L’inizio è forse la parte più ipnotica del film. Immagini evocative del diavolo che con le ali nere avvolge dall’alto la città colpendola con la peste ti fanno ricredere su molti dei film moderni che credevi impressionanti. E il seguito non è da meno: Faust nel suo studio cerca in tutti i modi di trovare una soluzione, una cura alla peste. La frustrazione dell’insuccesso lo portano a non credere più a nulla, a nessuna possibile giustizia divina e quindi al desiderio di dare tutto pur di ottenere la conoscenza.
Il patto con il Diavolo è un’altra delle scene che ti tengono incollato allo schermo, nonostante parliamo di un film del ’26. La suspense è tenuta in piedi dalla costante riapparizione di Mefistofele mentre Faust si rende conto di quello che ha evocato e cerca in tutti i modi di scappare.
Quest’ultima parte, completamente tragica, fa capire di che calibro erano alcuni attori dell’epoca. L’attrice che interpreta la ragazza (Camilla Horn) riesce a passare da una immacolata sempliciotta di campagna ad avere uno sguardo carico di disperazione che da solo riempie completamente la scena.
Nel complesso il film si distacca molto da quello che erano sia il romanzo di Goethe che la tragedia di Marlowe e il lieto fine un po’ stona con il resto della storia.
Gli effetti speciali e gli escamotage trovati dal regista sono tanto semplici quanto efficaci e rendono perfettamente godibili anche le scene in cui si introduce qualche elemento surreale.
In conclusione il film (della durata contenuta di un’ora e mezza) è perfetto per chi si approccia per la prima volta la muto, temendo di incappare in noiosità infinite e storie piatte. L’attenzione resta quasi sempre alta e molte scene sono veramente suggestive.