tutti questi libri riguardano davvero l’intelligence. Spesso, i titoli dei libri servono soltanto ad attirare l’attenzione dei lettori. Inoltre, tranne certi studi a cura di personale militare (1934, 1935), o di accademici (1969), talora con un’esperienza professionale pregressa nei servizi (1987, 1994), il termine “intelligence” appariva di rado negli studi francesi prima della fine degli anni novanta. Fino ad allora, la maggior parte delle pubblicazioni metteva l’accento sul termine “spionaggio” nella speranza, forse, di attirare più lettori avidi di storie sulle spie e sullo spionaggio in generale. “L’intersezione tra il caso-studio e la fiction, della narrativa documentaristica e della documentazione romanzata, è un tratto rilevante dell’esplosione dello spionaggio nella coscienza pubblica del XX secolo” [12]. O forse tale fenomeno può essere spiegato dal fatto che l’ambito d’indagine di per sé non era sufficientemente definito.

Una professione a lungo ignorata dagli accademici francesi

La storia dell’intelligence come scienza a pieno titolo è stata a lungo prerogativa dei ricercatori stranieri. A livello universitario, gli americani sono stati i primi a considerare l’intelligence come una materia accademica, fino a creare dei corsi di Intelligence Studies negli anni ottanta. Gli inglesi ne seguirono l’esempio negli anni novanta, con la creazione di diverse cattedre universitarie dedicate all’intelligence (con particolare rilievo per quella a Cambridge di Storia dell’Intelligence e a Durham di Diritto e Scienze Politiche). Queste cattedre hanno attratto studiosi celebri, oltre a ex direttori di servizi di intelligence che da allora in poi si sono dedicati alla ricerca accademica.

Il riconoscimento dell’intelligence come materia di studio a pieno titolo è un fenomeno recente nella storiografia francese contemporanea. Fino a pochissimo tempo fa, gli storici e gli scienziati politici non consideravano l’intelligence come un parametro significativo dell’arte di governo, e non consideravano i servizi di intelligence come compartecipi nella politica dello Stato. Non si può dire che il tema fosse completamente ignorato, ma è corretto dire che la sua importanza era ampiamente sottovalutata e di rado appare nelle scienze sociali e umane, tanto che perfino gli storici militari gli danno pochissimo spazio.

Bisogna ammettere che la natura segreta del lavoro di intelligence non ha facilitato il lavoro dei ricercatori e la difficoltà di accesso ai documenti per molto tempo è stata un ostacolo per la ricerca storica. Quando rari accademici cercavano di comprendere il contributo dell’intelligence alla storia, la loro scarsa conoscenza della professione di intelligence e la loro incapacità di identificare i segni caratteristici delle operazioni clandestine li portavano a dichiarare che non c’erano fonti sull’argomento.

L’ironia vuole che i primi studi sull’intelligence francese, basati su fonti francesi, siano il risultato del lavoro di ricercatori britannici [13]. Un fatto simile merita la nostra attenzione, perché in generale questi esperti di intelligence anglofoni, che già esaminavano accuratamente la grande quantità di documenti scritti nella loro lingua, a lungo si sono limitati all’ambito ristretto fornito da tali documenti. In questo modo, gli studi sul lavoro dei servizi russi e britannici, l’accesso al quale per loro era ristretto tanto quanto lo era per gli studiosi francesi, si basava soprattutto su documentazione resa di dominio pubblico dalla comunità dell’intelligence americana.

La predominanza delle pubblicazioni angloamericane è comunque relativa. Tra il 1945 e il 1974, la produzione angloamericana sull’argomento rappresentava solo il 42% del totale della produzione straniera. Nello stesso periodo anche scrittori tedeschi e israeliani pubblicavano lavori in Francia, talora offrendo un diverso punto di vista sui temi affrontati dai giornalisti. Fu così che cominciò un dibattito sul tema dell’intelligence, al quale però gli accademici non presero parte, nonostante che le case editrici dimostrassero un interesse costante per la materia. Cinque anni dopo la sua prima tiratura, nel 1961, fu ristampato il libro del giornalista britannico Jon Kimche sull’azione di Henri Guisan, Un Général Suisse contre Hitler. L’espionnage au service de la Paix 1939-1945. La ragione di questo raro privilegio fu la pubblicazione di Révélations d’un agent secret sur l’espionnage en Suisse contre le fascisme et Hitler, 1930-1945, di Otto Pünter, e il libro dei giornalisti Pierre Accoce e Pierre Quet, La Guerre a été gagnée en Suisse, l’affaire Roessler. Queste pubblicazioni non riuscirono a produrre un’ondata di ricerca storiografica e solo una quindicina di libri, perlopiù stranieri, ebbe una ristampa prima del 1995. In seguito, la creazione di un mercato per i libri sull’intelligence e il fatto che alcuni libri erano diventati di dominio pubblico portarono alla ristampa di diversi lavori precedenti.

