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I nostri antenati, i Romani

Creato il 22 luglio 2010 da Zfrantziscu
Lord Macaulay, mentre presentava l'Indian Education Act al Parlamento di Londra, disse: “Per contenere tutta la letteratura indiana basta un solo scaffale di una buona biblioteca europea questa gente non esprime nulla in alcuna disciplina noi dobbiamo formare una classe di persone che abbiano sì sangue indiano, ma sensibilità e cultura inglesi”.
Per raggiungere questo obiettivo le scuole locali furono sostituite da strutture scolastiche di tipo britannico. Gli indiani ricchi venivano mandati a Eton, a Cambridge, a Oxford. Si leggevano Shakespeare o il London Times, piuttosto che i Veda o le Upanishad. Gli Indiani imparavano a disprezzare la propria cultura, che vedevano arretrata e ridicola. Volevano governare l'India, ma volevano farlo alla maniera degli Inglesi.
Un caro amico mi ricorda quello straordinario pensiero che esprime mirabilmente la cultura politica del colonialismo inglese. Non diversa, del resto, da quella coloniale francese, olandese, portoghese, spagnolo. Imperi che, non a caso, ad una cosa massimante mirarono: demolire le lingue locali e deprimere come insignificanti le letterature dei popoli sottomessi. Fu questo l'aspetto “civilizzatore”, anzi la motivazione civilizzatrice di domini che avevano più banali intenti economici e geopolitici. Non a caso, ad Algeri, i bambini arabi e berberi imparavano in francese quali erano le loro origini: “Nos ancêtres les Gaulois”, i nostri antenati Galli.
Roba passata, per fortuna e per decisione dei popoli, ma mica tanto. Ancora oggi, è nella concezione italiana che “per contenere tutta la letteratura in sardo basta un solo scaffale di una buona biblioteca italiana”. A cui si aggiunge un più domestico: “noi dobbiamo formare una classe di persone che abbiano sì sangue sardo, ma sensibilità e cultura italiana”. Oltre che ad esprimersi in italiano, perché è del tutto inattuale e fuorviante il pensare che possa stabilirsi un nesso stretto fra identità nazionale e lingua. Chi dice questo parte prevalentemente da se stesso: io voglio l'indipendenza della Sardegna anche se non conosco il sardo e non mi sento affatto meno sardo perché non conosco la lingua.
Sembrano affermazioni piene di buon senso, persino inattaccabili. Conosco moltissimi che non conoscono il sardo e sono sardisti nel senso più lato della parola, ma vivono questa non conoscenza come una propria diminutio, non come esempio da imitare. In una terra in cui sono loro una minoranza, mai si permetterebbero di proporre il loro status come meta da raggiungere.
Di queste cose vorrei tanto discutere, pacatamente e senza furori, con le centinaia di amici di iRS che si spendono in tutti i modi per sviluppare la lingua sarda e per farla diventare normale e ufficiale. Anche loro si troveranno alla Festa manna del loro movimento, una festa in cui il sardo non solo non sarà l'habitus, normale per i loro amici corsi, catalani, scozzesi, baschi (indipendentemente dal fatto che parlino la loro lingua nazionale), ma neppure un elemento distintivo. La lingua sarda, così come la letteratura in sardo, non solo non saranno padrone di casa, ma neppure ospiti.
Una parte della futura classe dirigente è chiamata a rassegnarsi ad avere sì sangue sardo, ma sensibilità e cultura italiana. Credo sia giusto interrogarsi perché.

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