Con molto ritardo, posto la mia sintetica recensione de 
La regia del cineasta londinese (lo stesso de Il maledetto United e dell’inedito in Italia Red Dust con Hillary Swank) è solida e sempre classicamente funzionale alle azioni dei personaggi principali. Per quanto al film avrebbe forse giovato un maggior lavoro di scavo nel passato del protagonista, così da spiegare in maniera più accurata le origini del suo problema sul piano psicoanalitico, Il discorso del re fa sapientemente leva sulle straordinarie interpretazioni dei due attori principali (di fronte alla eccezionale prova dell’osannato Colin Firth, vincitore dell’Oscar, non sfigura certo il bizzarro logopedista Geoffrey Rush) e su una notevole ricostruzione d’epoca. Le statuette per il miglior film e la miglior regia sono però davvero eccessive per questo elegante ma non memorabile character study. Come spesso accade, l’Academy ha ancora una volta dimostrato di essere attratta da storie commoventi messe in scena nella maniera più tradizionale e quindi, in qualche modo, da film “rassicuranti”. Se si fosse dovuta premiare l’audacia stilistica, si sarebbe dovuto optare senza dubbio per Il cigno nero di Darren Aronofsky, di certo uno dei film più significativi usciti al cinema nell’ultimo anno.