La predominanza angloamericana può dunque essere spiegata da un’ovvia anteriorità nel campo degli studi di intelligence, piuttosto che come il risultato del disinteresse da parte degli autori francesi. Inoltre gli editori francesi sono sempre stati aperti alla pubblicazione di studi scientifici sull’argomento. Occasionalmente tale interesse registra un calo, come è avvenuto alla fine degli anni venti, in seguito a un eccesso di scritti memorialistici, che aprirono la strada alla spy story. Il disinteresse per la materia era dimostrato solo dagli accademici: prima degli anni novanta, pochi scrittori universitari, se confrontati con i loro omologhi angloamericani, lavoravano sul tema dell’intelligence.

La comparsa di studi accademici sull’intelligence negli anni novanta

La comparsa degli studi di intelligence nel mondo accademico francese all’inizio è il risultato dell’emergere della società dell’informazione e della crescente consapevolezza della realtà della competizione globale, che costringe gli stakeholder economici a integrare l’intelligence nei propri processi gestionali. Per rispondere a questa nuova richiesta di specialisti, le facoltà di economia aziendale all’inizio degli anni novanta cominciarono a fornire corsi di laurea o corsi di specializzazione postlaurea sulla “business intelligence”, per istruire gli attori economici sulla gestione dell’informazione e della disinformazione. Parallelamente, sono andate aumentando la ricerca e le pubblicazioni in materia.

Un contesto favorevole

Il lavoro svolto dalla Commissione Martre su “Competitività e Sicurezza Economica” dell’XI Piano (Rapporto Martre, 1994) condusse a una crescente coscienza delle nuove strategie di ingresso nel mercato e delle nuove realtà di concorrenza globale. Dopo il Rapporto Martre, il Rapporto Carayon (2002) ha continuato a indirizzare la competitività della Francia, ma mettendo in luce il fatto che dopo un intervallo di otto anni si erano fatti pochi progressi.

In Francia, un approccio dinamico e competitivo al commercio e allo scambio internazionale è emerso solo di recente. Altrove, tutte le grandi potenze internazionali avevano compreso che la chiave per garantire la pace, identificare le minacce emergenti e uscire vittoriosi dalle rivalità economiche su scala globale sono dei servizi efficienti, che procedano da una cultura dell’intelligence disseminata nel mondo dell’amministrazione, degli affari e nella società civile. Sebbene tale consapevolezza abbia tardato ad arrivare in Francia, almeno era cominciata la richiesta di specialisti che elaborassero informazioni in ambito aziendale.

Il secondo fattore che spiega il recente interesse per l’intelligence è il terrorismo, in particolare con gli attentati dell’11 settembre 2001, che hanno reso più consapevoli i politici francesi e il pubblico generale del ruolo che l’intelligence gioca nella sicurezza nazionale. L’intelligence è stata riscoperta come uno strumento fondamentale per l’informazione e i processi decisionali per i leader politici rispetto alla politica estera, alla difesa e alla sicurezza interna, e come mezzo d’azione.

Un proliferare di corsi universitari e parauniversitari
La nuova offerta formativa e i corsi universitari dedicati all’intelligence

All’inizio degli anni novanta, rispondendo alla richiesta di specialisti, le università di scienze economiche (4ª sezione del CNU, il Consiglio Nazionale Universitario francese), gestione d’impresa (5ª sezione del CNU), informazione e comunicazione (71ª sezione del CNU), le facoltà di economia e commercio e i politecnici hanno creato dei corsi di laurea e dei corsi di specializzazione postlaurea in business intelligence, per iniziare gli studenti e i dipendenti alle pratiche dell’intelligence applicate al mondo degli affari.

Nel 1995, su iniziativa dell’Ammiraglio Pierre Lacoste, ex direttore della DGSE, e con l’incitamento di Jacques-Émile Dubois, fu istituito il CESD – Centre de Études Scientifiques de Défense (Centro di Studi Scientifici di Difesa) presso l’Università di Marne-la-Vallée. L’obiettivo del CESD è insegnare, promuovere lo studio e la ricerca e operare come una fabbrica di idee; la ricerca che vi si svolge ricopre l’ambito, ora allargato, dei temi della difesa e della sicurezza nella società contemporanea.

Parallelamente, l’Università di Marne-la-Vallée ha creato il DESS (Diplôme d’Études Supérieures Spécialisées) per il corso di laurea magistrale in informazione e sicurezza, che tratta del lavoro dei servizi di intelligence e della cultura dell’intelligence in generale. Sono stati istituiti anche due corsi DESS in business intelligence e ingegneria della sicurezza per coprire la gamma completa delle questioni dell’intelligence.

