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Il Dono di Ornella Albanese

Creato il 24 ottobre 2014 da Junerossblog
Rubrica: Donne speciali
A cura di Ornella Albanese
Una giornata particolare, di una donna speciale. 
Un piccolo omaggio dalla nostra amica scrittrice: Ornella Albanese.


Una giornata particolare

IL DONO
di Ornella Albanese
Il Dono di Ornella Albanese
49 a.C. ottobre
La piccola imbarcazione si dondolava leggera sulle acque buie, a breve distanza dalla costa. Affiorando tra veli di nubi, la luna faceva emergere dall'oscurità il palazzo reale.Apollodoro si era interrogato molte volte, durante il tragitto, su cosa sarebbe stato opportuno fare; adesso erano arrivati a destinazione e ancora non riusciva a darsi una risposta.Si mosse con passi silenziosi verso la scaletta che conduceva alla stiva. Si erano serviti di un'imbarcazione piccola e rozza per non attirare l'attenzione dei curiosi, e avevano attraccato dopo il tramonto così l'oscurità li aveva sottratti agli sguardi indiscreti. E la reggia era proprio sopra di loro, sarebbe stato facilissimo raggiungerla.Apollodoro scese la scaletta che scricchiolava ed entrò nella stiva. La fanciulla si girò verso di lui, sfolgorante come una dea alla luce della lampada. E forse era una dea, pensò l'uomo, altrimenti come spiegarsi tutte le incredibili doti racchiuse in quel piccolo corpo?Aveva appena venti anni, occhi di velluto allungati verso le tempie da un tratto blu, capelli neri raccolti in una moltitudine di minuscole trecce che le sfioravano gli omeri. L'abito scintillava per i fili d'oro che si intrecciavano a quelli color porpora. Braccialetti rigidi ornavano le sue braccia tornite e un pendente turchese scivolava lungo il solco tra i seni.- Sono pronta - gli disse, nella lingua dei padri.- Non così in fretta. Dobbiamo muoverci con prudenza. La tua vita potrebbe essere in pericolo a causa di tuo fratello...Spesso per celia si prendeva gioco di lui, e lo fece anche questa volta. - Il coraggioso Apollodoro spaventato da un fanciullo di tredici anni!- Non mi spaventa il fanciullo, ma chi c'è dietro di lui. Chi gli soffia all'orecchio velenosi consigli. Primo fra tutti l'eunuco. - Potino? Fa spesso grossi errori di valutazione.- E lo stratega Achilla.- Ha reciso la testa di Pompeo per conquistarsi la riconoscenza di Cesare. Ma non conosce l'animo degli uomini, e meno di tutto l'animo di Cesare.- Infatti voci raccontano che il Romano abbia pianto davanti a quella testa recisa.- Un fatto indicativo del suo carattere. Bisogna conoscere i nostri avversari, per non compiere passi falsi, anche quelli che si proclamano amici. Io non avrei mai commesso un errore così grossolano.Quella fanciulla aveva l'esperienza di un uomo saggio e il corpo di una concubina. Una curiosa combinazione.- In ogni caso tuo fratello rappresenta un pericolo.- Iside è dalla mia parte e mi proteggerà.Ci sarebbe stato un tempo, pensò Apollodoro, in cui le sarebbero stati tributati gli onori che venivano riservati alla dea. Se lei avesse mantenuto quello che prometteva. La osservò. Gli occhi avevano unaluce misteriosa, la bocca era un frutto opulento, la voce pura armonia. Lei era la dea di ogni filo d'erba e di ogni spiga di grano, di ogni raccolto e di ogni granello di sabbia, di ogni vento e di ogni flutto. Iside viveva in lei e parlava attraverso le sue labbra. In tutte le lingue del mondo.- Bisogna trovare un modo - ribadì Apollodoro, cocciuto.- I soldati di mio fratello sono ovunque. Lui è arrivato con ventimila uomini, nonostante gli fosse stato chiesto di presentarsi solo con una scorta.L'uomo corrugò la fronte, contrariato. - Quindi ci vedranno in ventimila e in ventimila ci riconosceranno...- Però un modo c'è - disse lei, negli occhi un barlume di malizia. - Andrai solo tu da Cesare, amico mio. E gli porterai un dono.
