Magazine Diario personale

I tre fischi

Da Mapo
Ci faceva mettere tutti in fila, ogni giorno. Rigorosamente per due. Classe per classe, con ordine, nel cortile piccolo, quello delle medie. Ricordo i miei piedi, qualche numero più piccoli, a calcare i sampietrini. Ricordo i miei pensieri di poco più che bambino, quando una nota sul libretto era la fine del mondo e mi trovavo a sbirciare tra le teste la compagnia di classe di cui avevo una cotta. La regola voleva che, entro il terzo, non sarebbe dovuta volare nemmeno una mosca, ma la soggezione era tale che già dopo il primo dei tre fischi il silenzio regnasse indiscusso. Succedeva di colpo. Più che assenza di rumore era un rumore a parte, che calava improvviso, come un sipario, sulla nostra pausa pranzo di alunni e significava il ritorno sui banchi. Più avanti avremmo ricordato quei momenti surreali davanti a boccali di birra, sciupando le risate, ma allora era terrore vero. Saliva su un predellino di legno a pochi metri dalla rete da pallavolo e ci guardava dall'alto, per nulla imbarazzato da quella posizione da generale, la barba incolta e gli occhi chiari dall'espressione severa. Se c'era qualche avviso lo liquidava in poche parole brusche e chiarissime. Se a qualcuno scappava una risata di troppo lo chiamava lì, davanti a tutti e lo redarguiva ad alta voce. "Gioppino", "Spiritoso" se si trattava di una marachella da poco. Una nota da far firmare ai genitori o una ricerca di 10 pagine sugli strumenti musicali se si aveva esagerato davvero.
L'ora di musica era la prima, del pomeriggio. Così, mentre gli altri salivano composti le scale che li separavano dalle classi con un brusio inversamente proporzionale alla severità del professore capofila, lui si metteva alla guida della nostra, ci faceva passare sotto il portico, fino ad arrivare all'aula di musica, dove prendevamo posto, in silenzio. Me lo ricordo alto, anche se forse non lo era, con la camicia azzurra e un maglione smanicato bordaux. Cerco nella mente di allora e ci trovo questa immagine sbiadita ma a tratti chiarissima. La sala di musica, con i suoi tendoni scuri che scendevano con un comando elettrico, ricavata proprio dietro la piccola cappella; le casse e i cd ammonticchiati a poca distanza dall'altare. Una volta seduti iniziava l'ascolto. Ricordo Pierino e il Lupo, l'educazione ad isolare il timbro dei singoli strumenti dell'orchestra, un documentario in VHS in cui Piero Angela diventava piccolo piccolo ed entrava nell'orecchio per spiegarne i meccanismi. Ricordo e penso che, se la musica mi piace tanto, forse è anche grazie a lui.Lui, che sedeva in silenzio, concentrato, con gli occhi chiusi. Li riapriva alla fine del brano e ci guardava, uno ad uno, chiedendoci che cosa ci suggerissero quelle note.
Lui era Ivano Grassi, il mio professore di Musica delle Medie, consigliere scolastico della Scuola Media dei Salesiani don Bosco di Treviglio.Mi hanno detto che è morto insegnando, a scuola, qualche giorno fa. Un finale ironico, che sembra il frutto di qualche destino perverso ma che, forse, è solo fatalità.Se penso a quello che mi ha insegnato mi viene subito in mente "Tu scendi dalle stelle" con il flauto, per la Messa di Natale o la sua gestualità nel dirigere una traballante "Giù dai colli", che usciva traballando dalle ugule di noi poveri stonati. Ma, sono certo, c'è molto di più.Di lui rimane un profilo su facebook. Scorro la pagina, veloce, facendo lo slalom tra i tanti messaggi di cordoglio e saluto. Mi imbatto in uno dei suoi ultimi commenti, in risposta ad una ex-alunna felice di ritrovarlo in questo mondo effimero ed illusoriamente eterno:
Io bene, e tu? In quanto agli anni, è vero... purtroppo quelli passano velocemente!
Mi vengono i bridivi.

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