Nel 1997, l’ex direttore dell’EIREL – École Interarmées du Renseignement et des Études Linguistiques (Scuola Interforze dell’Intelligence e degli Studi Linguistici) di Strasburgo, il Generale Jean Pichot-Duclos, e l’ex leader dei NAPAP – Noyaux Armés Pour l’Autonomie Populaire (Nuclei Armati Per l’Autonomia Popolare [14]), Christian Harbulot, hanno creato la EGE – École de Guerre Économique (Scuola di Guerra Economica). Quest’accademia unica, postlaurea, è supportata dall’ESLSCA di Parigi e si propone di colmare la lacuna nella formazione professionale dei direttori commerciali francesi, in particolare di rispondere al fatto che la nozione di guerra dell’informazione è assente nella pianificazione strategica delle società, delle amministrazioni e delle autorità locali e al fatto che c’è un evidente fraintendimento della posizione rafforzata delle potenze straniere nell’era post-Guerra Fredda, senza parlare della globalizzazione sempre più competitiva del commercio. Dalla sua creazione, undici classi, per un totale di circa settecento studenti, si sono diplomate presso questa scuola.

Inoltre, l’intelligence è stata introdotta gradualmente nei programmi dell’ENA – École Nationale d’Administration (Scuola Nazionale di Amministrazione), consentendo ai futuri dipendenti pubblici di livello superiore di istruirsi in materia. Una delle mission dell’IHEDN – Institut des Hautes Études de Défense Nationale (Istituto di Alti Studi di Difesa Nazionale) è offrire informazioni approfondite sui principali temi legati alla difesa, proponendo un corso sulle minacce costituite dai servizi di intelligence stranieri, oltre a un corso di business intelligence. Infine, nel 2006, il CID – Collège Interarmées de Défense (Collegio Interforze della Difesa) ha inaugurato un seminario sull’intelligence. Prima di questa data, a parte qualche conferenza isolata, non c’era alcun seminario specializzato sulla materia nella formazione degli ufficiali militari superiori francesi.

All’inizio dell’anno accademico 2006/2007, il corso di laurea magistrale in “Affari Internazionali” al Sciences Po Paris (l’Istituto di Scienze Politiche di Parigi) ha istituito un seminario intitolato “Mondi clandestini: l’intelligence in risposta al terrorismo”, tenuto da Stephen Duso-Bauduin, professore di Sociologia delle Relazioni Internazionali, e Jean-Pierre Pochon, un ex ufficiale di massimo grado dei servizi segreti francesi che aveva lavorato presso la DCRG – Direction Centrale des Renseignements Généraux (Direzione Centrale dell’Intelligence Generale), la DST – Direction de la Surveillance du Territoire (Direzione della sorveglianza del territorio) [15] e la DGSE. Il seminario studia il ruolo dell’intelligence nella lotta al terrorismo in diversi Paesi, concentrandosi particolarmente sui servizi statunitensi e francesi, ma trattando anche degli altri principali servizi nel mondo (Gran Bretagna, Russia, Israele e Cina).

L’anno seguente, lo stesso istituto ha creato un nuovo corso intitolato “Politiche di Intelligence”, guidato da Philippe Hayez, alto funzionario della Corte dei Conti francese ed ex vicedirettore dell’intelligence alla DGSE. Il seminario si propone di far comprendere meglio agli studenti questa particolare forma di politica pubblica, i suoi legami con altri strumenti dello Stato (corpi diplomatici, esercito, polizia, magistratura) e i processi decisionali amministrativi.

Infine, nel settembre 2008, è stata creata una commissione di esperti chiamata Mètis, presieduta da Philippe Hayez, Sébastien Laurent e Olivier Forcade, con il proposito di tenere regolarmente delle conferenze-dibattito su temi legati all’intelligence presso la Science Po Paris.

Il moltiplicarsi delle pubblicazioni

Due fattori emergono dall’analisi delle pubblicazioni francesi e straniere in Francia dal 1975 (Fig. 2). Il primo fattore da considerare è l’inizio lento degli studi di intelligence, nel 1991, seguito da un’impennata nel 1998, fino a raggiungere un picco in seguito agli attentati dell’11 settembre. Non si dovrebbe speculare troppo sulla consistente caduta di volume nel 2009, poiché i numeri disponibili si riferiscono solamente ai primi cinque mesi dell’anno. Da un punto di vista editoriale, è chiaro che la produzione francese sull’argomento è cresciuta notevolmente dal 1995.

Il secondo aspetto illustrato dalle statistiche è un crollo del numero dei libri stranieri pubblicati a vantaggio di quelli di autori francesi. Un buon esempio di questa tendenza riguarda la pubblicazione di una biografia su James Angleton, capo della counter-intelligence alla CIA tra il 1954 e il 1974, scritta da uno dei presenti autori, il ricercatore del CF2R Gérald Arboit [16], che è stata preferita alla traduzione del lavoro autorevole di Tom Mangold. L’interesse per l’argomento è stato risvegliato dall’uscita in Francia del film di Robert De Niro, The Good Shepherd – L’ombra del potere, il cui protagonista è ispirato ad Angleton: il film ha offerto all’editore una buona opportunità di approfittare dell’interesse crescente del pubblico. Lo stesso ragionamento ha portato alla ristampa nel 2002 della tesi del Capitano Fernand Routier, L’Espionnage et la trahison en temps de paix et en temps de guerre, presentata a Poitiers ancora nel 1913.

