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“I racconti dell’età del jazz” – Francis Scott Fitzgerald

Creato il 30 giugno 2011 da Temperamente

“I racconti dell’età del jazz” – Francis Scott FitzgeraldNewton Compton e minimum fax: nel 2011 sono stati ripubblicati da queste due case editrici I racconti dell’età del jazz, dunque Francis Scott Fitzgerald è morto nel 1940. Il calcolo è semplice: se la legge sul diritto d’Autore prevede che i privilegi patrimoniali decadano al settantesimo anno dalla morte del creatore del testo letterario, ecco che allo scoccare di questa fatidica scadenza è aperta a chiunque la possibilità di riproporre un libro ritenuto valido e meritevole di entrare a far parte del catalogo di una casa editrice.

Quale valore aggiunto, allora, attribuire a un testo nel ripubblicarlo (e ritradurlo)? Ho letto il libro edito nel 2011 da minimum fax, e le risposte a questa domanda sono: la ritraduzione, appunto, che, non potendo valutare comparativamente, mi limito a giudicare scorrevole e piacevole. E poi la veste grafica, e l’apparato paratestuale. A molti non piacciono le copertine lucide (ho scoperto che per i bibliofili di lungo corso sono sintomo di prodotto commerciale, troppo squillante) ma (sebbene) con una copertina non opaca, la riedizione minimumfaxiana dei Racconti dell’età del jazz si distingue anche per la curatissima veste grafica; l’immagine di copertina raffigura un primissimo piano dei piedi di due ballerini degli anni Venti, e la scelta è giustificata in prefazione: anni ‘ruggenti’, quelli del secondo decennio del secolo breve, ma con protagonisti pur sempre ancorati al pavimento, come emerge dai racconti di Fitzgerald. Riguardo all’apparato paratestuale: una prefazione di Sara Antonelli riassume il contesto storico e geografico che ha dato i natali ai racconti, la loro collocazione nella tradizione statunitense della short story e la controversa questione del giudizio dell’autore su questa sua creazione: giochino facile per guadagnare i soldi necessari al mantenimento di uno stile di vita sregolato, come F.S. ha confessato a Hemingway, oppure laboratorio di sperimentazione creativa al servizio dei romanzi, come sembrerebbe dal confronto fra le tematiche delle storie lunghe e brevi? Chiude la pubblicazione una postfazione del traduttore Giuseppe Culicchia, dal taglio nostalgico dell’amante di letteratura made in U.S. che ripercorre le tappe della scoperta di Fitzgerald, a partire da Hemingway.

La recensione di una riedizione non può che essere sbilanciata a favore dei dintorni del testo, tuttavia non dimentichiamo che nulla esisterebbe senza di esso: racconti dal tono vario, introdotti dallo stesso autore – che delinea la storia di ciascuno scritto in un anomalo sommario (ancora paratesto!) – e suddivisi in categorie. Più svagate e leggere Le mie ultime maschiette, ad eccezione di Primo maggio; fra lo sperimentale e il riflessivo Capolavori sparsi; più interessanti le Fantasie (fra cui Lo strano caso di Benjamin Button, la cui notorietà è stata rinverdita dal recente film che vede Brad Pitt come Benjamin), soprattutto Il diamante grosso come il Ritz, che ho trovato il racconto migliore della raccolta.

Puntellati di allocuzioni al lettore, questi racconti delineano la società apparentemente frivola degli anni Venti, che cela i semi della ribellione (Primo maggio) e della disperazione, oltre a una lucida e disincantata consapevolezza dell’abitudinarietà che logora ogni storia. Anche se queste Storie, complice il rinverdimento della traduzione, non risentono dei settant’anni che ne consentono più ampia diffusione.

Carlotta Susca

F.S. Ftizgerald, I racconti dell’età del jazz, minimum fax, 410 pp., 10 euro.


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