I MOSTRI ANTICHI: Miti o realtà?

Creato il 17 ottobre 2013 da Dariosumer

LA SFINGE
E’ un nome che evoca immediatamente atmosfere di mistero e simbolismi, ma bisogna distinguere fra la Sfinge egizia e quella greca: la prima è la raffigurazione della potenza regale, mentre la seconda è una figura mitologica.
Sfinge egizia
Questo straordinario monumento è assurto a simbolo dei misteri che ancor oggi circondano la civiltà egizia. (misteri che studi ed inarrestabile ricerca, continuano a svelare) In realtà non ha nulla di misterioso, né di mitologico; ha, invece, come tutte le statue egizie, una ben precisa funzione: quella di proteggere.
“Proteggo la cappella della tua tomba
sorveglio la tua porta…” sta, infatti, scritto su un esemplare risalente alla XXVI Dinastia.
Corpo leonino e testa umana, sulla fronte l’urex, il cobra reale, la Sfinge simboleggia la natura divina del Faraone.
La Sfinge più famosa si trova a Gizah, porta il volto del faraone Kafra e risale al 2.570 a.C. – IV Dinastia, Antico Impero.
Durante lo scorrere di tutti questi secoli, non c’è stata generazione capace di sottrarsi al suo fascino enigmatico.
Per gli Arabi era Abu-el-hol, ossia, “Padre della paura”, a testimonianza dei sentimenti di timore che l’immenso colosso di pietra era capace di suscitare in gente superstiziosa che la credeva una raffigurazione del male; per gli Antichi Egizi, però, era la Shepes-ank, “L’Immagine Vivente”, provvista di Ka e Ren = Spirito e Nome.
Imponente ed enigmatico, fin dall’antichità, questo colossale felino di pietra ha alimentato leggende ed aneddoti. (talvolta anche riprovevoli)
Ricordiamo il faraone Thutmosis IV che, ancora ragazzo, a seguito di un sogno in cui la Sfinge gli prometteva il trono se l’avesse liberata della sabbia che minacciava di seppellirla, le dedicò una stele. I Mamelucchi, qualche millennio dopo, l’aggredirono a cannonate, portandole via il naso e, più recentemente, avventurieri senza scrupoli usarono la dinamite per penetrare al suo interno nella speranza di trovarvi tesori.
Attualmente la sfinge di Gizah non gode di ottima salute.
Non è una novità. Più volte in passato si è tentato di rimetterla in sesto e ogni volta i risultati sono stati disastrosi.
Oggi ci si domanda: chi salverà la Sfinge?
Ma perché la Sfinge è così “malata”, mentre le Piramidi, di cui doveva essere “Il Protettore”, pur spogliate del pregiato rivestimento esterno, godono di buona salute?
A proposito di Piramidi, un detto recita così:
“L’uomo ha paura del Tempo,
ma il Tempo ha paura delle Piramidi!”
Le ragioni sono molteplici: tempo, vento, sabbia e, non ultima, l’opera dell’uomo. La vera causa sta, forse, nella sua stessa struttura morfologica.
Originariamente, l’immenso monumento era una collinetta di pietra calcarea da cui furono estratti i blocchi per le prime assise delle Piramidi di Keope e suo figlio Kafra. All’informe ammasso che ne restò e seguendone la naturale struttura morfologica, fu data la forma di un leone con testa umana che, rivestita di pietra pregiata, divenne laShepes-ank, la “Immagine Vivente” di Atum-Ra, con il volto del faraone Khafra.
Oggi come ieri, sebbene mutilata e oltraggiata, continua a suscitare stupore e meraviglia ed è meta di milioni di turisti che, di giorno ne subiscono il fascino semplicemente osservandola e di sera vivono le suggestioni di spettacoli come “Suonie Luci”
Fantasiose teorie sono sorte intorno alla Sfinge di Gizah, che si vuole, risalente ad epoca assai più remota, attribuendone la costruzione a civiltà sconosciute e misteriose come Atlantide o scomodando addirittura gli extraterrestri.
Accantonando queste improbabili teorie, prive di ogni serio supporto scientifico, quella di Gizah è l’esemplare più famoso di Sfinge egizia, ma ne esistono altre, altrettanto importanti per funzioni e caratteristiche.
