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Il “Canto dei Sanfedisti”, canzone popolare italiana di lotta.

Creato il 11 giugno 2013 da Retrò Online Magazine @retr_online
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Le rivoluzioni funeste e sanguinarie non sembrano, purtroppo, avere mai fine: tutt’oggi, in qualche parte del mondo, c’è sempre un popolo che lotta per l’affermazione della propria libertà.
Alle rivolte popolari si sono spesso accompagnati, soprattutto in epoche lontane, i cosiddetti “canti di lotta”: uno dei più famosi brani della canzone popolare italiana di protesta, è il “Canto dei sanfedisti”, portato al successo, fra gli altri, dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare e, in tempi più recenti, dalla cantante fiorentina Ginevra Di Marco.
Il pezzo, dialettale, è di autore anonimo e risale al 1799, anno in cui, nel Mezzogiorno italiano, su iniziativa del Cardinale Fabrizio Dionigi Ruffo, sorse un movimento popolare contro-rivoluzionario e clericale preposto alla salvaguardia della monarchia e della tradizione cattolica, il Sanfedismo (da “Santa Fede”).
L’ “Esercito della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo”, composto da contadini, borghesi, ufficiali, banditi in cerca di riscatto morale e persino preti, mise fine, nel giro di pochi mesi, alla “Repubblica Partenopea” d’ispirazione giacobina, e determinò la restaurazione della monarchia borbonica.
Il popolo reagì duramente all’imposizione della Repubblica da parte dei francesi e dei patrioti rivoluzionari in quanto fermamente determinato ad evitare (oltre ai massacri dei civili da parte dei francesi) il venir meno di quel benessere che la dinastia dei Borbone gli aveva sino ad allora garantito: della libertà in assenza di cibo, la gente non sapeva che farsene.
I Borbone, infatti, erano stati in grado di dar vita ad un buon governo riuscendo, in tal modo, ad imprimere nei sudditi un forte senso di radicamento e di appartenenza; nel Regno non mancavano viveri né lavoro, le scuole erano libere e gratuite, i servizi efficienti e garantiti a tutti e il benessere di ognuno assicurato. I monarchi condividevano il forte senso religioso del popolo- mostrandosi, peraltro, tolleranti nei confronti di religioni diverse dal cattolicesimo- e questo contribuiva a rendere il rapporto regnanti-volgo ancora più intenso. Non per nulla, il motto del Regno era: ”bonu Statu e libbirtà”.
Raggiunto l’obiettivo della restaurazione ebbe inizio la vendetta borbonica, che fu particolarmente crudele per coloro che si erano annoverati nelle file dei rivoluzionari, come testimonia, in vari passaggi, proprio il “Canto dei Sanfedisti” (“A lu suono ‘re viulini morte alli giacubbine”/ A lu muolo senza guerra se tiraje l’albero ‘nterra afferraino ‘e giacubbine ‘e facettero ‘na mappina).
Nonostante si tratti un pezzo antichissimo, è evidente come il “Canto dei Sanfedisti” continui ad essere un brano estremamente attuale: gli impulsi materiali, magari legati a ragioni di sopravvivenza, l’ira, la rabbia, il desiderio di rivalsa e in genere tutte le emozioni e tutti i sentimenti espressi nel canto, continuano, infatti, ad essere presenti nei popoli oppressi che combattono per la libertà e per il riconoscimento dei loro diritti.
Prescindere da ogni valutazione di tipo morale sulla questione del sanfedismo e limitarsi a guardare al canto come ad una bellissima testimonianza popolare di un determinato momento storico, è, probabilmente, il modo migliore per poterlo realmente comprendere ed apprezzare.

Articolo di Dalila Giglio


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