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Il grande supermercato bulgaro

Creato il 11 novembre 2012 da Eurasia @eurasiarivista
Bulgaria :::: Aldo C. Marturano :::: 11 novembre, 2012 :::: Email This Post   Print This Post IL GRANDE SUPERMERCATO BULGARO

Che si trafficava e che si produceva in Bulgaria?

Al-Muqaddasi (X sec.) fornisce un lungo e dettagliato elenco di merci esportate dalla Khoresmia, ma provenienti dalla Bulgaria del Volga: “…Quanto alle merci esportate dalla Khoresmia esse sono le seguenti: pellicce di zibellino, di ermellino, di puzzola, di donnola, di martora, di volpe, di castoro, di lepre e di capra, come pure candele, frecce, scorza di pioppo gattice (per la diuresi), alti cappelli, colla di pesce, denti di pesce (zanne di tricheco), olio di ricino, ambra grigia (spermaceti), pelli di cavallino, miele, nocciole (Corylus avellana, frutto altamente apprezzato e diffuso nel consumo nel Medioevo), falchi (da caccia), spade (lame), armature (di cuoio e di metallo e le maschere visive), scorza di betulla (per ricavare estratti antidolorifici), schiavi slavi, becchi e vacche e tutto questo è d’origine bulgara…”

Naturalmente la fonte diretta di tutti gli articoli sunnominati, come è abbastanza logico e semplice, si procuravano nell’immensa foresta! Di quale foresta parliamo? Le ripartizioni del manto verde che ricopre in pratica l’89% della Pianura sono tante e i nomi altrettanti, ma noi, in maniera puramente indicativa, diciamo che stiamo parlando della parte centrale chiamata a nord Foresta dell’Okà e, un po’ più a sudovest dove c’era la Suzdalia, Foresta di Mešerà (da un’etnia bulgaro-turca che qui abitava prima dell’arrivo degli attuali Mordvini).

E partiamo dal prodotto forestale più tipico, più noto e più abbondante: il legno che dominò la cultura materiale del Medioevo per le costruzioni, per il riscaldamento, per fare arnesi e suppellettili e, quello di quercia, per fabbricare natanti e parti di essi oltre che le mura delle città per la sua resistenza al fuoco. Il consumo più grande era per fondere i metalli o per cuocere recipienti di terracotta, ma anche, come accadde più tardi, per fare i mattoni. Insomma era talmente necessario per i bisogni quotidiani che non fu quasi mai esportato, se non occasionalmente, ad esempio quando si costruì più a valle Saksin Bulgar, la città sorella poco a monte del delta e vicina a Itil dei Cazari, facendone fluitare lungo il Volga.

Nella foresta inoltre si trovano piante di diverso genere oltre quelle commestibili: le tintorie, le medicinali e quelle che conferiscono consumandole poteri magici (funghi allucinogeni come l’Amanita muscaria) e medicinali usate dagli sciamani locali. La raccolta dei frutti di bosco era una delle attività importanti pari solo alla coltivazione dei campi!

Se la selva era il pascolo per le bestie del limitato allevamento contadino da cui si ricavavano i latticini,  i Bulgari erano più famosi per saper lavorare la pelle bovina giovane che, conciata col tannino di betulla, diventava la cosiddetta “vacchetta” (yuft o yukht) per farne calzature militari e borse morbide dal profumo caratteristico!

E non basta! Ci sono altri animali utili all’uomo fra gli alberi. C’è la selvaggina con le ali o quella a quattro zampe a cui si dà la caccia. I piccoli carnivori specialmente vanno distinti, salvo per le parti commestibili, per la fitta e morbida pelliccia. Con le pellicce (eccetto quelle dell’orso o del lupo che erano ritenute bestie sacre) il cacciatore nordico fa abiti, manti e coperte per sé e per i suoi contro il freddo e, data l’enorme richiesta che arriva fin qui dal sud, ne rivende pure ai mercanti bulgari, tanta è l’abbondanza. Sono a decine di migliaia gli esemplari che andavano sui mercati del sud poiché la piccola taglia di tali animali costringeva a comprarne molti per fare un capo di vestiario come si deve. Questa caccia era un’attività economica e praticata con trappole, lacci e frecce (non acuminate per non rovinare il manto) rispettando i periodi di riproduzione e le variazioni dei colori del pelo nelle stagioni.

