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Il concetto di diritto

Creato il 07 novembre 2012 da Cultura Salentina
Il concetto di diritto

Pittore emiliano attivo alla fine del XVIII secolo: Allegoria della Giustizia. (Olio su tela. 78×70 cm)

Il concetto di diritto è stato oggetto di studio in varie epoche storiche impegnando un grande numero di studiosi ma una chiara definizione di esso non esiste ancora e forse dovremmo scomodare l’ermeneutica per giustificarne il tortuoso cammino nel corso di secoli. Il diritto, come norma universale, è infatti di difficile codificazione ove si consideri come una stessa azione sia diversamente giudicata a seconda del luogo ed il tempo in cui essa viene espletata. Volendo comunque codificarlo in una norma universale, potremmo cominciare col riallacciarlo alla norma “ubi societas, ibi ius”, che, tradotto in italiano, vuol dire: “Dove esiste una società umana, lì esiste una legge”. Già Aristotele definiva l’uomo un animale politico incapace di vivere in solitudine ma Plauto ci ricorda che egli è per natura egoista (Homo homini lupus) per cui abbisogna di norme che ne regolino la convivenza civile. Il filosofo Hobbes, con riferimento al concetto di Plauto, riteneva che dovesse essere lo Stato ad imporre con la forza il rispetto dell’ordine e della legalità “auctoritas non veritas facit legem”, concetto che ha subito diverse correzione da parte di altri eminenti studiosi. Tra cui dobbiamo ricordare Locke che asseriva che esistono tre beni inalienabili (VITA, LIBERTA’, PROPRIETA’) insiti ragionevolmente in ciascun individuo e che cessano dove cominciano quelli degli altri, diritti questi sui quali lo Stato non può intervenire. Questo concetto è simile a quello di Kant, che definiva il diritto come un insieme di condizioni poste per far convivere l’arbitrio di ciascuno con quello degli altri. Il problema ha origini antiche e le norme che oggi regolano la nostra convivenza vedono la luce già con quel “Diritto Romano”che ha indicato la strada maestra ai giuristi di tutti i tempi. Queste norme, che si iniziano con la “Civitas” già nell’VIII sec a.C., si sono poi concretizzate in quel “Corpus iuris civilis”, in cui Giustiniano, primo imperatore d’Oriente, volle condensarle nel 534 d.C.ad esempio e modello per tutte le generazioni future.“In dubio pro reo”recitava per esempio una norma di quel diritto che rispettava la presunzione d’innocenza fino alla completa dimostrazione del contrario.Anche in quel tempo infatti esisteva la calunnia e di accuse se ne lanciavano feroci e gravi anche nei confronti dei grandi personaggi del tempo se è vero, come è vero, che lo stesso Cicerone dovette difendersi dall’accusa di corruzione con le famose orazioni “Cicero pro domo sua” ancora oggi citate ad esempio di alta oratoria forense.Ancora oggi insigni giuristi passano la vita a chiedersi ciò che è giusto e ciò che è sbagliato nella formulazione di una legge, cercando di risolver in primis la “vexata quaestio” se si debba infliggere la pena “quod peccatum est”(perché si è peccato) o” ne peccetur”(perché non si pecchi più). Quando poi entriamo nella pratica quotidiana e cioè nell’applicazione di tali norme, il discorso si complica tanto che si è persino introdotta la “legittima suspicione”quando si paventa che una sentenza possa essere inficiata da una presunta prevenzione da parte del giudice nei confronti dell’imputato.Io, non avendo una formazione professionale giuridica ma biologica, mi chiedo quanto la genetica influenzi il comportamento individuale e quanto il legislatore debba tener conto di queste varianti individuali nel propinare una pena. La pena dovrebbe servire, secondo me, non tanto a punire il colpevole quanto a salvaguardare la società dal suo comportamento anomalo. Comunque sia, converrebbe informarsi delle leggi di ogni paese in cui si vive anche saltuariamente perché:“Lex vetat fieri, sed si factum sit, non rescindit, poenam infert ei qui fecit”.
“La legge vieta che un determinato atto sia compiuto, ma se viene compiuto, non lo annulla, propina la pena a chi lo ha compiuto”

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