Questa logica influisce sulla produzione bibliografica, non qualitativamente, bensì nei temi trattati. Questi libri non hanno necessariamente un’esattezza scientifica, come dimostra L’espionne. Virginia Hall, une Américaine dans la guerre di Vincent Nouzille [17]. Un lavoro ben scritto, L’espionne avrebbe dovuto beneficiare del continuo interessamento per la Seconda Guerra Mondiale in Francia, supportato da un crescente interesse pubblico per gli studi di intelligence. Tuttavia, il libro è stato un flop commerciale.

Queste due caratteristiche dell’editoria francese sono state amplificate dall’aumento d’interesse per l’intelligence da parte degli editori dopo gli attentati dell’11 settembre. Diversi editori hanno lanciato collane sull’argomento: L’Harmattan nel 1999 ha creato la collana “Culture du renseignement” (Cultura dell’intelligence), seguita nel 2001 dalla collana “Renseignement et guerre secrète” (Intelligence e guerra segreta) di Lavauzelle, sostituita tre anni più tardi da “Renseignement, histoire et géopolitique” (Intelligence, storia e geopolitica). Nel 2003, Ellipses ha anche pubblicato una serie di libri sull’argomento. Infine, nel 2005, Nouveau Monde ha incaricato due accademici (Olivier Forcade e Sébastien Laurent) di dirigere la collana “Le Grand Jeu” (Il grande gioco).

L’incremento della ricerca accademica

Dieci anni dopo rispetto alla Gran Bretagna [18], gli accademici francesi hanno cominciato a fare ricerca sugli studi di intelligence. C’è stato un gran numero di dottorati di ricerca, tesine, tesi di laurea magistrale e diplomi IEP sull’argomento. L’analisi di questa produzione accademica rivela le aree di ricerca esplorate e il progresso dell’istituzione tutt’ora attiva di una scuola di intelligence specificamente francese. A causa della sua natura multidisciplinare, gli studi di intelligence includono la storia, le scienze politiche, il diritto, le scienze economiche, le scienze dell’informazione e della comunicazione. Le sue aree di applicazione riguardano tutti i settori della sicurezza nazionale e della sicurezza economica/aziendale.

Fig. 3 – Panorama delle pubblicazioni francesi sull’intelligence (1975-2009) [19]

Tre sezioni (scienze economiche, scienze gestionali e scienze dell’informazione e della comunicazione) rappresentano il 51% delle tesi scritte dal 1996 sull’argomento, rispettivamente con il 5%, il 12% e il 34%. Si evidenziano, in particolare, due università francesi, entrambe specializzate nel campo delle scienze dell’informazione e della comunicazione: Aix-Marseille III (24%) e Marne-la-Vallée (7%). Henri Dou, un professore emerito che ha lavorato ad Aix-Marseille III, sembra essersi specializzato in business intelligence (13%).

Che siano una moda passeggera o l’oggetto di un’attenzione legittima, le tesi di laurea e i riconoscimenti ufficiali concessi alla ricerca per le tesi dal 1996 illustrano una varietà di ricerca non riscontrata nel mercato editoriale. Soprattutto, mostrano il primato di materie legate alla business intelligence (49%), a detrimento delle relazioni internazionali e della guerra (20%). Ciò significa che il sistema universitario si sta adattando a una duplice richiesta, una da parte dello Stato e l’altra che emerge da esigenze puramente professionali. La prima è stata il risultato delle preoccupazioni del governo di Edouard Balladur rispetto alla necessità di coordinare i sistemi di acquisizione, elaborazione e distribuzione delle informazioni per gli stakeholder economici. La Commissione su “Competitività e Sicurezza Economica” è stata creata in seno all’XI Piano, in seguito alla relazione presentata da Henri Martre, ex CEO dell’Aérospatiale, e pubblicata nel 1994. Nel 2002, una seconda relazione, redatta dal deputato francese Bernard Carayon, ha rivelato che il Ministero dell’Università ancora non conosceva il numero esatto degli studenti di quest’area.

Trascorsi sette anni, ci sono ora più di quaranta master e corsi di laurea magistrale specializzati in questa nuova disciplina. Paradossalmente, i professionisti della ricerca in business intelligence sono restii a riconoscerne il legame con il lavoro di intelligence. La business intelligence è considerata piuttosto come una nuova forma di gestione d’impresa, il risultato di un incrocio tra una gestione open source e il rigoroso approccio scientifico utilizzato nel marketing e nella consulenza, nonostante il fatto che, a livello internazionale, il rapporto tra la business intelligence e il lavoro di intelligence in generale sia dato per scontato. Di conseguenza, molti accademici ritengono di aver “inventato” una nuova disciplina. Dunque, le scienze dell’informazione e della comunicazione, il cui ambito è estremamente ampio forse a causa della loro mancanza di contorni precisi, sono presto diventate preminenti in questo campo. Dal 1996, le scienze dell’informazione e della comunicazione producono un terzo delle tesi presentate sul tema dell’“intelligence” e due terzi delle tesi presentate sulla “business intelligence”. Questi accademici ritengono che la business intelligence sia un risultato della rivoluzione digitale e quindi che la loro disciplina sia fondamentalmente legata a internet. Di fatto essi presentano questo nuovo campo della conoscenza come una forma avanzata di ciberdocumentazione, finalizzata ad accrescere la competitività delle imprese. Questa tendenza è così prevalente che tre tesi sono state coperte temporaneamente dal vincolo di segretezza (per periodi che variano da un anno a dieci anni) e una quarta è stata vincolata sine die, perché la ricerca trattava di temi di competitività nazionale. Questa tendenza genera un fraintendimento sulla realtà dell’intelligence economica e ha avuto come risultato il fatto che il 49% delle tesi presentate fossero dedicate al “monitoraggio dell’open source”, cioè ai processi di gestione dell’informazione elettronica.

