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Il fantasista sul monte di lancio

Creato il 24 gennaio 2011 da Albino

Volendo fare una battuta, viene da dire che i giapponesi sono come gli interisti: non capiscono un cazzo di calcio. E non mi riferisco solo al fatto che hanno (calcisticamente parlando) mangiato merda per anni e ora fanno gli arroganti, o che sono ultraesterofili e ne vanno pure fieri. C’e’ di piu’: c’e’ che con loro e’ impossibile parlare di calcio, proprio come i nerazzurri, perche’ dopo dieci secondi ti viene gia’ da prenderli a schiaffi.
Stiamo scherzando, naturalmente (sui giapponesi, per quel che riguarda i nerazzurri invece è tutto vero).

Scherzi a parte, parlare di calcio con un giapponese fara’ anche cadere un po’ le palle, ma ti apre un mondo. E’ quasi emozionante vedere come una persona possa passare del tempo a parlare di qualcosa senza capirci assolutamente nulla. Mi direte: bella scoperta, se la loro cultura calcistica e’ totalmente assente non c’e’ da stupirsi, dato che il Giappone e’ un paese di baseball. E io vi rispondero’ fra due paragrafi, perche’ ora devo fare un annuncio.

Dunque: sono perfettamente cosciente di aver gia’ perso per strada meta’ dei miei lettori, del tutto disinteressati sia al calcio che al baseball. Pero’ gente, non e’ che possiamo mica star sempre qui a scrivere di giappine o di Berlusconi eh. Du’ palle!
Sappiate comunque che questo non e’ un post di solo sport, e’ anzi un pezzo che potrebbe darci degli spunti interessanti nella nostra analisi socioculturale dei giapponesi. Quindi, se vi fidate di me cliccate qua sotto e continuate la lettura, altrimenti ci vediamo domani.

Continuiamo da dove eravamo rimasti: il Giappone e’ un paese di baseball, e si vede ogni volta che parlano di sport (qualsiasi sport, dal golf, al pattinaggio artistico, al tresette col morto a chi fa meno). Per chi non lo sapesse il baseball funziona cosi’: esiste un gruppo di giocatori che non contano piu’ o meno una sega, tra i quali spiccano due personalita’ che sono un po’ le stelle della squadra: il lanciatore e il battitore numero 4. Ma senza scendere troppo nel dettaglio, potremmo dire che il lanciatore (il quale non per nulla e’ chiamato “asso” e indossa la maglia numero 1) e’ il perno della squadra: puoi avere i migliori giocatori del mondo, ma se il tuo lanciatore e’ una pippa e’ abbastanza facile pronosticare che perdi. Chiunque abbia letto un manga sul baseball sa benissimo di cosa sto parlando. Tutto ruota intorno a quei giocatori, la cui bravura e’ misurata su determinate statistiche, tipo la percentuale di strike, la percentuale di home run (fuoricampo), eccetera. Poi ovviamente la squadra conta, il gioco di squadra conta, la tattica e’ importantissima (anche piu’ che nel calcio)… ma c’e’ questa figura un po’ eroica del lanciatore che spicca, se vogliamo.

Ecco. I giapponesi, nella loro proverbiale elasticita’ mentale, naturalmente prendono questo modello come riferimento per tutti gli sport. Ma e’ in particolare con il calcio che viene da sorridere, perche’ non esiste nulla di piu’ diverso come modo di impostare lo sport. Vediamo perche’.
Innanzitutto, i giapponesi hanno il mito del numero 10. Ricordate 大空 翼 e 日向 小次郎? Probabilmente no, ma se li chiamo Oliver Hutton e Mark Lenders allora ci siamo, vero? Ecco due esempi lampanti di numeri 10. Nell’immaginario nipponico il numero 10 e’ il fantasista (usano proprio questa espressione, in italiano), e’ il figo del cartone animato, il pilota del robot col ciuffo al vento, il Son Goku che diventa supersayan, Holly che piega la forza di gravita’ con i suoi lanci, e via dicendo. Nell’economia della squadra, secondo loro il numero 10 del calcio e’ come il lanciatore numero 1 nel baseball, e’ l’eroe romantico che prende palla a centrocampo, dribbla tutti e segna in rovesciata sfondando la rete (ed e’ anche il primo che viene sostituito quando la squadra resta in dieci, aggiungiamo noi, ma questo chissa’ se lo sanno). E non solo: e’ il samurai che fa strage di nemici, cosa parodiata in maniera cristallina da Tarantino nel primo Kill Bill, quando Uma Thurman fa fuori i Crazy 88 tutti da sola.
A prova di questo portiamo un dato che vi potranno confermare i lettori che vivono qui: la tv giapponese non parla d’altro che di Italia a tutte le ore del giorno… ma non quando c’e’ da trattare l’argomento calcio. Mi direte, bella forza, siamo delle pippe. Ma pensateci: nel 2010, all’inizio del campionato del mondo, eravamo quelli che portavano fischiettando la coppetta in Sudafrica. Io guardavo la TV e vedevo che parlavano solo di Brasile, Messi, Argentina, Maradona, Cristiano Ronaldo, Camerun (per Eto’o, e perche’ era nel loro girone), eccetera. Italia: zero bucato, maru no uchi. perfino la Francia in sfacelo era cagata più di noi. E neppure nella sigla del collegamento tv, uno magari si aspettava, non so, uno stronzo fermoimmagine di un secondo su Cannavaro che alza la coppa? Forget it. Niente, nisba, nada, niet.
Motivo? Ovvio: l’Italia non aveva un numero 10. Cannavaro e’ un difensore. Ecco perche’. I giapponesi non si appassionano per i Gattuso, i Maldini, i Nedved. Quelli ai loro occhi sono solo dei comprimari della Stella. Ecco, e quel pollastro di Lippi in quello sciagurato campionato aveva perfino lasciato a casa Cassano, figurarsi i giapponesi come ci sono rimasti a sapere di questo sacrilegio. Ale’, Italia cancellata dal palinsesto. (e neanche della Spagna vincitrice hanno parlato poi tanto, visto che non c’era il giocatore “protagonista” come poteva essere un Messi o un Ronaldo).

