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Hotel Jardines ( II parte di Bilbao solo andata )

Da Thefreak @TheFreak_ITA

Erano due praline.

Due batuffoli di rara perfezione. Posati, su un piattino da caffè candido e regolare.

Uno al tè verde e crema di limone. L’altro, al cioccolato paraguayano con essenza di zenzero.

Due colpi d’occhio così accostati, vicini, come sottratti a qualche tavolo di un quadro  di Degas, rubati, e ora posati accanto al suo caffè.

Nine streets. Una mattina fuggita via dentro le vene di Amsterdam.

Di spalle all’entrata del Bistrot, le orecchie subivano il solletico del fruscio rapido e stridente delle bici in continuo movimento.

Ordinaria consuetudine scandita da tensioni sotto pelle che andavano a solcare strati di pensieri precari e privi di freni.

Con la schiena immersa nel velluto della sedia, lei muoveva nervosa la gamba destra, mentre la sinistra seguiva dei sussulti sporadici, un intermittente tastare del piede, pedali di un invisibile pianoforte che intonava Satie, o così le pareva di udire dalla cassa laggiù in alto.

La musica veniva interrotta dal suono della voce di sua madre, lontana chilometri ma estremamente vicina perché saldata con fare ridondante tra sinapsi e curve celebrali, dal preciso istante in cui la signora Agnese aveva alzato il telefono per dare un senso a 19,250 km di distanza.

“è arrivata una lettera tesoro.”

“chi mi scrive?”

“Non è apposto nessun mittente, vuoi che la apro e verifico?”

“Lascia perdere, sarà qualche pubblicità..”

“Sì, forse sì. Del resto la busta è verde..”

Pausa lunga, sudorazione azzerata, spin off del cuore e demoni emotivi fuoriusciti senza indugio dal vaso di Pandora che era divenuta la sua mente.

“Non toccare niente. Manda la busta qui.”

“Tesoro sei sicura”

“Si. Fai in fretta.”

La busta campeggiava poco lontano dalla tazzina con un pessimo espresso, rimasto intatto, mentre il cioccolatino nero era venuto meno, lasciando la pralina del medesimo tocco verde pastello a danzare con il cartoncino con cui condivideva la medesima tinta epidermica.

Afferrò quell’ostia profana, la girò più volte, strappò con forza badando a non ledere il contenuto, sfilò la lettera e la poggiò sul tavolino.

Tenne tra le dita quella busta squarciata, si mise a fissarla, le tremava l’indice sinistro, la gamba destra andava da sé. I suoi occhi conoscevano quell’involucro ferito dal colore sfacciato. Una vista nota ed evocativa.

Lei era solita prendere e portare con sé le buste e i fogli da lettera che trovava in modalità cadeau in ogni albergo in cui aveva sostato, dentro i suoi viaggi.

Affascinata da quegli oggetti desueti e datati, nella loro veste di messaggeri portatori di inchiostro più o meno necessario, scriveva ogni volta che un’urgenza emotiva lo richiedeva.

Ebbe un lungo sospiro mentre i suoi ricordi ricostruivano la storia di quella busta e il suo luogo d’origine. Schiuse la lettera.

Hotel Jardines – Casco Vejo – Calle Jardines n.9….

Bilbao.

Vanni.

Amsterdam appariva come una sposa d’avorio e cristallo e Livia, guardando verso la strada, pensò che il resto del suo coraggio ormai era perso e versato mestamente sul binario 10 di Milano Centrale.

“Cara Livia”

qui a Bilbao splende un sole d’amianto.

Ti scrivo seduto su una panchina poggiata sul bordo del “lungo fiume”…ho di fronte il Guggheneim e mi godo le sfumature che la luce crea, scagliata sulle sue squame di latta.

Ho finito prima oggi. Ne approfitto per bere una Cerveza a Plaza Veja, in quel posto carino di cui mi avevi parlato.

Sono in attesa di trovare casa. L’altro giorno ho visto due monolocali e quasi mi sono commosso nel constatare la differenza di prezzo rispetto a Milano.

Il lavoro procede bene. Sono tutti molto carini e disponibili. Certo sono baschi e non hanno il piglio acceso e spontaneo dei loro fratellastri a sud… anche in questo caso mi sono ricordato dei tuoi racconti….

Che sciocco che sono, vero? Ho sprecato un pezzo di foglio per scriverti sciocchezze, amenità, quasi a cavalcare l’illusione che non curarsi della memoria fresca, esserne indifferenti e atteggiarsi con tranquillità vale sul serio la rimozione di uno stato di cose che tra di noi si è alternato per sempre.