Quest’approccio riduttivo si è poi esteso oltre il campo delle scienze dell’informazione e della comunicazione ed è stato accolto da tutte le discipline accademiche che si occupano di intelligence economica. Così, se nella gestione d’impresa il 49% delle tesi sulla business intelligence erano sul tema del monitoraggio dell’open source, lo erano anche il 13% delle tesi di economia. L’interesse per la business intelligence si è allargato, estendendosi dalle scienze agli studi umanistici, comprendendo il diritto (22% delle tesi), le scienze politiche (15% delle tesi) e perfino la storia (4%). Negli studi sul management, c’era una tesi intitolata La déstabilisation de l’entreprise au nom de l’éthique: approche par l’auto-alimentation (La destabilizzazione dell’azienda in nome dell’etica: un approccio per auto-alimentazione). Ciò rivela una caratteristica rilevante di quest’approccio alla business intelligence, vale a dire che tutti questi temi originali avrebbero potuto essere studiati attraverso il prisma di una varietà di discipline. È il caso di altre due tesi in gestione d’impresa sull’organizzazione dei servizi di intelligence, un tema che più logicamente sarebbe dovuto rientrare nella sfera della ricerca delle scienze politiche. Queste tendenze dimostrano che gli studi di intelligence, come aveva già segnalato l’Ammiraglio Lacoste nella sua relazione del 1998, sono per loro natura multidisciplinari.

Negli ultimi tredici anni, sedici discipline diverse hanno partecipato agli studi di intelligence nelle università francesi. Contrariamente a quanto accaduto in Gran Bretagna [20], la storia dell’intelligence (16% delle tesi) non è la forza trainante. Proprio come per le scienze dell’informazione e della comunicazione, si può dire che lo studio della storia dell’intelligence deformi la realtà del suo oggetto di studio. L’intelligence militare è sovrarappresentata (60% delle tesi di storia), beneficiando del progresso fatto nella ricerca sulla storia militare nell’ultimo ventennio. E sebbene le relazioni internazionali siano ben rappresentate (28%), andrebbe osservato che l’80% dei temi tratta solamente della storia moderna. Diversamente dalla storia militare, il disinteresse degli studenti per la storia delle relazioni estere è aumentato, in particolare rispetto alla storia contemporanea. Non ci sono professori che lavorino sulla storia dell’intelligence e che siano anche esperti di relazioni estere, sebbene queste ultime costituiscano per i servizi di intelligence il tradizionale teatro delle operazioni.

Bizzarramente, le tesi di scienze politiche sull’intelligence (8%) non sono comparabili per qualità agli sforzi degli studenti stranieri che lavorano nello stesso campo. Con il 47% delle tesi sulla letteratura di spionaggio e solo il 38% sulle agenzie di intelligence e sulle loro strutture, difficilmente possiamo parlare di un qualche effetto a catena. Lo stesso vale per le tesi di diritto (15%), anche se il diritto costituisce la terza riserva di studi di intelligence in Francia; il 56% delle tesi presentate dal 1996 trattano dello spionaggio, come avveniva alla fine dell’Ottocento.

Fig. 4 – Temi di ricerca negli studi sull’intelligence (1975-2009) in base alle tesi universitarie presentate in Francia [21]

Altre prospettive di ricerca

La struttura della ricerca accademica ufficiale sul tema dell’intelligence è ancora in uno stadio di sviluppo, ma è nell’area della business intelligence che stanno avendo luogo le iniziative più importanti, in particolare con l’istituzione nel 2003 del LAREGE – Laboratoire de Recherche en Guerre Économique (Laboratorio di Ricerca in Guerra Economica), dell’EGE. Sotto la direzione di Philippe Baumard, professore associato di Scienze Gestionali presso l’Università di Aix-Marseille III, esso si propone di recuperare il tempo perduto in Francia nel campo della business intelligence. Fin dall’inizio, Baumard ha fissato un obiettivo ambizioso e si è concesso le risorse necessarie per raggiungere le proprie mete, cercando di contribuire alla ricerca nel campo delle strategie dell’informazione, di creare uno spazio davvero indipendente per il pensiero inventivo e la competenza su tali temi e strategie e di sensibilizzare i principali stakeholder istituzionali ed economici, come pure il pubblico generale, alla realtà strategica dell’informazione nel nuovo mondo globalizzato.

