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I luoghi della scrittura: le stanze interiori di una giovane promessa.

Creato il 02 gennaio 2012 da Pasquale Allegro
Elena Lio - “Siddharta in salotto”
I luoghi della scrittura: le stanze interiori di una giovane promessa.
di Pasquale Allegro
“Una donna deve avere soldi ed una stanza suoi propri, se vuole scrivere romanzi”, lasciò detto un giorno Virginia Woolf, rimestando così, in contrappunti esistenziali, la possibilità di crearsi uno spazio personale, intimo, in cui soggiornare i propri effluvi creativi, le proprie oniriche esasperazioni, la propria metamorfosi kafkiana. Chi infatti, anche tra i più distratti conoscitori di letteratura, non attribuisce al ripugnante protagonista del racconto, ormai cult (che brutto termine cult, non meno abietto del pusillanime ormai), dello scrittore di Praga, l’incapacità di crearsi uno spazio, reale e simbolico allo stesso tempo, in cui contenere l’esplosione della propria soggettività, così infima ed infinita allo stesso tempo, e di quella personalissima e indivisibile “diversità” in cui ritrovare tutto se stesso?
Quando sentirete che quel luogo è diventato finalmente il vostro, potreste, kafkianamente appunto, correre il rischio di prestare il fianco all’emarginazione alla quale il "diverso" viene condannato a sguazzare come prigioniero delle proprie autentiche espressioni, mentre in alternativa, così come è riuscita a fare Elena Lio nel suo Siddharta in salotto, potreste trovare rifugio nella vostra cameretta, per ritrovare quelle parti di voi incautamente smarrite, perché nascoste “sotto una spessa coltre di batuffoli di polvere”. Quello sarà il vostro spazio, un “posto al sicuro nella custodia della bellezza”, un luogo in cui rifugiarsi per risollevare le proprie passioni e concertare i propri desideri; in una parola: esserci per sé, e per gli altri.
Personalmente, immergendomi tra le righe di questo diario microcosmico mi sono ritrovato tra un’infinità di stanze e di case, e, facendo ancora mie le parole di Elena, “non intendo dentro casa, intendo dentro me”.
Fatto sta che, non trovando tra le righe di Siddharta in salotto una benché minima traccia di insetti pelosi e ripugnanti, mi è piaciuto pensare all’autrice come ad una fanciulla – ha poco più di vent’anni - aggraziata e soave che si aggira tra le pareti della propria anima, persa in disquisizioni intense e delicate, e che, al pari del personaggio uscito dalla penna di Hermann Hesse da cui il titolo del libro, “dentro di sé porta tutto quello che l’universo intero ha difficoltà a concepire”, nell’attesa che arrivi “il momento migliore per uscire dal bozzolo e volare”.
Nostra giovane concittadina nata in un anonimo settembre del 1990 (“un parto della natura lanciato verso l'ignoto”, è il riguardo di Hesse nei confronti di un altro suo personaggio), studentessa universitaria alle prese con la sua prima pubblicazione, Elena Lio ci guida nelle sue stanze con piglio sicuro da donna work in progress e con polso fermo da narratrice incallita dell’io, con una scrittura ponderata nei toni, ma soverchiante nella sua capacità di inabissarsi dentro la scelta coraggiosa di impelagarsi in un silenzioso colloquio con sé stessa, senza mostrare però la tragica coda dell’irruenza post-adolescenziale: “Forse sul mio letto dorme il mio futuro, un serpente che fa la muta e trema di spasmo, malattia e vita rubata impudentemente alla più saggia delle invenzioni: la morte”.
Vi si scopre un uso analgesico della parola; in tal senso l’autrice tenta di attribuire alle esperienze connaturate alla sua giovane età, una serie di solide considerazioni congetturali, sapientemente dosate applicando il soffice balsamo dell’innocenza, di un alacre spirito di saggezza e di un’insolita maturità redentrice.
E così, via via sfogliando il libro, ci si può imbattere nella carezzevole descrizione di una situazione solo in apparenza consueta o in un soliloquio quotidiano che di riflesso si specchia sul vitreo sfavillio di uno sguardo interiore: “Come un baco da seta, mi sono avvolta nei miei capelli: siamo cambiati insieme, cresciuti insieme, nelle forme, nei colori, nello stile”.
