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Il compagno

Creato il 07 luglio 2014 da Domenico11
Il compagnoL’immagine è il manifesto “Vota Comunista”, il primo a comparire sui muri di Sant’Eufemia a ogni campagna elettorale. Uno l’attaccava sulla parete esterna del deposito attrezzi del terreno agricolo di contrada San Luca, che ha coltivato fino a qualche settimana fa nonostante i suoi 86 anni.
Le parole, invece, sono quelle apodittiche di mio nonno Mico “Marco” Pentimalli – che teneva sul comodino i santini di Stalin e Togliatti – all’indirizzo di mio padre, candidato negli anni Ottanta alle elezioni comunali per la lista del Partito socialista: “Non posso votarti, lo sai che sono comunista: voto la lista del Pci, per Vincenzo ’u brigghiu”. Mio nonno, un passato da carbonaio analfabeta spedito dal Duce a difendere la “Quarta sponda” in Libia, al ritorno dalla prigionia inglese non poteva che iscriversi al partito comunista: quando l’appartenenza era una fede e l’ultimo dei militanti si sentiva protagonista di un grande sogno di libertà e riscatto sociale. La fotografia riprodotta in uno dei pannelli dedicati alla storia di Sant’Eufemia, all’interno del Palazzo municipale, li ritrae uno accanto all’altro, insieme ai compagni eufemiesi scesi in piazza per protestare: il segretario della Camera del Lavoro Vincenzo Gentiluomo e mio nonno magro dentro al cappotto, barritta calata in testa, mentre tiene in alto il cartello della Cgil. Quando mi hanno riferito che ’u brigghiu era in rianimazione, in condizioni gravissime, sono rimasto senza parole. Avremmo dovuto cenare insieme qualche giorno prima, un incontro di preparazione per l’apertura della nuova sede del Partito democratico, al quale aveva aderito con entusiasmo, ma all’ultimo minuto aveva dato forfait. Nessuno poteva però sospettare un epilogo così drammatico.
Mi rimane il conforto di un rapporto che eravamo riusciti a ricucire due anni fa dopo uno strappo dolorosissimo, un silenzio che aveva fatto soffrire entrambi per troppo tempo. La mia prima vera campagna elettorale furono le Provinciali nel 1994: Umberto Pirilli per il Polo della Libertà, Demetrio Scordino per Pds e Partito popolare, Pasquale Amato per Rifondazione comunista e Movimento meridionale. Gentiluomo era candidato nella lista di Rifondazione, ma non fu eletto. Votai per lui e quando venne a Sant’Eufemia Amato, all’epoca mio professore all’università, fui con loro nell’incontro che tennero con gli elettori, pur non essendo io un militante del partito. Degli anni a seguire ricordo la stima reciproca e le piacevoli chiacchierate sulla politica locale e nazionale, il tentativo fallito di una mia candidatura in quota Rifondazione alle elezioni comunali del 1997 e la violentissima rottura nelle successive del 2002. Capita spesso, nei piccoli comuni, di assistere alla fine tristissima di amicizie che durano da una vita. Soprattutto quando chi non ha un interesse politico diretto si schiera e non rimane nel limbo dei pavidi, del “chi te la fa fare di esporti pubblicamente?”.
All’epoca ero corrispondente per il Quotidiano della Calabria e scrissi un articolo sulla “strana alleanza” tra comunisti e Forza Italia all’interno di una lista civica, che provocò l’intervento della Federazione provinciale di Rifondazione e mi procurò, in un comizio, l’attacco del candidato comunista. Gentiluomo si sentì da me tradito, io invece non gli perdonai un’accusa infamante: l’avere cioè firmato un articolo scritto dal candidato a sindaco della lista avversaria. L’offesa più grave che si possa rivolgere a un giornalista.
Ci risalutammo a dieci anni da quei fatti, quando lo avvicinai per chiedergli come stesse dopo un gravissimo problema di salute che gli era costato diversi mesi d’ospedale.
La costituzione del circolo del Partito democratico, nove mesi fa, aveva risvegliato in lui il fuoco antico della militanza. Era venuto al seggio per le primarie nazionali e regionali, quindi aveva fatto campagna elettorale per le elezioni Europee con tanto di facsimili in tasca, da distribuire in quel porta a porta del quale era maestro.
Il mio pensiero va ora alla sua espressione felice per il brillante risultato ottenuto dal Pd e all’esortazione ad aprire una sede, un “luogo” della politica che considerava indispensabile e che aveva promesso di abbellire con i manifesti della “sua” Camera del Lavoro.

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