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GRAFFITI E GRAFFIATI - VIETATO EMBEDDARE, muore il blog?

Creato il 15 novembre 2011 da Calcisulcalcio

(Video tratto dal sito www.cineblog.it)
Preso dalla situazione politica, mi è sfuggita questa notizia. Vi prego di leggere l'articolo che riporto dal sito de L'Espresso. Non ho parole, non posso crederci. Ogni ulteriore commento è superfluo da parte mia. Buona lettura.
La Siae e i trailer, che brutto filmdi Federico Formica
Solo in Italia poteva succedere: vogliono far pagare i diritti d'autore a chi mette on line i trailer dei film. Una regola assurda, visto che si tratta di pubblicità. Quando ci chiederanno soldi anche se cantiamo un brano sotto la doccia?
(10 novembre 2011)
Chi ha soldi, sopravviverà. Chi non li ha, diventerà irrilevante. Questa è la nuova regola che Siae sta – indirettamente – imponendo al mondo dell'informazione cinematografica online. Tutto ruota intorno ai trailer. Pensavate che questi minispot fossero una forma di pubblicità? Errore: per la società degli autori e degli editori, le immagini sono secondarie. Il trailer è anzitutto un involucro che contiene musiche protette dal copyright. E in quanto tale, chi li pubblica deve pagare. Ma se chi lo pubblica fa un favore alla casa di produzione e all'autore delle musiche, invogliando il pubblico a vedere il film al cinema, deve pagare lo stesso? La risposta, ancora una volta è sì.
E non sono tariffe da discount: 450 euro a trimestre per 30 video o un massimo di 10 ore di trailer. In un anno, i gestori di siti come fantascienza.com, horror.it, cineblog e badtaste.it dovrebbero quindi sborsare qualcosa come 1800 euro solo per mostrare brevi spezzoni dei film che di lì a poco usciranno nelle sale. Una cifra che per molti siti ha già significato la chiusura tout-court della sezione video.
Stefania Ercolani, direttrice dell'ufficio multimedialità di Siae, spiega che "la licenza sui contenuti audiovisivi come i trailer esiste da anni. Tutti lo sanno. Cos'è cambiato? Il semplice fatto che oggi stiamo chiedendo il conto a tutti quei siti commerciali che non hanno mai voluto mettersi in regola". Proprio questa è la parola chiave: commerciali. Secondo la Siae, infatti, non si tratta di chiedere soldi ad associazioni no-profit ma a siti che realizzano introiti grazie alla raccolta pubblicitaria.
"Sa quanto ricaviamo con la pubblicità? 40 euro l'anno. Appena sufficienti a coprire i costi del dominio" dice Andrea Colombo, direttore editoriale del sito horror.it, un sito di informazione cinematografica settoriale, che va avanti grazie alla passione e al volontariato. "E noi saremmo un sito commerciale? Da qualche giorno abbiamo cancellato tutti i trailer dal nostro sito, ma forse non basterà perché Siae potrebbe comunque chiederci i soldi retroattivamente".
Ad aumentare lo sconcerto nella comunità di cinefili online è la sproporzione con le tariffe che la Siae applica ai giganti: 4000 euro l'anno per i circuiti di oltre quindici multiplex. I siti dei mega-cinema che – si suppone – generano profitti ben superiori a quelli di un sito web semiamatoriale, pagano solo 2200 euro in più.
Ma è vero, come dice Siae, che il copyright per la musica contenuta nei trailer esiste già da anni? Ancora Andrea Colombo, il direttore di horror.it: "Sappiamo che le musiche sono protette. Mai, però, avremmo pensato che Siae avrebbe distorto il concetto di trailer solo per raggranellare altri quattrini. Serve un esperto per capire che un trailer è una forma di pubblicità? Che è un prodotto in cui la musica ha un ruolo residuale rispetto alle immagini? Diciamolo chiaramente: le case di produzione ci hanno sempre segnalato i trailer, e sono sempre state ben felici di darceli in pasto gratuitamente. Sarebbe interessante capire come reagiranno".
Da registi, attori e produttori sono già arrivati commenti molto duri. La produttriceFederica Luccisano ha parlato di misura "ignobile", Paolo Virzì di una "iniziativa più insensata che goffa. Dimostrerebbe di essere stata concepita da chi non ha idea di cosa sia la rete", Massimo Boldi di "tassa ingiusta e non costituzionale".
L'avvocato Fulvio Sarzana contesta un altro aspetto della "tassa-trailer": la Siae vuole applicare la licenza anche a chi "embedda" un video da Youtube. Embeddare (dall'inglese embed, inserire) significa far visualizzare un video su una pagina web copiando poche righe di codice. Fisicamente il video rimane sui server di YouTube. Ma viene ospitato sulle pagine del nuovo sito, come se ne facesse parte. "YouTube ha già stipulato un accordo con Siae, quindi per tutti i video pubblicati su quella piattaforma è già stata pagata una licenza. Ma se quello stesso video viene ri-pubblicato su un altro sito, i diritti vanno pagati una seconda volta. Insomma, il doppio diritto d'autore" continua l'avvocato Sarzana.
A rispondere è, ancora una volta, Ercolani di Siae: "Su internet si può evitare di pagare il copyright, basta seguire le regole. Se al posto dell'embed si inserisce un link esterno, che una volta cliccato porta a un sito terzo che ha già stipulato una licenza con noi, Siae non rivendica alcun diritto d'autore. Chi usa l'embed, pubblica un video sulla propria pagina. E deve pagare il legittimo proprietario".
Per non essere divorati, i "pesci piccoli" lottano e annunciano una giornata di oscuramento dell'informazione cinematografica. "Vogliamo dimostrare che il trailer, per noi, è informazione. Non un trucco per attirare più utenti – spiega Andrea Colombo -, e se passerà il principio di Siae, si creerà un divario enorme tra i siti che potranno pagare i 1800 euro all'anno e tutti i siti indipendenti che non se lo possono permettere".
E non è finita, perché Siae sta puntando gli occhi anche verso i social network. I detrattori la accusano di essere un ente da rottamare? Eppure, quando si tratta di andare a caccia di soldi, la Siae sembra ergersi a paladina del web 2.0. Le prime licenze ad hoc stanno già nascendo. Per condividere su Facebook un video o un trailer protetto da copyright, i siti che già pagano ogni anno la loro quota alla Siae devono versare solo un piccolo supplemento. E tutti quei milioni di utenti che, ogni giorno, condividono qualche canzone, magari per dedicarla alla fidanzata o solo per esprimere il proprio umore?
"In teoria, chiunque pubblica un brano protetto deve pagare i diritti. Ma esiste anche il buon senso. Non ci viene neppure in mente di perseguire migliaia di persone solo perché pubblicano una canzone su un social network" conclude la direttrice dell'area multimediale di Siae. Intanto su Facebook la campagna è partita, come al solito, all'insegna dell'ironia.
E il gruppo "Non canto sotto la doccia e non fischio per strada per paura della Siae" conta già oltre 6800 fan. (Fonte: espresso.repubblica.it, articolo di Federico Formica)

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