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Holmes e Sherlock: dalla carta alla BBC (Parte prima)

Creato il 31 maggio 2013 da Rivista Fralerighe @RivFralerighe

Da Fralerighe Crime n. 5

La serie televisiva “Sherlock” prodotta dalla BBC nel 2010, creata da Moffat e Gatiss, getta una luce nuova sulle storie di Sir Arthur Conan Doyle.

I romanzi e i racconti che costruiscono Sherlock Holmes vengono riprodotti nei particolari, tanto da rivolgersi soprattutto agli appassionati. La premessa perturbante: l’ambientazione.

Sherlock viene strappato dal contesto della Londra vittoriana per essere innestato nel ventunesimo secolo. Si tratta di una scommessa audace – e riuscitissima.

E si incarna alla perfezione nei vivi cambiamenti che subisce il carattere dei personaggi, pur rimanendo fedele all’originale. In particolare per quanto riguarda la relazione tra Sherlock Holmes e John Watson.

Holmes e Sherlock: dalla carta alla BBC (Parte prima)

Nella produzione letteraria capiamo subito, attraverso gli occhi di Watson, che Holmes è un tipo eccentrico. A leggere oggi viene forse da sorridere, ma per l’epoca si trattava già di un personaggio di molto fuori dai canoni, nonostante il suo essere inappuntabile: scapolo impenitente, ma non donnaiolo; misogino eppure gentleman; e certo fin troppo confidente nel proprio intelletto.

Poi, tutte le punte di eccentricità che Watson scopre convivendoci. Il disordine, i picchi di eccitazione e di depressione durante le indagini e i momenti di stallo. Perfino la tossicodipendenza – andava di cocaina – che all’epoca non era così severamente condannata, ma il dottore sa non essere affatto una buona abitudine.

Al contrario, Watson è il gentiluomo temperato, inserito nel proprio ambiente. Con la sua discrezione è il compagno ideale dell’intemperante Holmes.

Doyle definisce questo legame senza spendere fiumi di parole, ma sotto la cortese maschera vittoriana cela sfumature molto moderne. Il dottore è un uomo modesto e pragmatico (e molto intelligente, semplicemente non geniale). Soprattutto, però, è curioso e il compagno è una riserva infinita di novità. Nonostante le differenze caratteriali, per lui vale la pena apprendere e farsi coinvolgere. Spende molto del suo tempo a descrivere le abitudini di Holmes, per esempio. Si lancia in incisi sull’amico, sul suo modo di fare e di vivere, di lavorare, sul suo atipico e brillante modo di ragionare. Tratta anche dei difetti, che lo irritano, ma che è incline ad accettare benevolmente. Quasi con paternalismo.

Holmes è un uomo indipendente e, anche se ama lavorare da solo, i casi con Watson si dimostrano i più divertenti. Glieli sottopone a sua discrezione, sapendo che il dottore vorrà tuffarcisi con lui, curioso com’è. In Watson apprezza questo: l’uomo ancorato a una vita quoti- diana solida, ma che non rifiuta l’avventura, che ama immergersi nel mistero.

Questo, per Holmes, è tutto: fa sì che non rinchiuda Watson tra le persone ottuse.

Tutto questo non è oggetto dei romanzi né dei racconti, ma da essi la relazione di Sherlock Holmes e John Watson emerge come una della amicizie più solide raccontate nella letteratura. La loro situazione si inscrive in quella tipica della fine del diciannovesimo secolo, specie a Londra: il bachelorism. Ecco che ricchi amici scapoli spesso vanno a vivere insieme, in attesa di sistemazione o quant’altro.

Quando Watson effettivamente si sistema, ne Il Segno dei Quattro, con la signorina Morstan – una donna adorabile: di classe, dolce, di buona famiglia, molto affettuosa con lui – Holmes reagisce con una risata. Offeso, Watson gli chiede se la sua scelta non sia per caso biasimabile.

“Bene, questa è la fine del nostro piccolo dramma” osservai dopo che eravamo rimasti seduti per un po’ a fumare in silenzio.

“Temo che questa sia l’ultima investigazione che mi offra l’opportunità di studiare i suoi metodi. La signorina Morstan mi ha fatto l’onore di accettarmi come futuro marito.”

Holmes ebbe un gemito di sconforto. “Era ciò che temevo” disse. “Non posso davvero congratularmi con lei.”

Ci rimasi un po’ male.

“Ha qualche motivo per disapprovare la mia scelta?” chiesi.

“No di certo. La ritengo una delle giovani donne più affascinanti che io abbia mai incontrato e ci sarebbe stata utilissima nel nostro lavoro. Sotto questo aspetto, è decisamente un genio; guardi come, fra tutte le carte del padre, ha conservato la mappa di Agra. Ma l’amore è un’emozione, e tutto ciò che è un’emozione contrasta con la fredda logica che io pongo al di sopra di tutto. Personalmente, non mi sposerei mai per non offuscare la mia capacità di giudizio.”

“Mi auguro” risposi ridendo, “che il mio giudizio resisterà alla prova. Ma lei ha l’aria stanca.”

“Sì, è la reazione. Per una settimana mi sentirò come uno straccio.”

“È strano” osservai, “che quei periodi che in un’altra persona chiamerei di pigrizia, in lei si alternino a periodi di straordinaria energia ed attività.”

“Già” rispose “ho tutti i numeri per essere un campione di pigrizia o attività frenetica.”

Holmes e Sherlock: dalla carta alla BBC (Parte prima)

Holmes, si diceva, è un educatissimo misogino e la vita matrimoniale gli sarebbe solo d’impiccio. È una considerazione piuttosto lucida e tranquilla.

L’unica donna che riesce a spiccare tra le altre è Irene Adler. Watson si chiede se sia amore, ma ne dubita. Solo, Irene riesce nell’epica impresa di acquistare prestigio agli occhi di Holmes.
Anche il matrimonio di Watson (nel bene e nel male) tuttavia scivolerà sul suo rapporto con Sherlock come acqua fresca. La vita matrimoniale del dottore finisce per dimostrarsi irrilevante.

Come queste caratteristiche si ripercuotano in un’ambientazione moderna è la sfida che lancia la BBC. Ma per esaminarla non si può precludersi queste premesse.

Scilla Bonfiglioli 



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