Piccola, ma dal fascino particolare è quella della famosa Regina-Faraone Huthsepsut, custodita al Museo Egizio di Torino; androgina ed elegante, invece, è quella del faraone Amenopeth III.
Che dire del “Viale delle Sfingi” a Luxor e del “Viale delle Sfingi Criocefali” (a testa di montone) a Karnak?
Speriamo soltanto che, dopo aver attraversato indenni secoli e secoli, l’uomo moderno sappia custodire e conversare per altri millenni queste meraviglie.
Sfinge greca

Al contrario della Sfinge egizia, la cui funzione era quella di proteggere, la Sfinge greca era una figura terrorizzante, inquietante e tragica. Come in molti dei miti greci. Lo fu la sua stessa nascita: il frutto di un rapporto incestuoso tra la bestiale Echidna e suo figlio Ortro, cane a due teste.
Chi o cosa potevano generare due mostruose creature, se non un altro mostro? Sfinge era un ibrido alato con testa di donna e corpo di leonessa.
Il mito narra che fu mandata a Tebe per vendicare la morte del bel Crisippo, ucciso da Laio, Re della città, che aveva approfittato sessualmente di lui, contro natura.
Il mostro si appostò sul Monte Ficione; secondo altre versioni, addirittura su una colonna nel bel mezzo della piazza della città.
Il mostro chiedeva a tutti i passanti di sciogliere indovinelli… pena la morte.
L’enigma più ricorrente era:
“Chi è quell’animale che al mattino cammina a quattro zampe, a mezzogiorno su due ed a sera fa uso di tre?”
Per liberare la città da quel flagello, Laio stava recandosi a Delfi per chiedere responso al Tempio, quando si scontrò con un certo Edipo.
La strada era stretta e il Re gli chiese di farsi da parte.
Quell’Edipo, però, era un giovane dotato di arroganza più che di rispetto e, ignorando che l’uomo che gli stava di fronte era nientemeno che suo padre, non solo non gli dette la precedenza, ma passò alle mani… anzi, alla spada e fece fuori lui e il suo araldo… anche perché uno dei cavalli gli aveva pestato i piedi.( i piedi di Edipo, vedremo in altra sede, avevano un buon motivo per stare in scena in questo mito…).
Giunto a Tebe, il giovane affrontò la Sfinge e al suo indovinello rispose così:
“E’ l’uomo! Egli cammina a quattro zampe da bambino, su due piedi da adulto e si appoggia al bastone da vecchio.”
Sconfitta e sconvolta, la Sfinge si gettò dalla rupe (o dalla colonna), sfracellandosi.
LA CHIMERA

Ancora più mostruosa era quest’altra creatura mitologica, essa pure figlia di Echidna: testa di leone, corpo di capra e coda di serpente… e poiché il gusto per l’orrore era spiccato già a quei tempi, il mito la dotò anche di alito infuocato e pestilenziale.
Il mostro seminava il terrore in territorio di Licia e il Re di quelle contrade, si vide costretto a chiedere aiuto ad un suo ospite: un certo Bellerofonte.
“Il Re di Carnia, mio nemico, - gli disse – tiene in casa quel mostro come se si trattasse di un animale domestico.”
L’eroe non si fece ripetere l’invito e partì subito per l’impresa. Per prima cosa domò Pegaso, il cavallo alato, nato dal sangue della Medusa, una delle Gorgoni e la sola delle tre sorelle ad essere mortale.
Domare Pegaso, però, non fu impresa facile. Bellerofonte lo trovò che stava abbeverandosi ad una delle fonti che lo stesso Pegaso faceva sgorgare battendo il suolo col uno degli zoccoli. Riuscì a catturarlo con una briglia d’oro, dono della dea Atena e, naturalmente, con l’aiuto della Dea stessa.
Riuscire ad uccidere la Chimera, però, era tutt’altra impresa; Bellerofonte le piombò addosso in groppa a Pegaso e la colpì con la lancia dalla punta di piombo, conficcandogliela in bocca. L’alito di fuoco della mostruosa creatura fece sciogliere il piombo, che scivolò giù, attraverso la gola, sciogliendo tutti gli organi vitali e causandole la morte.

