
Immenso e inatteso si stende fra le poltrone e il soffitto, dilatando bisbigli e accartocciando paure che si aggrappano alla volta di legno dorato come gargoyles ansiosi di trovare la prossima preda.
Gli spettatori si girano a destra e sinistra, ascoltano il buio per cominciare a pensare, vogliono l’attore per smettere di ascoltare. Lo scrittore li guarda, prende appunti nella testa che si spiana e freme, come un taccuino nuovo che desidera essere marcato più di ogni altra cosa al mondo. Lo scrittore è lì, pronto a segnare l’immagine che più lo tenta, la metafora che più lo rende invidioso, la sequenza di parole che più gli aggrada per rigore o sonorità. Lo scrittore prende appunti, sempre. Ogni sguardo, ogni sospiro, ogni gesto banale e convulso offre un’idea, un’ipotesi di storia a cui non aveva pensato. E allora guarda, domandandosi se uno strano dondolio con il piede sinistro potrebbe essere abbastanza interessante, se si moltiplicasse nel silenzio dell’attesa, di fila in fila, trasformandosi in un’avanzata di barbari.
La donna vicina allo scrittore tossisce interrompendone il disegno. Il primo atto è cominciato e lui ne ha perso un discreto pezzo per scrutare teste buie. È da un mese che ha iniziato a scrivere la sua nuova storia. Struttura, griglia, trama e personaggi sono chiari nei suoi occhi, meno nella sua mente. Il primo capitolo si è auto-generato, in un pomeriggio orrendamente silenzioso, in cui lo scrittore ha prodotto pagine su pagine di un qualcosa che poco sembrava somigliare alla sua storia, ma che sgorgava possente dalle sue dita, percuotendo la tastiera e strattonando le sue certezze. L’ispirazione, gatto prezioso e indisponente, stava decidendo per lui, stava viaggiando così veloce e deciso da costringere lo scrittore a seguirlo inerte, ben sapendo che, di rado, tanta fretta ha generato la pagina giusta. Quando è riuscito a fermarsi, obbligato da un forte dolore ai polsi a scrollare le mani in un’aria fremente di curiosità, lo scrittore ha guardato la barra di piccoli tasti sopra la sua pagina virtuale alla ricerca del simbolo che più di tutti lo affascina e lo sgomenta: il conta parole.
Un innocuo tastino che subito elenca il numero di pagine, parole e caratteri che fino a quel momento ha imposto alla sua trama. L’unico strumento che permette allo scrittore di dimostrare a se stesso di aver davvero scritto qualcosa. Un occhio asettico che non giudica il contenuto, ma implacabilmente conta e raggruppa, dimostrando il frutto dell’impegno dello scrittore. Se il risultato è, come spesso accade, carente rispetto al programma, gli occhi dello scrittore si stringono in uno sguardo torvo, iniziando a rimproverare la testa di aver prodotto così poco, provando a cliccare il conta parole più e più volte, quasi fosse una slot-machine, in grado di trasformare le decine in centinaia e i desideri in certezze. Se invece il risultato è superiore alle attese, lo scrittore, non osa mai un “secondo tiro”, iniziando a guardare sgomento e felice la cifra che il conta parole gli ha regalato.
Dopo una tale estasi c’è una sola cosa che lo scrittore non più giovane può fare: aspettare! Staccarsi dal foglio, iniziare a vagare lontano dal testo, in cerca di piacere, in cerca di nuove parole da creare.
Eccolo allora, armato di ansia per un testo scritto che non osa ancora riguardare, uscire di casa e aspettare, andare a teatro e aspettare, iniziare a leggere un testo altrui con le orecchie tanto per cambiare. Aspettare che ciò che sente sia speciale, sia perfetto, sia migliore di certo di ciò che ha appena scritto.
