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I buoni frutti di ACh alias the brother

Creato il 10 novembre 2010 da Chit @chit67

Chi frequenta questo blog lo conosce come vignettista, io lo conosco semplicemente come fratello maggiore e vi confesso un po’ fatico a trovare le parole per presentarvelo oggi nella sua “nuova” veste di scrittore.  Ci rinuncio perchè potrei sembrare semplicemente retorico o paraculo, invece quello che ci lega è più di un semplice vincolo di sangue, ma questo lo sappiamo noi e tanto basta. Però non potevo non trovare un piccolo spazio per presentarvi il suo primo libro, ‘”I buoni frutti della malapianta” e spero non me ne voglia se prendo in prestito le sue parole e pubblico la:

Nota per finire

La storia contenuta in questo libro è stata scritta un bel po’ di tempo fa.

Undici anni.

Per intenderci, all’epoca a capo del governo c’era D’Alema (non durarono molto né lui, né la sua coalizione) e per pagare il caffè al bar si usavano le lire.

I miei figli erano (relativamente) piccoli – undici e sette anni – ed io avevo parecchi capelli in più.

Una volta che ebbi finito di scrivere, feci leggere la storia a mia moglie (da sempre il primo lettore dei miei scritti). Domanda da parte sua dopo la lettura: “Quando la pubblichi?” Risposta: “La lascio sedimentare un po’ e poi … poi vedremo.

Sistemai il dattiloscritto su un ripiano dell’armadio che sta alle spalle della mia scrivania.

Di tanto in tanto lo tiravo fuori. Lo rileggevo, apportavo qualche correzione che annotavo a margine dei fogli e poi la rimettevo al suo posto dentro all’armadio.

Una sorta di ora d’aria per un recluso.

Per dire la verità gli ho concesso anche qualche periodo di libertà vigilata per farlo leggere a qualche amico – Maurizio, Franca, Maresa (scritto proprio con la “e”), Gianni, Daniela – e a mio padre.

Quando ritenni che mio figlio fosse sufficientemente grande, gli proposi di leggere quello che in famiglia era diventato il libro di papà. Terminata la lettura mi rivolse la stessa domanda che sua madre mi aveva fatto diversi anni prima: “E quand’è che lo pubblichi?” (proprio vero che la genetica non è acqua …).

Cosa rispondere?

L’idea mi attirava; non potevo negarlo. In fin dei conti perché uno scrive una storia? Non certo per tenerla chiusa in un armadio o in un cassetto. Ma mille cose mi frenavano. Non avevo la più pallida idea di come muovermi e ancor meno avevo la voglia e il tempo di mettermi a scoprire come fare.

Questo fu ciò che risposi, ma dentro di me sapevo che erano alibi che mi ero costruito, perché gli ostacoli non erano mille, bensì uno solo: la mia indolenza.

Probabilmente il libro sarebbe rimasto prigioniero nell’armadio ancora per molto se un giorno dell’estate scorsa mentre mi avviavo con il carrello alla cassa del supermercato, non mi fossi fermato come mio solito davanti allo scaffale dei libri alla ricerca di qualche volume che mi interessasse, magari scontato.

Scorrendo il dorso dei volumi la mia attenzione fu attirata da un libro. Non tanto per il titolo (Sette fine), quanto per l’autore: Andrea Ribezzi. Che fosse quel Ribezzi che conoscevo? Il papà di Luca, un ragazzo che aveva giocato a calcio con mio figlio? Possibile che avesse scritto un libro?

Andai a cercare le note biografiche. Non c’erano dubbi. Era lui.

Comprai il libro ed arrivato a casa gli telefonai per avere la conferma che fosse proprio lui l’autore del libro e quindi per complimentarmi. Parlammo a lungo di libri gialli, di scrittori, hai letto questo? conosci quell’altro? Mi feci raccontare la sua esperienza e ad un certo punto gli dissi che anch’io avevo scritto qualcosa che da anni però tenevo chiuso in un armadio.

Lui si disse stupito (non mi faceva scrittore), ma soprattutto incuriosito, e mi chiese se potevo fargli leggere quello che avevo scritto.

Dopo qualche giorno mi chiamò. La mia storia non gli era dispiaciuta, anzi, e riteneva che avrei potuto tranquillamente farla uscire da quell’armadio in cui la tenevo segregata. Ne parlammo il giorno stesso davanti ad una bottiglia di vino.

Era arrivato con un foglio di appunti. Mi sottopose quelle che a suo avviso erano le carenze (convenni con lui che alcune cose potevano essere migliorate), segnalò alcune imprecisioni (soprattutto per quanto riguardava le procedure investigative).

Ribadì che la storia gli era piaciuta e mi incoraggiò a prendere contatto con la casa editrice Iboskos Risolo, offrendosi di anticipare la cosa alla responsabile con la quale era in buoni rapporti.

Improvvisamente mi parve tutto più facile. Rilessi la storia, aggiunsi e tolsi qualche virgola, poi ne stampai una copia e la spedii alla casa editrice.

Era iniziata la procedura per dare la libertà al mio libro.

Un ringraziamento va agli amici-parenti lettori per i loro commenti; alcuni sono stati preziosi per migliorare alcuni passaggi. Ed un grazie particolare ad Andrea per il suo incoraggiamento.

Da ultimo una precisazione. La vicenda che ho raccontato è del tutto inventata, così come immaginari sono i personaggi che vi recitano. Se qualcuno avesse trovato in loro somiglianze con persone realmente esistenti, sappia che ciò è frutto della sua fantasia.

(8 settembre 2010)

I buoni frutti di ACh alias the brother

Bè, spero vi sia venuta almeno un po’ di voglia di acquistarlo e leggerlo. Costa 12 €uro, è di 137 pagine (due le avete già lette) quindi lo leggete rapidamente, é compatto e non porterà via spazio nelle vostre librerie e se qualcuno pensasse che ho fatto tutto questo per la sua carriera da scrittore dimentichino… sto lavorando alla mia nuova carriera di copertinista!

n.b. superfluo precisare che è gradita qualsiasi forma di pubblicità e divulgazione anche da parte vostra: spesso ci ha fatto sorridere lui, ora possiamo farlo sorridere noi!?


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