Minotauro, Centauro, Satiro, ossia: uomo-toro, uomo-cavallo, uomo-capro… la mitologia mediterranea abbonda di tali favolose creature.
Naturalmente nessuno ci crede, ma, come in ogni leggenda, c’è sempre un fondo di verità.
Chi erano veramente il Minotauro di Creta? Chi erano i Centauri?
Lo scopriremo subito, ma prima entriamo nel mito.
IL MINOTAURO
Conosciamo tutti la leggenda del Minotauro di Creta, ma, per chi l’avesse scordata, eccola, così come ci è stata tramandata dalla mitologia tradizionale.
Minosse, figlio di Giove, per legittimare il suo diritto di successione al trono di Creta, chiese a Poseidone, Dio del Mare, una degna vittima da sacrificare durante la Cerimonia.
Dalle onde del mare, Poseidone fece emergere uno splendido toro bianco, così bello che Minosse volle tenerlo per sé e offrire in sacrificio, al suo posto, un toro comune.
Brutto affare, offendere la suscettibilità di una Divinità: Poseidone, infatti, se la prese così tanto, che per vendicarsi dell’affronto, ne escogitò una davvero bella: scatenò in Pasifae, sposa di Minosse, (donna non propriamente fedele, come anche il marito, d’altronde), una passione contro natura per lo splendido animale.
Ah… questi popoli antichi!
Come fare per soddisfare l’insano desiderio?
Semplice! Ci pensò quel geniale di un architetto, ospite del Re, che allietava la corte con i suoi giocattoli meccanici.
Parlo del famoso Dedalo, noto a tutti.
L’ingegnoso artista trovò subito il sistema: costruì la sagoma di una mucca in cui fece sistemare quella pazza della Regina; la rivestì di pelle bovina e la fece porre in bella vista sul prato dove pascolava il bel Tauros. (questo il nome imposto allo splendido toro).
Quel che accadde, lo lasciamo all’immaginazione. Quello che accadde invece alla Regina dopo nove mesi, fu di mettere al mondo un bel bimbo con la testa di toro: il Minotauro, per l’appunto, a cui fu imposto il nome di Asterione.
L’increscioso fatto dispiacque così tanto a Minosse (cornificato già troppo spesso dalla moglie, ma mai prima con un toro) che impose a Dedalo di costruire un Labirinto in cui fece rinchiudere il Minotauro, la regina Pasifae e lo stesso Dedalo, che in seguito riuscì a fuggire, ma… quella è un’altra storia.
Il Minotauro era nutrito con carne umana, procurata dagli Ateniesi fino all’arrivo di un eroe di nome Teseo… ma anche questa è un’altra storia.
Interessante, invece, è sapere chi era davvero il Minotauro, tenendo presente che sul bacino Mediterraneo si affacciavano Popoli nella cui cultura era sempre presente il “culto del toro”: ricordiamo l’orientale Mitra, l’egiziano Hapy, ecc…
Già ai tempi di Plutarco, quella figura da “Sodomia e Gomorra”, era stata riscattata.
Il Minotauro, ossia Asterione, in realtà, era nato da una relazione tra la regina Pasifae e il bel Tauros, generale di re Minosse e atleta di tauromachia. (spettacolo con i tori)
Sempre di corna si trattava, ma non di corna animali!
Secondo questa più accettabile versione dei fatti, poco conosciuta perché non piccante come la prima e per questo meno capace di catturare quel “lato oscuro” che è sempre stato in ogni essere umano, Teseo combattè non con il mostruoso Minotauro, ma con suo padre Tauros e lo vinse in un regolare incontro.
Le leggende, soprattutto quelle nere e scabrose, sono lunghe a morire. Ecco perché oggi tutti conoscono il Minotauro, figlio di un toro, e ignorano Asterione, figlio di un atleta.
I CENTAURI
Letteralmente il termine Centauro significa: “colui che trafigge il toro”, dall’etimo classico Kentauroi; un altro etimo suggerisce, invece: “gruppo armato di cento uomini”.
Qualunque sia il significato del termine, il mito li vuole d’aspetto davvero singolare: uomini fino all’ombelico e cavalli per il resto del corpo. Il mito li vuole anche rissosi, lussuriosi e sempre pronti a saltare addosso alla prima donna che capitava loro davanti.