L’export delle pellicce pregiate era già una costante del mercato scandinavo nel nordovest d’Europa, ma, non appena nel IX sec. in quelle foreste cominciarono a scarseggiare zibellini, martore, ermellini e scoiattoli, fu giocoforza rivolgersi alla foresta di nordest ossia alla Pianura. Così cominciò l’avventura variaga nel Baltico. Al principio, come ci raccontano le saghe scandinave, si ricorse alla razzia, alle spedizioni armate, all’incendio di villaggi interi per raccogliere le pellicce senza prezzo, tanto da costringere le genti ugrofinniche a difendersi ricorrendo ai mezzi più impensati (agli incantesimi, dicono le saghe) e soprattutto evitando i contatti fisici con gli stranieri che non parlano la loro lingua.

Marco Polo racconta che “…gli uomini che abitano presso queste montagne (gli Urali) sono buoni cacciatori e pigliano di molte buone bestiole e ne fanno un grandissimo guadagno. Sono zibellini, vai,  ermellini e capre (le pecore qui non vanno bene) e volpi nere e molte altre bestie da cui si ricavano le care pelli. E le catturano in questo modo: Stendono loro delle reti e non ne può scampare neppure una…” Proprio per queste pellicce i suoi stretti congiunti, Niccolò e Matteo, erano venuti da queste parti! Attirati dalla possibilità di fare ricchi guadagni, vi si fermarono mentre vi risiedeva ancora il khan Berke. Poi, mentre si accingevano a tornare a Soldaia in Crimea diretti a Venezia, a causa di guerre nella steppa fra il Volga e il Don furono costretti a rifare all’inverso la strada percorsa dall’Asia Centrale fin qui e raggiungere il Mar Nero passando dal sud del Caspio. Sono vicissitudini comprensibili e accettabili, se si pensa al valore enorme degli articoli trattati. Né si comprava sic et simpliciter, ma con certi criteri tecnici.

Il trattamento con la salamoia (il sale, al-Garnati ci informa, era trasportato in Bulgaria con i barconi dal sud) o il taglio ben fatto della testa e delle zampe o la separazione delle parti in base ai colori della zona ventrale rispetto a quella dorsale erano le operazioni primarie. Al-Muqaddasi non nomina Bulgar per questo lavoro preparatorio giacché la messa a punto finale per la vendita era completata in Khoresmia. Anzi! Si tramandava la storia del Califfo al-Mahdi su come avesse standardizzato (già nel VIII sec. quando Bulgar ancora non era nel business!) un saggio di qualità molto affidabile per controllare le pelli di volpe nera comprate dai Burtasi per i suoi eleganti cappelli e vestiti. Ogni pelle era posta in un vaso. Il vaso era riempito con acqua e si attendeva una notte intera. L’indomani il vaso in cui l’acqua non era gelata conteneva la pelliccia  migliore!

Prezzi di mercato? Al-Mas’udi per la volpe nera riferisce prezzi da 100 dinar in su!

Altro articolo costoso e importante sono gli schiavi. Su di loro è bene cancellare subito l’idea di giovani maltrattati e simili anacronistiche concezioni poiché non si parla di schiavi prigionieri di guerra, ma di forniture di giovani ben fatti e in ottima salute e da trattare bene durante il lungo viaggio di trasferimento.

Era uso presso gli Ugrofinni e presso gli Slavi, già a partire dalle femmine nei matrimoni cosiddetti esogamici, la vendita dei figli in età pubere fuori del villaggio non appena questi per il loro numero diventavano un peso per l’economia famigliare. Vivendo di un pezzo di terra che di anno in anno si andava esaurendo, i raccolti andavano divisi col passar del tempo fra bocche sempre più numerose per cui ai giovani, invece di una vita grama in patria, si offriva l’alternativa di emigrare all’estero presso un buon padrone e, data la minore età, i genitori incassavano dall’intermediario un compenso pari a 20 o 30 dirhem. Oltre alla questione della resa agricola decrescente, ricordiamo che, in un periodo storico in cui la mortalità infantile e perinatale era molto alta, un gran numero di figli era sempre auspicabile nella grande famiglia nordica affinché la comunità non si estinguesse. Il clima rigido continentale in questo caso influiva sullo sviluppo o sull’assenza di certe malattie infantili e la selezione naturale dei sopravvissuti alla pubertà era un numero maggiore di individui che nel sud. Di qui una demografia tendenzialmente positiva e la necessità di liberarsi dei giovani in più “vendendoli” ad estranei che offrivano loro possibilità di vita meno precarie. Naturalmente ne venivano raccolti anche con la forza. Racconta Ibn-Rusté (prime decadi del X sec.) che questo era il metodo dei Rus che sbarcavano dai fiumi sulla riva e rapivano tutti i giovani che trovavano nei villaggi…

Il loro prezzo sul mercato moltiplicava molte volte il compensa dato ai genitori e spesso toccava il livello di più centinaia di dirhem per il compratore finale! Il traffico durò pure a lungo, sebbene alla fine del X sec., per quanto riguarda l’Europa occidentale, la richiesta di schiavi slavi significativamente scemasse, all’opposto di come continuasse invece nel Vicino Oriente.

