Il generale Cadorna, la toponomastica e la storia patria

Creato il 22 giugno 2011 da Ilcasos @ilcasos

Periodicamente saltano fuori articoli come questo, e chi si occupa di storia si chiede (o almeno, speriamo si chieda) dove abbia sbagliato. Perché qualche sbaglio ci dev’essere stato, se oggi su un quotidiano nazionale si può raffazzonare un pezzo del genere. Lasciando stare i refusi prettamente storici (l’altopiano dove si lanciarono “specialmente” attacchi frontali fu il Carso e non Asiago, per dire) saltano agli occhi due questioni: l’immarcescibile adagio del “grandi soldati, piccoli generali”, che perpetua un topos tutto italiano e che dispensa dall’interrogarsi seriamente sul rapporto tra gli italiani e la guerra; e la sicumera dell’autore nell’affermare come non ci sia «battaglia piccola o grande che non sia stata studiata in tutti i dettagli», salvo poi citare come unica fonte del proprio articolo il libro di Lussu, certamente importante ma datato anno domini 1937.
Detto questo non siamo certo gli avvocati d’ufficio di Luigi Cadorna, anzi. Tuttavia, come in altri passaggi della storia italiana, anche nella Grande Guerra restano lacune storiografiche e questioni solo marginalmente indagate. E cambiare i nomi alle vie o alle piazze ci sembra uno dei tanti comodi espedienti messi in atto dagli italiani per non fare i conti con la propria storia, piuttosto che il contrario.

Da: La Stampa, 10/06/2011 (tit. or.: Il Gen. Cadorna non ha diritto a vie e piazze, di Ferdinando Camon)

Luigi Cadorna

Gli abitanti di Udine protestano: non vogliono più avere un piazzale dedicato al generale Luigi Cadorna. La commissione per la toponomastica è d’accordo, la giunta ha votato, è deciso: via il nome di Cadorna dal piazzale che sta davanti all’ex caserma dei Vigili del Fuoco. Si chiamerà Piazzale Unità d’Italia. E’ una tardiva, irrimandabile correzione della storia. Il generale che fu il comandante supremo dell’esercito nella prima guerra mondiale, fino a che non fu sostituito da Armando Diaz, aveva a Udine la sede del comando. Finita la guerra, con una grande vittoria (ma lui era già stato sostituito) era inevitabile che gli onori e la gloria che dovevano piovergli addosso partissero da questa città, come dire da casa sua.
Ma da allora è stato un continuo scavo degli studiosi nella sua strategia, la sua tecnica d’attacco, gli assalti a ripetizione, lungo tutto il fronte e specialmente sul vicino Altopiano d’Asiago, dove esercito italiano ed esercito austriaco si fronteggiavano da pochi metri di distanza, con una successione ininterrotta di battaglie e valanghe di morti. Sono stati eventi grandiosi, perciò inobliabili. Da quella grandezza discendeva una gloria, che ricopriva anzitutto il generalissimo. Ma era una gloria funerea, ogni nostro attacco si trasformava in un suicidio collettivo. I diari e le testimonianze di quelle giornate terribili provano che i nostri soldati davano continue prove di eroismo, e i comandanti d’impreparazione. “Grandi soldati, piccoli generali”. In tutte le città del Veneto e del Friuli, ma soprattutto sull’Altopiano, è un continuo fiorire di libri sulla prima guerra mondiale, ogni anno ne escono 3-4, non c’è battaglia piccola o grande che non sia stata studiata in tutti i dettagli. C’era un tale disprezzo per la vita dei soldati negli ordini di Cadorna, che i soldati sentivano anche i propri comandi come nemici da cui difendersi. Il pilastro delle testimonianze sul disprezzo per la vita dei soldati sta nel libro di Emilio Lussu Un anno sull’Altipiano. Fondamentale la scena in cui un maggiore, da solo, processa e condanna a morte e fucila, uno ad uno, i propri soldati, usciti senza ordini da una caverna su cui cadeva per errore il fuoco amico della nostra artiglieria. Il maggiore viene a sua volta ucciso da un ufficiale subalterno. C’è un passo, in un libro scritta da Cadorna, in cui il generalissimo sostiene l’efficacia degli attacchi frontali a ripetizione, con la tesi che “prima o poi il nemico si stanca e spara alto”. Un comandante così non merita l’onore di piazze e strade, ma la corte marziale. Nella follia di quegli ordini s’intravede il concetto che i soldati che vanno all’assalto moriranno, sì, ma questo sacrificio collettivo fortifica l’esercito, la monarchia e lo Stato. E’ l’idea del popolo come strame della storia. Cancellando il nome di Cadorna da una piazza, la città di Udine non è più disposta a ritenere che l’Italia sia stata fatta dai comandanti con il materiale inerte del popolo, ma dal popolo nonostante l’inadeguatezza militare ed etica dei comandi. In quel modo non si creava uno Stato per un popolo, ma un Regno per un re. E’ giusto prenderne coscienza. Ogni città che ha vie o piazze intitolate a Cadorna dovrebbe pensarci. Poiché queste vie e piazze sono tante, la decisione di Udine può mettere in moto una frana. Una benefica, salutare frana.


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