Omero li chiama: “villose bestie selvagge”, per il loro aspetto e le attività orgiastiche ed erotiche.
La leggenda sulla loro origine farebbe arrossire gli autori di erotismo più audace. Vediamo perché.
Il capostipite fu un certo Issione, re dei Lapiti, tipo poco raccomandabile, per giunta assassino.
Giove, re degli Dei, pur contro il parere degli altri Immortali, non solo non lo punì per il suo reato, ma lo invitò alla sua tavola.
A Issione piacevano molto le donne, proprio come a Giove; per questo, forse, non mancò di fare certe proposte addirittura a Giunone, sposa del suo divino ospite.
Giove scoprì presto le intenzioni del suo ingrato ospite e per metterlo alla prova dette ad una nuvola le sembianze di Giunone.
Annebbiato dal vino e dalla lussuria, Issione sfogò le sue brame sul simulacro di nuvola; dall’inconsueto rapporto nacque Centauro che, diventato adulto, dette sfogo alle sue insane tendenze sessuali e si accoppiò con le cavalle del Monte Pelio, che gli generarono i Centauri, creature metà uomini e metà cavalli.
Questo il mito. La realtà, naturalmente, era un’altra.
I Centauri erano uomini barbuti e selvaggi, appartenenti a tribù delle montagne della Grecia orientale, i quali vivevano in tale simbiosi con i loro cavalli, da sembrare una sola cosa con il proprio animale.
Nacque così la leggenda degli Uomini-cavallo.

L'IDRA


Serpente o drago mostruoso, figlio di Echidna e Tifone: aveva molte teste (da tre a nove, secondo le varie leggende), che rinascevano duplicate appena tronche. Nacque sotto un platano presso la fonte Amimone. Visse poi nella vicina palude di Lerna, dove gli omicidi venivano a purificarsi. Ecco l'origine del proverbio: "Una Lerna per i malvagi".
Lerna sorge accanto al mare, a circa cinque miglia dalla città di Argo. Questo fertile e sacro distretto fu un tempo terrorizzato dall'Idra che aveva la sua tana sotto un platano, presso la sorgente del fiume Amimone e si aggirava nella palude Lernea di cui nessuno riuscì a misurare la profondità, e che divenne la tomba di molti incauti viandanti. L'Idra aveva un mostruoso corpo di cane e otto o nove teste serpentine, una di esse immortale; ma taluni parlano di cinquanta, altri di cento teste. A ogni modo, l'Idra era così velenosa che il suo solo respiro e persino il puzzo delle sue tracce potevano uccidere. La seconda Fatica che Euristeo impose ad Eracle fu di uccidere l'Idra di Lerna, che Era aveva addestrato per minacciare la vita dell'eroe.
Atena aveva ben meditato in quale modo Eracle potesse uccidere l'Idra, e quando egli giunse a Lerna, sul suo cocchio guidato dal nipote Iolao, gli indicò la tana del mostro. Dietro consiglio della dea, Eracle costrinse l'Idra a uscire dalla tana tempestandola di frecce infuocate, e poi l'assalì trattenendo il fiato. Il mostro si avvolse attorno ai suoi piedi, nel tentativo di farlo inciampare. Invano Eracle si accanì con la clava: non appena gli riusciva di spaccare una delle teste dell'Idra, subito ne rinascevano due o tre altre per sostituirla.
Un enorme granchio emerse allora dalla palude per aiutare l'Idra e si attaccò al piede di Eracle; schiacciando violentemente il guscio del granchio sotto il tallone, Eracle gridò per invocare il soccorso di Iolao. Iolao diede fuoco a un lembo di bosco e poi, per impedire che nuove teste rispuntassero sul corpo dell'Idra, ne cauterizzava la radice con rami infuocati.
Usando una spada o un falcetto, Eracle tagliò allora la testa immortale e la seppellì, ancor sibilante, sotto un pesante masso ai margini della strada che conduceva a Elea. Poi squartò la carcassa e immerse la punta delle sue frecce nella bile del mostro. Da quel giorno la minima scalfitura prodotta da tali frecce fu sempre fatale.