I maschi spesso erano evirati dai medici circoncisori di Bukhara o di Samarcanda (ma anche a Verdun e a Praga si compivano le stesse operazioni) prima di arrivare al mercato e migliaia di eunuchi “slavi” servirono a Cordova in Spagna e a Roma dal Papa…

I ragazzi delle steppe, turchi e alani, erano preferiti invece integri nel corpo per destinarli al servizio militare, giacché in giovanissima età sapevano già cavalcare e tirar di arco. Assoldati come mercenari, se non erano pagati, si rivoltavano e, come accadde in Egitto nel XII sec., un gruppo di questi “schiavi militari” (mamluk in arabo) riuscirono ad impadronirsi del potere fondando la dinastia detta appunto mammelucca.

Quanto costavano? Alla sorgente da 70 a 100 dirhem più qualche centinaio di dirhem per la cavalcatura (più cari degli Slavi e dei Finni), ma i prezzi arrivavano alle stelle sul mercato finale. Riferisce Ibn-Hauqal: “Gli schiavi che valgono di più vengono dalle terre dei Turchi. Fra tutti gli schiavi del mondo i Turchi non hanno pari e nessun altro schiavo si avvicina a loro per valore e bellezza. Ho visto abbastanza di frequente schiavi-ragazzi venduti nel Khorasan per 3000 dinar! In tutte le regioni della Terra non ho mai visto ragazzi o ragazze schiavi che costino quanto questi, siano essi greci o altri in schiavitù.”

C’era anche un manuale (Qabus-nama composto nel Tabaristan) che raccomandava fra l’altro sull’acquisto degli schiavi di prendere in considerazione 3 aspetti: Riconoscere dai tratti del volto le buone e le cattive qualità, esaminare dai segni e dai sintomi se sono sani o malati e infine da che classe sociale provengono per decidere dove destinarli.

Un particolare tipo di schiavo che pure c’interessa per la sua presenza a Bulgar, era un certo tipo di prigioniero “di guerra” in realtà catturato non in uno scontro armato, ma in una razzia o addirittura che si era venduto da sé per un tempo determinato. Riconoscendolo come specialista e artigiano, chi lo catturava o lo assumeva gli offriva la possibilità di lavorare, evitandogli l’ulteriore invio in altri mercati o, nel peggiore dei casi, la morte. Più avanti ne ritroveremo…

Se gli schiavi si possono classificare per comodità fra i “prodotti della selva”, altri prodotti di gran pregio, erano il miele e la cera. L’abbondanza di api selvatiche non richiedeva grandi impegni per le strutture d’allevamento degli insetti e perciò la raccolta era un’attività abbastanza semplice.

Il miele andava naturalmente filtrato, separato dalla cera e da altri corpi estranei prima di metterlo in commercio ed era soprattutto usato per preparare una diffusissima bevanda alcolica del Medioevo, l’idromele, al quale accenna pure Ibn Fadhlan. Più raramente lo si usava come dolcificante e un uso abbastanza curioso era come dentifricio mescolato con l’aceto! Famoso e gustosissimo era il miele dei Baškiri ancora ai tempi di Giovanni IV di Mosca!

La cera anch’essa andava ripulita e era la materia prima per i candelai. Se si pensa alla richiesta di luce nelle chiese e nelle moschee, nelle regge e nelle case dei ricchi, si possono contare le candele a milioni di pezzi l’anno corrispondenti a varie tonnellate di materia prima. Se poi si rammenta la tecnica della cera persa per fabbricare oggetti di bronzo, le quantità diventarono ancor più consistenti e con la domanda in crescita quando i Tataro-mongoli arrivarono in Europa con gli specialisti cinesi e le prime armi da fuoco in bronzo.