Preferendo metodi di ricerca longitudinale (strumenti modellanti, studio di casi e studi prospettici), la ricerca condotta al LAREGE esamina le modalità di sviluppo, l’implementazione di strategie indirette e le dinamiche del cambiamento strategico e organizzativo che scaturisce da tali manovre. Tra i temi prioritari c’è lo studio della gestione tattica e strategica.

Anche altri centri di ricerca stanno studiando e lavorando su questioni di intelligence: il CEHD – Centre d’Études d’Histoire de la Défense (Centro di Studi Storici della Difesa), creato nel 1995, ha istituito una Commissione di Storia dell’Intelligence nel 2000, presieduta dal giurista Bertrand Warusfel. L’obiettivo della commissione è promuovere la ricerca e il dibattito e permettere all’esercito di contribuire alla ricerca universitaria in questo campo potenzialmente ricco della storiografia. Comunque, dopo otto anni di lavoro e una pubblicazione che presenta le conferenze tenute nel corso dei suoi primi cinque anni di esistenza [22], la Commissione è stata sciolta. Il Centre de Recherche des Écoles de Coëtquidan (Centro di Ricerca delle Scuole militari di Coëtquidan [23]), dove Olivier Forcade ha tenuto un seminario sull’intelligence dal 1997 al 2002 [24], ha avuto una sorte analoga; il programma è terminato quando il suo fondatore se ne è andato dopo aver supervisionato cinquantotto tesi di sottotenenti sul tema dell’intelligence.

Parallelamente, l’ANR – Agence Nationale de la Recherche (Agenzia Nazionale della Ricerca) ha finanziato un programma quadriennale (2006-2009) per “giovani ricercatori”, intitolato “Information ouverte, Information fermée” (IOIF, Informazione aperta, Informazione chiusa), creato da Sébastien Laurent, professore associato a Bordeaux III e Science Po Paris. Il programma comprende ventidue ricercatori e si propone di essere il primo approccio multidisciplinare all’intelligence in Francia (storia, scienze politiche, diritto), composto principalmente da giovani accademici che lavorano a stretto contatto con i loro omologhi internazionali.

Quest’interessante iniziativa tuttavia consiste più nel riunire ricercatori interessati all’intelligence che in un centro per esperti di intelligence. La loro comprensione dell’intelligence è limitata, sebbene il lavoro prodotto sia di alta qualità e gli incontri organizzati permettano a molto giovani storici di familiarizzarsi con la materia.

Deploriamo che il CNRS – Centre National de la Recherche Scientifique (Centro Nazionale della Ricerca Scientifica), il modello della ricerca universitaria francese, continui a non fare ricerca sull’intelligence, lasciando questo compito ai laboratori di ricerca non universitari e a gestione privata.

La creazione di un centro di ricerca specializzato

Sebbene le università francesi non abbiano permesso la creazione di uno specifico centro di ricerca per gli studi di intelligence, un progetto singolare è stato sviluppato ai margini della vita universitaria, attorno al CF2R – Centre Français de Recherche sur le Renseignement (Centro Francese di Ricerca sull’Intelligence), fondato nel 1999. Ricercatori universitari ed ex funzionari dell’intelligence, superando la radicata reticenza da parte del mondo accademico, hanno deciso di creare un think tank indipendente per promuovere lo sviluppo degli studi sull’intelligence. Con un approccio duale, imprenditoriale e accademico, dei professionisti con un background nei servizi e un team di ricercatori, sia giovani sia con più esperienza, negli ultimi dieci anni hanno prodotto più di dodicimila pagine di libri, documenti e articoli multidisciplinari. Hanno lavorato in diversi corsi universitari privati e di accademie militari e hanno tenuto conferenze in Francia e all’estero. Il CF2R ha stabilito degli scambi con istituti di ricerca internazionali e con ricercatori stranieri e ha creato un premio universitario che distingue il lavoro degli studenti su questa materia. Inoltre, i ricercatori del CF2R hanno insegnato a una varietà di pubblici (pubblico generale, bambini e adolescenti) e hanno tenuto sessioni di orientamento e consulenze per deputati, media, produttori cinematografici, ecc.

Sebbene non esistesse un diploma specifico, dedicato esclusivamente agli studi sull’intelligence, il CF2R e il CAPCGRI – Centre d’Analyse Politique Comparée, de Géostratégie et de Relations Internationales (Centro di Analisi Politica Comparata, di Geostrategia e di Relazioni Internazionali) dell’Università Montesquieu-Bordeaux IV, sotto l’egida del Prof. Michel Bergès, hanno istituito un diploma universitario di terzo livello in “Intelligence Studies” nel settembre 2006.