Era tardi, quasi ora di andare a dormire. Cesare indugiò per qualche minuto alla finestra, respirando odore di alghe e di salsedine. La brezza notturna portava fin lassù il rumore quieto della risacca.Strani tempi, quelli, per un uomo come lui. Si trovava a dover dirimere controversie come un saggio giudice. Il suo temperamento eclettico gli aveva già fatto ricoprire numerosi ruoli: il guerriero, lo statista, il poeta, lo scrittore. Adesso anche il giudice, per porre pace tra un fratello e una sorella che si facevano una guerra feroce. Ma Roma doveva dimostrare forza e clemenza, ed era quello che lui si studiava di fare.Prese un grappolo d'uva da un vassoio sul tavolo e l'accostò al viso, poi con i denti staccò un acino turgido. Aveva voglia di una donna. La moglie Calpurnia era lontana, e anche la sua amante Servilia, che sapeva trovare parole che lo lusingavano. - Hai gli occhi di un dominatore - gli aveva detto una volta.Ma anche l'animo di un dominatore, rifletté Cesare. Era il suo animo che lei riusciva a intravedere, attraverso gli occhi. Cominciò a liberarsi della cintura che tratteneva le ricche pieghe del laticlavio. Amava le vesti eleganti, riteneva che l'eleganza fosse il messaggio di potere che amici e nemici avrebbero recepito più facilmente. Le donne ne erano affascinate e gli uomini intimiditi. Sorrise e bevve un sorso di vino speziato dal boccale accanto al vassoio.Poi il suo liberto aprì la porta e mosse qualche passo nella stanza.- Un uomo chiede di te, generale. Ti porta in dono un tappeto prezioso.Cesare amava i tappeti che narravano scene guerresche. Ne fu incuriosito.- Fallo entrare.Un uomo apparve sulla soglia. Era alto e bruno, di costituzione robusta, e portava sulle spalle un tappeto arrotolato. Con un gesto fluido lo depose sul pavimento e cominciò a srotolarlo. Cesare si avvicinò, impaziente di carpire il disegno della trama.Ma un attimo dopo si irrigidì, esterrefatto. - Per Giove Capitolino! - esclamò.Il tappeto, srotolandosi, aveva rivelato una fanciulla dalla pelle di ambra e dagli occhi lucenti, vestita d'oro come una dea.
Con un movimento morbido si era alzata in piedi e adesso era davanti a lui, gli occhi nei suoi occhi.- Ti saluto, nobile Caio Giulio Cesare - disse la fanciulla.Lui si stupì. - Parli la mia lingua?Aveva un sorriso che avrebbe conquistato il più misogino tra gli uomini. - E se tu fossi un greco, ti parlerei in greco. E se fossi un etiope, o un troglodita, o un siriano, o un medio, o un arabo, ugualmente saprei rivolgermi a te nella tua lingua. Quello che la fanciulla diceva aveva dell'incredibile. Cesare, pur disponendo di una memoria eccezionale, conosceva bene solo il greco, dopo essersi impegnato nello studio. La scrutò con curiosità, ammirato.- Sei sicura di appartenere al mondo degli umani? - le chiese.- Non più di quanto vi appartenga tu, nobile Cesare della gente Julia. Discendente di Julo, figlio di Enea, figlio a suo volta di Venere.Sapeva anche questo? Cesare non era uomo da cedere alle lusinghe, ma in questo caso non si trattava di una lusinga. I suoi ascendenti divini erano una realtà.- Chi sei? - le chiese.- Non lo indovini? Mi hai convocata insieme con mio fratello per provare a dirimere la nostra controversia.Cesare quasi non credeva alle sue orecchie. Non era il tappeto, il dono prezioso, ma quello che c'era dentro. Tornò a guardarla, il corpo esile ma voluttuoso, la sottile tunica intessuta d'oro che lo rivelava più che nasconderlo,i capelli acconciati in una moltitudine di trecce sottili, il pendente turchese tra i seni. E gli occhi sapientemente esaltati da un tratto blu.La fanciulla davanti a lui appariva bella, scaltra e ardente. Nelle sue piccole mani c'era la chiave per il dominio dell'Egitto. Le sorrise, conquistato da lei ma allo stesso tempo determinato a conquistarla. Perché in Cesare l'ambizione prevaleva su qualsiasi altra passione o sentimento.- Onore a te, Cleopatra Thea Philopatore - la salutò. E poi scandì piano: - Bellissima regina d'Egitto.

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