E non sono tutti i Tesori della Terra dell’Oscurità (come li chiama la signora J. Martin) perché via Bulgaria giungono le zanne di tricheco, quelle di mammut (che al-Garnati le dice: …bianche come la neve e pesanti come il piombo…), la colla di pesce, le noccioline avellane e persino i famosi falconi da caccia, tanto amati da Federico II e da Vladimiro di Kiev! C’è pure l’albero halang’ menzionato da Marwazi da cui i Burtasi estraevano un succo medicinale portentoso che poi vendevano. In realtà si tratta del succo di betulla (hadzing in Ibn Fadhlan e kading in turco in cui d<l) benché il nome sia stato correlato alla galanga del Sudest Asiatico.

Seguiamo un mercante proveniente dal Baltico che torna da Bulgar dopo aver completato i suoi baratti. La rotta più corta e più frequentata è quella che segue fino all’Okà e la mantiene in direzione nordovest fino alle sorgenti del Dnepr e del Don e della Dvinà di Riga che, guarda caso, sono più o meno molto vicine fra loro. Su questa rotta deve mettere in conto di incontrare i finni Mari (Ceremissi) che dall’VIII sec. erano in continuo movimento alla ricerca di una situazione di vita migliore più a nord di dove oggi si trovano. E non erano persone molto gentili. La Storia del Khanato di Kazan (documento romanzato del XVI sec.) ritrovava i Ceremissi presso gli Udmurti e i Ciuvasci definendoli gente selvaggia e incolta da non lasciar tranquillo nessun viandante. Sono pregiudizi, ma non si deve d’altronde pensare che i mercanti trattassero sempre pacificamente con gli autoctoni quando la conclusione d’un affare non era stata soddisfacente. Di certo i mercanti si trasformavano facilmente in pirati e razziatori e, come abbiamo detto per i Variaghi, la fama dello straniero non era delle migliori. Quanto poi al famoso “commercio muto” fatto con gli Ugrofinni e coi loro congeneri, in realtà, oltre che evitare di farsi vedere, nascondeva lo sgomento dello straniero di fronte alle numerose e frammentate lingue locali. La storia del commercio muto entrava nel calderone delle favole raccontate per scoraggiare chi pensasse di mettersi in viaggio da queste parti a scopo di lucro e aveva radici molto antiche dato che già Erodoto nel V sec. a.C. ne parla!

Comunque sia, già nel Racconto di Alessandro Magno di al-Omari si narrano le cose più fantastiche e più spaventose sui popoli del nord e sul nord stesso, esagerando e mal interpretando le descrizioni, seppure veritiere, raccolte in loco dai soliti mercanti. Il nord era dunque un mondo insicuro e, ad esempio, ancora nel XIV sec., all’epoca del reverendo Stefano di Perm, i locali (Yura e Permiani-Zirieni) uccisero i monaci non appena li videro affaccendati a tagliare alberi per costruirsi un convento intorno a Lago Bianco. Sempre sugli Ugrofinni, altre storie anche più assurde ne raccolse sia fra’ Guglielmo di Rubruck nel XIII sec. sia fra’ Giuliano in cerca dei “parenti ungheresi” fra i Baškiri, che tanto nordici poi non erano. Gli autori arabi poi accettarono addirittura l’idea che gli Ugrofinni fossero le bibliche genti di Gog e Magog e che preparassero la fine del mondo! Eppure i commerci andavano…

A parte i dirhem, di cui abbiamo già detto, gli Ugrofinni (Yura) ricevevano dai Bulgari altri oggetti come asce da rifinire per l’uso nella foresta, lame di spade, vetro e gocce di vetro oltre a gioielli fabbricati giusto per i loro gusti e agli alimentari e alle granaglie. Quanto alle lame di spade al-Garnati racconta una strana storia e cioè che ogni anno i Visu dovevano gettarne nel Mare dell’Oscurità a mo’ di sacrificio al dio delle acque che in cambio vomitava sulla spiaggia un enorme pesce da cui si poteva cibare abbondantemente e farne riserva nella stagione scura un’intera famiglia.

Dal Mar Baltico il prodotto ambito e più famoso e ritrovato fra i gioielli della Khoresmia era l’ambra e qui c’è una curiosità che abbiamo raccolto dai documenti su come arrivava a Bulgar. L’ambra era sfruttata per emigrare in Bulgaria! Arrivavano Slavi e Balti da queste parti con le borse piene spacciandosi per artigiani che sapevano lavorare e lucidare l’ambra meglio di chiunque altro. Si muovevano di nascosto sulla riva del Kama per timore che, individuati come spioni, fossero prelevati con la forza e mandati chissà dove! Trovato chi garantisse loro vitto e alloggio, finalmente si mettevano al lavoro che infine richiedeva pazienza e olio di gomito piuttosto che competenza.