Ci sono pagine che, per grazia, farebbero arrossire di vergogna alcuni nostri scrittorucoli di provincia, tutti protesi a sciorinare proverbi in disuso, - tanto negletto considerano l’italiano che non pretendono di imparare –, a declamare versi che non sono versi, perché non si possono considerare tali delle semplici frasi di senso compiuto, o tutti spazientiti nel dimostrare che le viuzze di San Teodoro sono alquanto strette, sì, ma comunque un giorno, ormai lontano, vi filavan le vecchiette sedute all’uscio.
Ed è da considerare allora rassicurante il fatto che ci siano giovani (e va bene, non è un merito solo questo) lametini dediti alla formula narrativa, ma soprattutto ci conforta sapere che ci può essere ancora chi della letteratura non redarguisce l’analisi interiore, chi, rovistando tra gli innumerevoli intrugli da laboratorio della scrittura, dedica ancora particolare attenzione allo strumento della parola; è un po’ come riscoprire la figura dell’artigiano della parola. È un po’ come scrivere: “Questo silenzio dell’anima è rumoroso come lo scalpiccio vigliacco e caotico di una truppa in ritirata, è come un lenzuolo bianco ricoperto di polvere che io stessa mi butto sul cuore”.
Elena Lio ha, comunque, tutto il tempo di approfondire le sue doti introspettive, e tutto uno spazio artistico da occupare, grande quanto l’anima ed immenso quanto il mondo che troverà fuori da sé, e che ci si augura osserverà non come fosse uno di quei gerani che, costretti all’eredità genetica delle balconate, nella scena rappresentata ne Il vaso dei gerani si genuflettono davanti alle intemperie, “tristi e infreddoliti e umidi e soli”, e che mentre “fioriscono e sfioriscono, vedono la gente passare, alternarsi e ripetersi lungo la strada”. Perché, comunque, a chiudere la cornice interviene un gesto di rivalsa, un sentimento panico di dannunziana memoria: “Invece noi stavamo lì, fioriti o appassiti: noi, imperterriti con le nostre radici, coi nostri ideali di solitudine e meraviglia”.
Siddharta in salotto è un libriccino da camera. Non tratta di vicendevoli e avviluppanti corridoi contorti della mente, no. Di stanze, dicevamo. E di ospiti esuberanti ed invadenti come la polvere, “polvere ovunque, polvere sul pavimento in una stanza piena di cianfrusaglie”. I ricordi sono sepolti sotto questa nebulosa coltre nostalgica, come stipati “nel terzo cassetto dall’alto” – ci si perde negli anfratti espressivi dell’autrice, tra trasfigurazioni, traslazioni concettuali e similitudini -, i desideri soffocano insipienti come fossero barlumi di passione anchilosata, perché, confessa Elena, “la polvere è un cuscinetto di spessore tra me e la donna che voglio essere, la mamma che voglio essere, il mondo che voglio accogliere dentro di me”.
Siddharta in salotto è un libriccino da camera. Non tratta di relazioni interpersonali e di voci scambiate, no. Pulsa di silenzi e di pioggia, di moquette consunta da riflessioni di gocce penetranti. “Ma questo silenzio interiore toglie consistenza al rumore delle gocce di pioggia”, ci sussurra l’autrice, e noi le crediamo.
Sì, noi che ci aggiriamo tra le pareti cocenti dell’esperienza estetica, comprendiamo il sordo verso gutturale di un’eco frenata. Ma la preghiamo con tutto il cuore di non tentare mai di comprimere il silenzio assordante che la costringe comunque a parlarci di sé e delle sue stanze in maniera così suadente.
Scongiuriamo, così, una volta per tutte, il pericolo di ritrovarcela un giorno, in disgrazia ispiratrice, tutta presa a sciorinare proverbi in disuso o a declamare versi che non sono versi. Lasciamo ad altri il vezzo senile di dimostrare che le viuzze di San Teodoro sono alquanto strette, sì, ma comunque un giorno, ormai lontano, vi filavan le vecchiette sedute all’uscio.
Autore: Elena Lio
Titolo: Siddharta in salottoEditore: Aletti, collana “Gli emersi - Narrativa”
Pagine: 92
Data di pubblicazione: 2010
Prezzo: € 13,00
Da "Il Lametino", 2011

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