Per ricompensare il granchio dei suoi servigi, Era lo pose nella costellazione del Cancro che brilla in cielo vicino a quella dell'Idra. Euristeo dichiarò che quella Fatica non era stata compiuta a dovere, perché Iolao aveva aiutato Eracle con i suoi rami infuocati.
LA MEDUSA
Mitico eroe greco, già noto ad Omero ed Esiodo, figlio di Zeus e di Danae, appena nato Perseo, secondo la leggenda, fu gettato in mare dentro una cassa, assieme alla madre, dal nonno Acrisio, re di Argo, a cui un oracolo aveva predetto che sarebbe morto per,mano del nipote. La cassa, spinta dai venti, approdò nell'isola di Serifo, dove Danae fu fatta schiava e Perseo fu allevato dal tiranno Polidette. Cresciuto Perseo, Polidette, per offrire un degno dono nuziale ad Ippodamia che desiderava sposare, organizzò un banchetto rituale al quale si poteva partecipare portando un cavallo. Perseo, non possedendo un cavallo, promise a Polidette che avrebbe portato la testa decapitata della Medusa, una delle tre Gorgoni il cui corpo era comunemente raffigurato come quello di un cavallo. L'impresa era difficile, ma in soccorso di Perseo vennero Ermes ed Atena che convinsero le Naiadi a donare all'eroe un paio di calzari alati, un elmo che rendeva invisibili e una borsa di pelle (kibisis) per mettervi la testa della Gorgone. Così equipaggiato, Perseo raggiunse a volo il giardino delle Esperidi e, istrutito dalle dee Gaie, penetrò nella grotta dove le Gorgoni dormivano. Per uccidere la Medusa, l'unìca delle tre Gorgoni che era mortale, bisognava fare attenzione ad evitare il suo sguardo, che aveva il potere di impietrire chi la guardava. Perseo allora, secondo una versione del mito, decapitò la Medusa volgendo indietro lo sguardo; secondo un'altra versione, vibrò il colpo guardando la Gorgone riflessa in uno scudo lucente che gli era stato donato da Atena (la metopa selinuntina evidenzia lo sforzo di Perseo di evitare lo sguardo diretto della Medusa). Dal collo reciso della Gorgone uscirono allora l'eroe Crisone e il cavallo alato Pegaso, che si trovavano nel suo grembo. Perseo depose nella kibisìs la testa della Gorgone, montò sul cavallo Pegaso e volando con esso riuscì ad evitare l'inseguimento delle altre due Gorgoni nel fratternpo svegliatesi. Nella sua fuga aerea Perseo raggiunse il paese degli Etiopi dove vide una fanciulla Andromeda, legata ad una roccia ed esposta a un mostro marino per placare la collera di Poseidone. Perseo allora si accostò al mostro, lo uccise pietrificandolo con la testa della Gorgone e liberò Andromeda, portandola con sé a Serifo, dove era ancora in corso il banchetto organizzato da Polidette. Mostrando la testa della Medusa, Perseo impietri anche Polidette, liberò la madre dalla schiavitù e con Danae e Andromeda se ne tornò ad Argo. La leggenda tramanda poi che Perseo, proprio nel tentativo di riconciliarsi con il nonno, uccise involontariamente Acrisio, colpendolo con un disco lanciato nel corso di una gara (e così si avverò la profezia dell'oracolo).
IL CICLOPE

Gli antichi mitografi distinguevano tre specie di Ciclopi: i Ciclopi "urani", figli di Urano e di Gaia (il Cielo e la Terra), i Ciclopi "siciliani", compagni di Polifemo, che intervengono nell'Odissea, e i Ciclopi "costruttori".I Ciclopi "urani" appartengono alla prima generazione divina, quella dei Giganti. Avevano un solo occhio in mezzo alla fronte, ed erano caratterizzati dalla forza e dall'abilità manuale. Si chiamavano Bronte (il tuono), Sterope (il fulmine) e Arge (il lampo). Essi si rivoltarono contro il padre Urano che li cacciò nel remoto Tartaro. Quando Crono detronizzò Urano, su invito di Gea, liberò i Ciclopi; ma non appena ebbe il supremo potere, sentendosi minacciato dalla presenza di questi giganti, li rinchiuse di nuovo nel Tartaro. Zeus, avvertito da un oracolo che avrebbe potuto riportare la vittoria contro i Titani soltanto con l'aiuto dei Ciclopi, li liberò definitivamente. I Ciclopi diedero a Zeus il tuono, il lampo e il fulmine; ad Ade un elmo che rendeva invisibili, e a Poseidone un tridente. Armati in tal modo, gli Dei Olimpici sfidarono i Titani, e li fecero precipitare nel Tartaro.