I Bulgari dal sud avevano portato con sé una grande tradizione agricola e sapevano utilizzare il terreno delle radure con le rotazioni dei campi o ricavare terreno nuovo dalla foresta col metodo del taglia-e-brucia. Usavano l’aratro (saban) e nelle loro fertilissime Terre Nere coltivavano le varietà invernali (a rapida crescita) delle tre granaglie più comuni: orzo, miglio e frumento che raccoglievano prima della fine di settembre. Se la pioggia in realtà era scarsa (massimo 420 mm all’anno ancor oggi), l’acqua del sottosuolo era abbondante e agevolmente raggiungibile coi pozzi e, tutto sommato, la produzione dava cereali talmente abbondanti da poterne fornire ai vicini con regolarità e salvarli nei momenti di carestia, come si legge nelle Cronache Russe per il 1024. “In quell’anno a Suzdal si ribellarono i sacerdoti pagani locali. Per un’istigazione diabolica e per azione degli spiriti maligni bastonarono un povero vecchio con l’accusa che aveva fatto incetta di provviste (proprio in un momento in cui) c’era grande confusione e fame in tutta la contrada. E la gente si recò in massa dai bulgari e di là portarono il pane e riuscirono a sopravvivere.” Né fu questa l’unica volta in cui si cercò salvezza dalla fame in Bulgaria giacché sappiamo che i Bulgari esportavano granaglie.

In un’agricoltura così fiorente trovava posto un allevamento tecnologicamente avanzato di animali domestici con tutti i suoi prodotti e, da quanto abbiamo già detto e diremo ancora più oltre, possiamo affermare senza tema di smentita che la Bulgaria del Volga fra il X e il XIV sec. rappresentò il più importante fornitore alimentare di tutta la Pianura. Molte parole russe che indicano la carne (si parla specialmente di carne equina) preparata in vari modi o il pesce di fiume conservato sono di origine turco-bulgara e, dobbiamo aggiungere, gli sforzi di Vladimiro nel trapiantare contadini da nord a sud di Kiev non furono sufficienti per sostituire il flusso di prodotti alimentari da Bulgar sulla via terrestre che, malgrado ogni vicissitudine avversa, restò in funzione in 20 tappe per molti anni (almeno fino al 1240!) garantendo la sussistenza alla città sul Dnepr.

Se volgiamo adesso l’attenzione alle importazioni, va fatta un’altra riflessione. L’import è solitamente un segno quantitativo dello sviluppo di una comunità perché, se è destinato al consumo locale, dà un’idea di come si vive così come, se è destinato tal quale alla riesportazione o viene rilavorato, indica invece lo sviluppo tecnologico raggiunto. In termini più semplici diciamo che il livello di vita, la ricchezza e il volume di un “mercato” in prima battuta è indicato dal tipo e dalla quantità delle importazioni definitive ossia delle merci, comprese le derrate alimentari, destinate al consumo immediato e finale.

In seconda battuta le importazioni temporanee ossia di merci destinate all’esportazione dopo rilavorazione parziale (abbellimento, raffinamento) o totale (trasformazione o incorporazione in altri oggetti) denunciano lo sviluppo tecnologico dell’esportatore e la sua affidabilità quantitativa (quanta roba può lavorare) oltre che qualitativa (come e quanto velocemente lavora).

Logicamente l’import si trova in stretta relazione con le situazioni politiche ed economiche presenti verso la metà del IX sec. e possiamo dire perciò che, mentre in Europa (nell’Impero degli Ottoni in oarticolare) si stava rafforzando il sistema feudale e sorgevano miriadi di centri di potere autonomi, nel Vicino Oriente l’Impero Abbaside dopo lo splendore in precedenza raggiunto andava frammentandosi.