Con questo corso di studi, il CF2R e il CAPCGRI hanno cercato di approfondire e disseminare una vera e propria cultura dell’intelligence in Francia. Avendo in mente questo fine, il corso si proponeva di insegnare agli studenti i principi che governano le azioni intraprese dagli agenti dei servizi di intelligence, consentendo agli studenti stessi di riconoscere le tracce di tali azioni nella loro ricerca. Le operazioni clandestine sono condotte secondo un insieme di pratiche codificate, con delle regole specifiche, che devono essere note prima di poter essere riconosciute. L’approccio didattico ha anche messo in luce il contributo vitale dato dai servizi di intelligence ai leader politici che hanno cercato di plasmare la Storia e ha permesso agli studenti di capire il modo in cui altre nazioni hanno messo in azione i propri servizi di intelligence. Il progetto non ha ancora avuto successo: al momento lo si sta rilanciando nel quadro del GRSG – Groupe de Recherche Sécurité et Gouvernance (Gruppo di Ricerca su Sicurezza e Governance), diretto dal Prof. Michel-Louis Martin, all’Università di Scienze Sociali Toulouse 1.

Inoltre, nonostante il fatto che il Livre Blanc sur la Défense et la Sécurité del governo (Libro bianco sulla difesa e la sicurezza, del 2008) abbia messo alla berlina la necessità di un’accademia dell’intelligence in Francia, il CF2R all’inizio del 2009 ha lanciato un diploma per addetti ai lavori unico nella francofonia, intitolato “Management des agences de renseignement et de sécurité” (Gestione delle agenzie di intelligence e di sicurezza). Il corso si rivolge a funzionari pubblici e ufficiali militari di alto livello, oltre che a parlamentari che lavorano nei o con i servizi di intelligence e di sicurezza e che desiderino diventare esperti in quest’ambito. L’obiettivo è permettere ai partecipanti di dirigere, gestire o sovrintendere i servizi di intelligence, integrare tali servizi con successo o lavorare efficacemente con loro. A tal fine, il corso si occuperà di tutti i principi che governano le attività di questa componente unica dell’arte di governare. Gli insegnanti impartiranno le basi del lavoro di intelligence, richieste per una comprensione della materia; forniranno una rassegna accurata delle attività, delle professioni, dei servizi e delle finalità di un servizio di intelligence; introdurranno gli studenti ai principali servizi di intelligence del mondo; individueranno le buone pratiche e metteranno a confronto le idee dei funzionari dell’intelligence di professione; forniranno una comprensione e un’analisi delle future prove che i servizi dovranno affrontare e che permetteranno ai servizi stessi di adattarsi alle nuove sfide internazionali, tecnologiche e parlamentari, che avranno un impatto sulle operazioni dei servizi di intelligence.

Limiti e sfide degli studi accademici sull’intelligence in Francia

La ragione principale della comparsa tardiva dello studio scientifico dell’intelligence scaturisce da due difficoltà. La prima è semplicemente la natura segreta del lavoro di intelligence. Non c’è nulla di più difficile dell’analisi di un campo di attività la cui principale caratteristica sia l’eliminazione di ogni traccia della propria esistenza o attività. Ciononostante, questa difficoltà si applica anche a molti altri campi dell’attività umana e non può essere accettata come una ragione di fallimento. Nel tempo gli archivi sono diventati di dominio pubblico ed ex funzionari dell’intelligence accetteranno di parlare apertamente del proprio lavoro. In secondo luogo, il lavoro e le pratiche professionali dei servizi di intelligence sono completamente fraintesi; è solo con l’acquisizione di tale conoscenza che diventa possibile individuare le molte tracce del lavoro di intelligence nel corso della storia e dietro gli eventi attuali. Pochissimi docenti universitari sono in grado di comprendere la gamma di pratiche professionali impiegate dagli agenti dell’intelligence, che sono estremamente rigorose e codificate e sono state perfezionate nel corso di secoli. Pochi ricercatori sono consapevoli di questa lacuna nella propria conoscenza quando trattano del lavoro dei servizi ed è per questo che si devono sviluppare corsi accademici sulla materia.

Una materia di ricerca mal definita

Quando parliamo di intelligence, a cosa ci riferiamo esattamente? C’è parecchia confusione su che cosa sono l’intelligence, il lavoro di intelligence in generale e la funzione effettiva dei servizi di intelligence. Tale confusione di solito deriva da problemi di vocabolario, perché, in effetti, il termine “intelligence” si riferisce ai servizi di intelligence, alle loro operazioni e ai risultati del loro lavoro:

  • i servizi speciali forniscono informazioni di Stato ai vari Ministeri (Interni, Difesa, Affari Esteri, Economia);
  • le pratiche professionali permettono di penetrare nei segreti degli avversari ricorrendo a diversi mezzi. I mezzi impiegati per penetrare nei segreti del nemico non consistono soltanto in azioni illegali. Tali pratiche sono condotte per interpretare una massa di dati diversi, segreti e non, e rendere tali dati comprensibili e praticabili per un decisore;
  • prodotto finito, redatto per rispondere a una certa richiesta. Il prodotto finito dell’intelligence arriva direttamente sulla scrivania delle autorità, fornendo loro le informazioni: tali informazioni non provengono solo dai servizi speciali.