I Ciclopi divennero i fabbri di Zeus e realizavano per lui le folgori. A questo titolo, incorsero nell'ira di Apollo, il cui figlio, Asclepio, era stato ucciso da Zeus con un colpo di fulmine per aver risuscitato alcuni morti. Non potendo vendicarsi su Zeus, Apollo uccise i Ciclopi, e ciò gli valse, come punizione, un anno di lavori forzati che il dio scontò pascolando le greggi di re Admeto di Fere.
Nella poesia alessandrina, i Ciclopi non sono considerati altro che demoni subalterni, fabbri e artigiani di tutte le armi degli dèi. Fabbricano, per esempio, l'arco e le frecce d'Apollo e della sorella Artemide, sotto la direzione d'Efesto, il dio fabbro. Proprio su invito di Efesto, Artemide si recò a visitare i Ciclopi nell'isola di Lipari e li trovò intenti a martellare un truogolo per i cavalli di Poseidone. Sfacciatamente, la dea disse ai Ciclopi di trascurare per qualche tempo il truogolo di Poseidone e di farle invece un arco d'argento e un bel fascio di frecce; in cambio essa avrebbe loro offerto in pasto la prima preda abbattuta.
Abitano le isole Eolie, oppure la Sicilia. Qui possiedono una fucina sotterranea, e lavorano con gran rumore. Sono proprio l'ansimare del loro fiato e il fracasso delle loro incudini che si sentono rimbombare in fondo ai vulcani siciliani. Il fuoco della loro fucina rosseggia la sera in cima all'Etna. E, in queste leggende legate ai vulcani, essi tendono a confondersi con i Giganti imprigionati sotto la massa delle montagne, e i cui soprassalti agitano talvolta il paese.
Secondo Omero, i Ciclopi sono ritenuti una popolazione di esseri selvaggi e giganteschi, dotati d'un solo occhio e di forza prodigiosa, che vivono sulla costa italiana (nei Campi Flegrei, presso Napoli). Dediti all'allevamento dei montoni, la loro sola ricchezza consiste nel gregge. Sono volentieri antropofagi e non conoscono l'uso del vino, e neppure la coltivazione della vite. Quando Odisseo giunse nella loro terra, il ciclope Polifemo, figlio di Poseidone e della ninfa Toosa, mangiò sei membri dell'equipaggio che aveva rinchiuso nella caverna. Promise a Odisseo di mangiarlo per ultimo; ma l'eroe riuscì ad ubriacarlo, lo accecò con un grosso tronco la cui punta era stata precedentemente arroventata, rubò le sue pecore e se ne andò sbeffeggiandolo.
Si attribuiva a Ciclopi (venuti, si dice, dalla Licia) la costruzione di tutti i monumenti preistorici che si vedevano in Grecia, in Sicilia e altrove, costituiti da grossi blocchi il cui peso e dimensione sembravano sfidare le forze umane. Non si tratta più dei Ciclopi di Urano, ma di tutto un popolo che si era messo al servizio degli eroi leggendari, per esempio, di Perseo per costruire le mura di cinta di Argo, Midea e Micene. Sette giganteschi Ciclopi, chiamati Gasterochiri perché si guadagnano da vivere facendo i muratori, seguirono Preto dalla Licia e fortificarono Tirinto con mura massicce, servendosi di blocchi di pietra così grandi che un paio di muli non avrebbero nemmeno potuto spostarne uno; queste mura venivano chiamate ciclopiche.
Ora traiamo le conclusioni. Ci si chiede se è possibile che tutti questi mostri antichi siano solo leggende o qualcosa di più, forse una realtà che gli antichi toccavano con mano quotidianamente... E' possibile che essi fossero degli ibridi creati da esseri intelligenti tra animali e umani o tra animale e animale?

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