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I protagonisti della settimana NBA: magico Rajon Rondo, pessimo Ty Lawson

Creato il 19 novembre 2015 da Basketcaffe @basketcaffe

Rajon Rondo, Sacramento Kings – Immagini fornite da Panini SPA[/caption]Rajon Rondo e Ty Lawson hanno entrambi cambiato franchigia in estate, ma con uno spirito ed un’accoglienza completamente opposti. Il nuovo arrivato a Sacramento era già considerato un giocatore finito, preda dei problemi fisici e delle proprie intolleranze in spogliatoio, lontano parente del meraviglioso Celtic visto qualche anno fa, mentre il secondo, sbarcato a Houston, doveva essere una sorta di salvatore della patria, l’uomo che avrebbe finalmente spostato gli equilibri dei Rockets verso la vetta.

Rajon Rondo, Sacramento Kings - Immagini fornite da Panini SPA

Rajon Rondo, Sacramento Kings – Immagini fornite da Panini SPA

Questo inizio di regular season, però, ci sta raccontando una storia completamente diversa.

Shit happens“, ha detto Mark Cuban, proprietario dei Mavericks, la scorsa notte a proposito del malaffare Rondo, per quanto riguarda Dallas. Il che fa capire chiaramente quanto il prodotto di Kentucky stia giocando meravigliosamente nella sua nuova avventura in California. Quattro triple-doppie nelle ultime sei partite giocate, con 13 punti, 9.7 rimbalzi e 13.3 assist di media in 43 minuti d’impiego. Numeri alla Rondo. Perché il suo gioco, di fatto, non è cambiato di una virgola. E’ tornato semplicemente quello di una volta. Tira con 43.6% dal campo, con il 27% da oltre l’arco, con un imbarazzante 35% dalla lunetta, è tutto fuorché affidabile quando si mette in proprio e non penetra, ma col pallone tra le mani è tornato uno spaventoso insieme di atletismo ed intelligenza cestistica. Perché è capace di inventare basket, come non succede ormai più così spesso tra le guardie NBA. Ha bisogno di sentirsi libero, come lo faceva sentire Doc Rivers, come lo fa sentire George Karl. Il quale, non a caso, afferma: “Soltanto Andre Miller orchestrava così bene la squadra come fa Rondo, tra le PG che ho allenato. E’ come se fosse un magnete“.

Il fatto che sia un eccellente passatore non può che aver aiutato fin da subito la connection tra lui e DeMarcus Cousins. Non soltanto perché quest’ultimo è il bersaglio prediletto degli assist di Rondo, ma perché si sono migliorati a vicenda e, per dirne una, il centro classe ’90 sta diventando anche un incredibile tiratore da oltre l’arco, se messo in condizioni ottimali dal compagno. Non solo, perché il nativo di Louisville raccoglie anche 7.5 rimbalzi a partita, il migliore nel suo ruolo dopo Russell Westbrook, e ruba 2 palloni a partita, pur non avendo uno tra i più solidi defensive rating della Lega (106.2 punti concessi ogni 100 possessi). Se con Cousins, con Rudy Gay e compagnia le cose vanno alla grande, non altrettanto si può dire della convivenza con Darren Collison. Oltre a dividersi il tempo sul parquet, Rondo diminuisce sensibilmente le proprie performance quando ha il fiato del compagno sul collo. A parte l’ultima tripla-doppia, siglata con Collison rientrato a disposizione, l’ex C’s non era mai andato in doppia cifra di assist prima che il prodotto di UCLA si infortunasse. In ogni caso, considerando l’investimento di “appena” 9.5 milioni di dollari profuso da Sacramento e tenendo presente le paure e le ansie che accompagnavano Rondo dopo la disastrosa stagione a Dallas, tutto sta andando a meraviglia.

Ty Lawson e i Rockets. Alla vigilia sembrava uno dei grandi colpi dell’estate, in grado di coprire la voragine vista la scorsa stagione nei termini di una point guard con buoni valori e qualità offensive. Sotto l’egida di Kevin McHale, sostituito prima della vittoria contro i Blazers della scorsa notte da J. B. Bickerfstaff, però, Lawson è stato relegato ad un ruolo a dir poco secondario. Quello, per interderci, che ha sempre occupato Patrick Beverley, guardia dal grande talento difensivo, ma offensivamente ben inferiore all’ex Nuggets. Eppure, James Harden continua a condurre il gioco, a tenere il pallone quasi sempre nelle sue mani e a lasciare Lawson sul perimetro in attesa di qualche catch-and-shoot jumper, nulla a che vedere con le sue qualità in cabina di regia. E Bickerfstaff non ha posto troppa attenzione al problema, mettendo il nativo di Clinton in panchina e lanciando Jason Terry in quintetto al suo posto contro Portland.

Lawson, dalla sua, non sta facendo nulla per farsi apprezzare. Segna 8.3 punti a partita in quasi 35 minuti d’impiego, tirando con percentuali imbarazzanti, 32% dal campo, 26% da oltre l’arco e 67% dalla lunetta. Il suo ridotto ball-handling lo limita a 5.3 assist di media, quando erano stati 9.6 l’anno scorso a Denver, ma soprattutto non è in grado di aiutare i Rockets con i loro problemi di primaria importanza. Su tutti la difesa, che Lawson “aiuta” a rendere ancor più deficitaria, con 106.1 punti subiti ogni 100 possessi con lui sul parquet, 10.2 in più dei 95.9 segnati. Un net rating abissale in negativo, 2.5 palle perse a partita a fronte di 1.3 recuperate, un plus/minus di -6.2. Serve altro? Quel secondo playmaker che i Rockets si aspettavano, in grado di togliere pressione, sia personale sia degli avversari, dalle spalle di Harden, ancora non si è visto. “Ci siamo incontrati ieri e abbiamo tirato fuori tutti i problemi, mi sento che siamo sulla stessa lunghezza d’onda ora“. Meglio che sia così, se Lawson non vuole essere nulla più che un rimpianto in Texas.

 

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