 Immagino le espressioni del tuo volto mentre sei intenta nella lettura. Le labbra serrate, il respiro in ostaggio, gli occhi lucidi della solita patina emotiva che non riesci a controllare.

Occhi sgranati, Livia, e fissi sui caratteri di ogni sillaba, le sopracciglia che si muovono seguendo il tuo procedere incalzante, la tua tensione.

Sei tesa, lo sento. Come ti ho vista l’ultima volta, su quel binario che è diventato candido altare ogni mia sacrilega omertà.

Impotente.

 Non so dove sei… Dove sei Livia?

Ho seguito le tue parole, hai visto? Ti ricordi quando mi hai scritto sul muro della mia camera la poesia di Hikmet? «Il più bello dei mari è quello che non navigammo…» La poesia intera, tranne l’ultimo verso. Ti ricordi vero?

Quel verso è celato dietro l’armadio della tua stanza.

Ti starai chiedendo come ho fatto a scoprirlo…

Lo so da sempre, Livia.

Come ho sempre saputo che il tuo fianco accanto al mio, non era ordinario vivere. Era altro, troppo, per un orfano d’amore come me.

 Livia ho seguito le tue parole. Ho seguito il sogno, ho rotto la prigione di paura e codardia in cui avevo fatto la mia casa, ho strappato di dosso la bombola di cattivo ossigeno che usavo come salvagente per ogni  repressa angoscia e ho finalmente respirato aria, quella vera.

Sono qui a Bilbao.

Via da me ogni falsa impressione di felice esistenza, lontano da Claudia, povera vittima consapevole di un non amore,  ma travestito bene.

 Ho vinto il tempo, ma ho perso la tua ombra.

 Hai disperso le tue tracce e mi hai lasciato seduto su un binario freddo e con il cuore spaccato. Mi hai lasciato il sapore del tuo bacio, di cui sono in attuale astinenza. La mia bocca lo rivendica. E io bramo la tua presenza.

 Quant’è infame quell’amore che gioca e si fa beffa degli uomini confusi e alienati, ubriachi di niente, senza bussole al cuore, senza un cielo di lucciole pronte a salvarli, di gente come me, famelico di carezze, che affonda i denti senza scegliere e va a succhiare senza chiedere, che ha fame e basta. Un egoista qualunque.

 Hai usato quell’amore e hai solcato uno squarcio profondo tra le scapole. Cerco di bere il sangue che va a versarsi ogni giorno, con la stessa intensità, e ha il gusto dolce del tuo profumo di mandorla, della tua saliva di miele.

 Dove sei Livia?”

 

Livia si fermò. Le sudavano le mani.

Intorno a lei esisteva un giro di vite ormai ammutolito e insonorizzato.

Con un forte contraccolpo di gola e respiro, sentì l’aria passare attraverso un’apnea che sembrava essere durata ore, giorni.

Interruppe. Si alzò di scatto dalla sedia, prese il cappotto, frugò nella borsa per cercare le sigarette e si diresse verso l’uscita. Il freddo la colse, non era preparata a quel cambio di stato climatico. Troppo tempo trascorso dentro, troppi attimi senza una temperatura vitale, un perenne rigor mortis di paura e attesa, di stomaco chiuso e testa altrove.

Si accese una sigaretta e rimase lì, a guardare i passanti distratti che incrociavano corpi e direzioni senza voltarsi mai, chiusi nei loro pensieri di strada, senza il minimo desiderio di ricambiare lo sguardo a chi incontrava il loro passaggio.

Livia pensò a quanto le sarebbe piaciuto perdersi e mischiarsi in quella folla, spacciarsi per un’indifferente e anaffettiva creatura che aveva svuotato il serbatoio di ogni desiderio. Non voleva provare più niente, voleva un encefalogramma di animale freddo. Non voleva continuare a leggere.

Voleva controllare il caos.

Ma il caos aveva preso possesso di lei, anticipando i suoi prospetti, era ormai il suo sequestratore recondito, aveva preso già fruizione dei patemi di Livia, conduceva la sua orchestra di lacrime trattenute a stento, e chiedeva in riscatto ogni suo abbandono, quell’abbandono oppiaceo e dolcissimo, pericoloso e letale che portava indosso un verso di inchiostro indelebile nascosto dietro un armadio…

“…e quello che vorrei dirti di più bello ancora non te l’ho detto…” Vanni.

 


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