La “polverizzazione” politica per il mercante era in certo qual modo positiva perché gli permetteva di aumentare il numero di clienti possibili per far concorrenza a vecchie classi mercantili ormai in involuzione, ma poi aumentavano i posti daziari dove si pagava il pedaggio. La Via della Seta diventò pertanto in quel periodo una strada di traffici dinamicissima per la presenza “politica” di prodotti destinati esclusivamente alle élites al potere che non badavano tanto ai prezzi elungo la quale le guerre e gli scontri in particolare furono spesso i seguiti di liti commerciali…

Iniziamo allora col prodotto più costoso che importato in Bulgaria veniva istradato verso il Mar Baltico: La seta! Essa proveniva dagli operatori khoresmiani di Samarcanda, di Bukharà, di Murgab e di Bactria da un’industria che aveva radici antiche, benché i bozzoli non fossero bianchi, ma giallicci e quindi di qualità certamente buona, ma un tantino inferiore a quella cinese. L’Armenia, il Kurdistan anch’esse esportavano sete in tessuti e gregge. Al-Istakhri non teme d’esagerare dicendo che i prodotti serici del Centro Asia erano i migliori al mondo! E non era un affare da piccole quantità, se teniamo presente che, in un solo colpo e riscontrando una certa esagerazione nei numeri, nel 917 Costantino VII Porfirogenito ricevé in dono dal Califfo 38.000 tendaggi, 12.500 vestiti di gala, 25.000 arazzi, 8.000 tappezzerie e 22.000 tappeti… tutti fatti di seta!

Il magico materiale che proteggeva dalla scabbia trasmessa dai porci (temutissima per il tormento del prurito e che forse portò all’evitare il contatto con questo animale in ambito semitico) era un prodotto di lusso riservato solo ai ricchi e ai potenti e, sebbene proseguendo per il Nord, da Bulgar via Novgorod, avesse lo svantaggio di richiedere consegne lunghissime per noi oggi inaccettabili, a quei tempi la lunga attesa era un elemento in più di esoticità e di domanda che per nulla faceva rinunciare o ridurre gli acquisti, malgrado la concorrenza di Costantinopoli (che pure ne produceva!) fosse meno lontana.

Nel nostro caso, e l’archeologia lo conferma, la seta procurava nel mercato bulgaro solo qualche guadagno in più perché poca ne veniva smistata localmente. Con la seta però viaggiava un mondo non solo di stoffe pregiate, ma di profumi, di spezie e di portentose medicine, di oggetti e di animali magici e strani che approdavano a Bulgar nel suo grande bazar. Questa è una parola persiana e indica il mercato dove l’élite bulgara passava la parte maggiore del giorno in cerimoniali, in sagre, in feste tipiche oltre che nell’attività di compravendita. Era il luogo più variopinto della città dove i potenti amavano farsi vedere dando spettacolo di ostentazione e sfarzo. L’astante è obbligato non solo a sostare e a ossequiare (inchinandosi e togliendosi il cappello!), ma soprattutto ad ammirare la parata di baldacchini, portantine ricamate, tappeti stesi per terra, donne velate, cappelli variegati e enormi, abiti con strascichi lunghissimi, flabellari con scacciamosche altissimi e parasoli dorati e ricamati. Non mancano i soldati con le loro armi scintillanti e, chissà, qualche elefante maestoso o delle linci al guinzaglio. E’ un vero e proprio circo ambulante che si muove danzando e cantando fra la gente ammirata, quando passa il potente di turno. La seta concorreva al luccicore così come le pellicce pregiate, i gioielli e le pelli conciate al succo di betulla.

Se procurarsi il cibo o costruirsi un riparo o vestirsi sono attività che la maggioranza dei Bulgari dell’epoca sapeva svolgere senza interventi tecnici esterni, per l’élite, custode divina dell’universo, il vestirsi e l’agghindarsi non serviva tanto a proteggersi dalle intemperie quanto piuttosto a mostrare alla società chi è che governa. Il vestito, la divisa, la livrea dicono a chi t’incontra “chi sei” e “che potere hai” in una società senza contro-poteri bilancianti e per questo sommersa in continui conflitti e aggiustamenti.

E’ normale pertanto che l’industria bulgara dell’abbigliamento fosse controllata dall’élite emirale, ma, se si ricorda che per l’incontro con Ibn Fadhlan il sarto di Almyš era venuto da Baghdad, è evidente che non c’erano sartorie e gli abiti importanti venivano già confezionati dalla Khoresmia! Né il sarto è da annoverare fra i normali artigiani, ma fra i servitori fidati perché è a contatto intimo con ogni parte del corpo del suo padrone. E’ il sarto che sceglie le pellicce, le stoffe, l’argento per borchie e per fibule e a lui e ai suoi gusti e modelli è affidata l’apparenza giusta del potente e per questo riceve persino… una cospicua parte dell’eredità, nel caso che il padrone muoia prima!

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