Studiando l’intelligence, un ricercatore può essere portato a concentrarsi su varie aree di competenza:

  • i corpi amministrativi responsabili delle missioni dell’intelligence; la posizione e l’importanza di questi corpi all’interno dell’apparato di difesa e sicurezza dello Stato;
  • le serie di abilità clandestine dei professionisti, sviluppate per condurre le missioni di intelligence. Queste serie di abilità sono l’unico parametro che permette di giudicare la professionalità di un’organizzazione; tuttavia, è un dominio in cui il materiale d’archivio è rarissimo e gli accademici non sono abbastanza preparati per studiarlo;
  • prodotto dell’intelligence, cioè le informazioni raccolte, la qualità di queste informazioni e il modo in cui tale prodotto è tenuto in considerazione o meno dalle autorità governative;
  • il modo in cui un potere (Stato) si informa del mondo attorno a sé, con l’intento di salvaguardare il controllo del proprio destino e per la realizzazione di progetti politici e/o militari;
  • cultura dell’intelligence, cioè i rapporti tra la comunità nazionale e il lavoro dell’intelligence in generale.

È molto importante dare una spiegazione dettagliata di quella che comunemente è detta “cultura dell’intelligence”. Il termine non indica soltanto il lavoro vero e proprio dell’intelligence, poiché ricopre anche tutti gli aspetti della “guerra segreta”, sia che si tratti di intelligence, di azione o di influenza: l’intelligence e la counter-intelligence, le operazioni clandestine e le operazioni speciali, le intercettazioni e la decodificazione, la guerra psicologica e l’inganno. Queste attività non possono essere separate le une dalle altre e solo un approccio olistico, globale, permette di comprendere l’impatto di queste azioni e la loro interazione congiunta.

Un oggetto di ricerca che richiede una disciplina ben definita

Lo studio dell’intelligence è per sua stessa natura multidisciplinare e comprende le scienze politiche, il diritto, la storia, la geopolitica, le scienze gestionali, l’organizzazione dell’informazione e della comunicazione. L’intelligence si applica a tutte le aree della sicurezza nazionale e alla sicurezza economica attraverso la business intelligence.

In un’appendice al compendio di lavori presentati al seminario di “Cultura dell’intelligence francese” a Marne-la-Vallée, l’Ammiraglio Lacoste ha indicato undici temi di ricerca fondamentali per lo studio dell’intelligence. Ha attinto dalla sua esperienza come direttore della DGSE e dai progressi registrati nella ricerca angloamericana, come pubblicato nel giornale britannico Intelligence and National Security:

  • documentazione;
  • elaborazione e processo decisionale;
  • approccio metodologico all’intelligence;
  • meccanismi interni dei servizi segreti;
  • business intelligence;
  • elaborazione dell’informazione e guerra dell’informazione;
  • criminalità e ordine pubblico;
  • etica e deontologia;
  • libertà civili;
  • giornalismo investigativo;
  • cultura.

Questa lista indicativa rappresenta una mappa iniziale ampiamente multidisciplinare. L’ex direttore della DGSE ha suggerito “una moltiplicazione di approcci complementari partendo da una gamma di discipline” [25]. Una lista non esaustiva di materie specialistiche indicate potrebbe essere ricostruita guardando agli speaker invitati dall’Ammiraglio Lacoste al seminario: comprendono storici, economisti, politologi, sociologi e giuristi.

Fig. 5 – Ricerca multidisciplinare sull’intelligence (1996-2009) sulla base delle tesi universitarie presentate in Francia [26]

Lezioni apprese e prospettive

In meno di un ventennio, gli studi francesi sull’intelligence hanno conosciuto una trasformazione fondamentale, beneficiando dell’ambiente favorevole sorto dalla rivoluzione dell’informazione e dagli attentati dell’11 settembre 2001. Le diverse relazioni governative sulla business intelligence inoltre hanno ampiamente favorito l’integrazione della materia nei curricoli universitari. Ciò ha portato alla creazione di diplomi e corsi di laurea, alle prime tesi e programmi di ricerca, come pure alla creazione di un centro di ricerca specializzato (CF2R).

In aggiunta, una più stretta corrispondenza tra il mondo accademico e il mercato editoriale ha portato alla diffusione di una specifica “cultura dell’intelligence francese”, che differisce dall’approccio giornalistico tradizionale e ha avuto come risultato la pubblicazione di numerosi libri che possono essere classificati come “scientifici” per come trattano la materia.

Di conseguenza, e nonostante il tradizionale disinteresse dei leader politici per l’argomento, l’intelligence ha raggiunto un livello di riconoscimento che finora era mancato. L’esistenza di corsi universitari sulla materia sembrava piuttosto irrealistica fino a un decennio fa, sebbene questo progresso richieda ancora un’armonizzazione globale da parte delle università francesi.

Crediamo che sia ancora troppo presto per parlare della nascita di una “Scuola francese” di intelligence, come ha scritto Peter Jackson nel 2006. In quanto materia di ricerca, è ancora troppo presto per dire se il rinnovato interesse per l’intelligence non sia solo una moda passeggera e i progetti di ricerca, eccetto che per il CF2R e il LAREGE, sono ancora troppo fragili per costituire una tendenza reale.


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