Secondo elemento degno di nota, l’avevamo anticipato prima. I giapponesi parlano di calcio per statistiche. E’ impressionante vedere con quale fanciullesca ingenuita’ parlino della forza delle squadre di calcio misurandola col ranking FIFA.
Provate a pensare all’impatto socioculturale di una cosa del genere. Noi italiani cresciamo sportivamente sentendoci ripetere che “il pallone e’ rotondo”. Questo e’ un po’ lo spirito del calcio, ma ci entra nel sangue, come la religione, come tutte le forme di cultura e folklore di una nazione: sono cose che formano il nostro modo di pensare, anche se non ne siamo del tutto coscienti. Il pallone e’ rotondo: non importa chi e’ il piu’ forte sulla carta, perche’ nel calcio tutto puo’ succedere. E cosi’ nella vita. E’ un po’ il bello di questo sport un po’ cazzone, un po’ latino come noi, no? Ci dice che non si puo’ mai sapere, ci fa soffrire fino all’ultimo minuto, ci fa urlare e abbracciarci e bestemmiare e litigare (per chi lo segue, beninteso).

Ma il calcio baseballizzato dei giapponesi non funziona cosi’. Loro fanno due piu’ due, uguale quattro, semplice e preciso. Contano le percentuali di assist degli attaccanti, si appassionano solo per il Baggio di turno, snobbando gli altri dieci in campo.
Settimana scorsa, discorso in mensa tra me e i miei colleghi riguardo Giappone-Qatar, nella coppa d’Asia. Chiedo: la prossima e’ col Qatar, vero? Come la vedete?
Da loro uno si aspetta che dicano “eh, sara’ dura, e’ la squadra di casa”, oppure “chi lo sa, hanno questo o quel giocatore forte”, oppure “abbiamo questo qui squalificato, l’altro infortunato, bla bla bla”… cose cosi’, normale conversazione. Invece, parte il primo: “eh, e’ dura, abbiamo giocato con loro 6 volte fino ad ora, ma ne abbiamo vinta solo una”. Gli fa eco il secondo: “Si, pero’ dalla nostra abbiamo il fatto che siamo piu’ alti nel ranking FIFA”.
Immaginatevi la mia faccia mentre guardo questi due pazzi fulminati. Cioe’, ve lo immaginate un torinista prima del derby della Mole che dice “azz mi sa che la Juve ci batte sicuro quest’anno, nella storia abbiamo vinto solo 34 volte e loro 59!”

Ma e’ cosi’ che va, e se per alcuni il pallone e’ rotondo, per altri il mondo e’ quadrato. E questo, badate bene, ce la dice lunga sul loro modo di ragionare. Qui fila tutto a ranking, a classifiche, a statistiche. Esistono addirittura dei negozi che vendono “per statistiche”, per cui tu puoi andare li’ e vedere il podio delle gomme americane alla menta, per dire, ovvero vedi qual e’ la gomma americana piu’ venduta, la numero due, eccetera, e valutare i trend del momento per capire che chewingum comprare.
Ma soprattutto: non importa quanto tu sia bravo nel tuo lavoro: se hai frequentato l’universita’ numero 1 del ranking significa che sei intelligente, preparato, un asso sul monte di lancio o un fantasista che dribbla in area piccola. A prescindere.

E il discorso non finisce qui; anzi, ci porta a trovare incredibili similitudini tra questo loro modo di vedere il mondo, e la loro complessa struttura universitaria e poi lavorativa, che agli occhi di noi occidentali appare quasi sempre incomprensibile. Ma di questo parleremo nel prossimo episodio.



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