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Il FMI: gli investimenti pubblici si ripagano da soli

Creato il 09 ottobre 2014 da Keynesblog @keynesblog

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Prosegue il ritorno al buon senso economico del Fondo Monetario Internazionale sotto la guida di Olivier Blanchard. Che ora scopre, dati alla mano, che un dollaro speso in infrastrutture ne genera quasi tre

di Larry Summers, dal Financial Times

Qualcuno dice che l’acronimo IMF significhi in realtà “it’s mostly fiscal” (“prima di tutto il fisco”, n.d.t.). Il Fondo Monetario internazionale è da sempre uno dei più agguerriti sostenitori dell’austerità come rimedio alla crisi finanziaria, e ogni anno bacchetta decine di paesi ‘fiscalmente indisciplinati’. Il consolidamento fiscale – eufemismo per tagli alla spesa pubblica – è la precondizione per mettere in moto i programmi di salvataggio dell’FMI. Ancora l’anno scorso, l’FMI considerava il ‘buco’ fiscale degli Stati Uniti equivalente al 10% del PIL.

Dato questo quadro di partenza, il recente World Economic Outlook, il documento sulle prospettive economiche mondiali, è un testo molto interessante e di sicuro rilievo. Nella sua pubblicazione più importante, l’FMI raccomanda infatti di aumentare consistentemente l’investimento in opere pubbliche, e non solo per gli Stati Uniti, ma per la maggior parte dei paesi del mondo. Nel rapporto si sostiene che in un contesto di alta disoccupazione (è il caso della maggior parte dei paesi industrializzati) è molto più utile, per stimolare l’economia, indebitarsi per investire, piuttosto che tagliare la spesa o aumentare le tasse. Meglio ancora, l’FMI sostiene esplicitamente che investimenti pubblici correttamente concepiti finiscono per ridurre i deficit, piuttosto che aumentarli.

L’investimento in opere pubbliche si paga da solo. Come arriva l’FMI a simili conclusioni? Consideriamo un ipotetico investimento in une nuova autostrada, finanziato totalmente in deficit. Facciamo l’ipotesi, irrealistica e prudenziale, che il processo di costruzione dell’autostrada non generi alcuno stimolo economico. In seguito immaginiamo che l’investimento iniziale generi un ritorno netto del 6 per cento; anche questa è un’ipotesi molto restrittiva, alla luce delle stime comunemente accettate sui benefici degli investimenti pubblici. Quindi, le entrate fiscali annuali, corrette per tenere conto dell’inflazione, crescerebbero dell’ 1,5% della somma investita, poiché lo stato chiede circa 25 centesimi per ogni dollaro di reddito supplementare. Il tasso di interesse reale (il tasso d’interesse nominale depurato dell’inflazione) è inferiore all’1 per cento negli Stati Uniti e nella maggior parte dei paesi industrializzati, da quasi 30 anni. In questo senso gli investimenti infrastrutturali possono ridurre il peso del debito sulle generazioni future.

In realtà, questo calcolo sottostima l’impatto positivo sul bilancio statale di politiche d’investimento “ben orientate”, come riconosciuto dall’FMITrascura infatti sia le maggiori entrate che provengono dai nuovi redditi dei lavoratori impiegati nella costruzione delle opere pubbliche, sia i benefici di lungo termine che scaturiscono da politiche anti-recessive. Si trascura cioè il fatto che rinviare la realizzazione d’infrastrutture carica un fardello sulle future generazioni, al pari dell’aumento del debito pubblico. Si ignora il fatto che aumentando la capacità produttiva di un sistema economico, l’investimento opere pubbliche aumenta la capacità di controllo del debito. Infine un punto decisivo: non si prende in considerazione la possibilità che lo stato generi un dollaro di investimento ad un costo molto inferiore a un dollaro, mettendo in gioco finanziamenti con capitale di rischio, sussidi fiscali, fondi di garanzia sui prestiti.

Quando si considerano questi fattori, l’FMI perviene al risultato che un dollaro investito corrisponde a un ritorno di circa 3 dollari. L’aritmetica di bilancio degli investimenti pubblici diventa ancor più attraente nel momento attuale: il livello di sotto-occupazione delle risorse permette di dilatare gli investimenti in infrastrutture senza penalizzare altre voci di spesa. Se stiamo entrando in una fase di stagnazione secolare, vaste risorse sottoutilizzate si renderanno disponibili nella maggior parte del mondo industrializzato, e per periodi non brevi. 

Se, per quanto riguarda l’investimento, il ragionamento si applica praticamente ovunque – con la sola eccezione, forse, della Cina, dove gli investimenti in infrastrutture sono già stati ampiamente utilizzati per un certo periodo – la strategia più adeguata differisce per ogni paese. Negli Stati Uniti c’è bisogno di programmi di bilancio a lungo termine, che considerino i benefici oltre ai costi. Una maggiore velocità nell’approvazione dei progetti non guasterebbe. Il governo può contribuire sostenendo l’investimento privato in settori come le telecomunicazioni e l’energia.

In Europa, bisogna creare nuovi meccanismi per lanciare progetti di infrastrutture che si autofinanzino, al di là dei limiti di bilancio attuali. Questo si potrebbe fare rafforzando la Banca Europea degli Investimenti, oppure utilizzando strategie di allocazione di capitali nel quadro di una riforma fiscale.

Sui mercati emergenti, bisogna innanzitutto scegliere programmi di spesa ragionevoli, che assicurino benefici economici certi.

Ma in tutti i casi il punto essenziale è riconoscere che in tempi di contrazione dell’economia, e di scarsi investimenti pubblici, ebbene sì, esiste “un pasto gratis” [allusione allo slogan "non esiste un pasto gratis" utilizzato da Milton Friedman per criticare l'approccio keynesiano, n.d.t.].  C’è un modo, cioè, per rafforzare l’economia e migliorare i propri bilanci. Il Fondo Monetario Internazionale, bastione dell’austerità ‘per il nostro bene’, è infine arrivato a rendersene conto. I paesi che avranno l’intelligenza di seguire queste indicazioni ne trarranno ampi benefici.

L’autore è docente universitario ad Harvard ed ex ministro del tesoro degli Stati Uniti

Fonte: http://blogs.ft.com/the-a-list/2014/10/06/why-public-investment-really-is-a-free-lunch/

Traduzione di Faber Fabbris


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