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Il Jobs Act, riforma millantata

Creato il 13 giugno 2014 da Libera E Forte @liberaeforte

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La riforma del lavoro, che avrebbe dovuto concretizzarsi con il Jobs Act, è stata annunciata dall’inizio di quest’anno come la priorità dell’agenda politica. L’economista Paolo Pini, in un articolo pubblicato sulla rivista del Mulino (L’Italia cambia verso?) fa il punto della situazione, individuando una notevole discordanza tra ciò che finora è stato “fatto” e ciò che è stato “promesso”.

Il Jobs Act si fondava su quattro “pilastri importanti e di buon auspicio per realizzare il cambio di verso annunciato”. Il primo, la riduzione del cuneo fiscale, è ancora in fieri: il bonus di 80 euro, peraltro rimandato al 2015, e la riduzione dell’Irap su cui ancora non ci sono certezze riguardanti la copertura, anche se possono essere considerati “passi significativi realizzati”, non sono però interventi strutturali e non avranno quindi “effetti economici significativi nel breve periodo”.

Il secondo pilastro, la politica industriale per il manifatturiero e il made in Italy, è stato abbandonato “a meno che non si ritenga che la politica industriale sia sinonimo di privatizzazioni”. Per contrastare “la stagnazione della produttività” che frena sia la competitività delle imprese sia le retribuzioni, sarebbe invece importante riprendere il discorso e intervenire con una “politica industriale pubblica per i settori strategici”.

Riguardo alla “ricomposizione del mercato del lavoro tramite il contratto di lavoro a tutele progressive”, terzo pilastro annunciato ma anch’esso rinviato, anziché intervenire nel senso di “una radicale eliminazione del supermarket delle forme contrattuali per indurre le imprese a investire in capitale cognitivo e in innovazione organizzativa”, è stata ipotizzata una ulteriore modalità contrattuale che si aggiunge alle altre senza sostituirne nessuna.

Insomma i primi tre punti per ora non sono stati affrontati come ci si aspettava. L’unico su cui c’è stato un impegno più concreto è il quarto pilastro, quello relativo alla semplificazione delle norme sul lavoro. Ma in che modo si è intervenuti?

La semplificazione attuata – continua Poli – mira a eliminare i contenziosi a livello nazionale, ma rischia di proiettarli su dimensione europea, in quanto la “revisione della a-causalità economico-organizzativa” contrasta con le direttive comunitarie. Inoltre, l’eliminazione della causalità, aggiunta al “meccanismo di proroghe e rinnovi legati alla mansione più che al lavoratore” e alle sanzioni pecuniarie, pone il lavoratore “in una condizione di ulteriore debolezza nei confronti del datore di lavoro”.

Pini inserisce in conclusione delle sue riflessioni tre obiezioni di carattere economico, volte a sfatare altrettante “false credenze”: primo, “l’idea che con maggiore flessibilità contrattuale si consegua una riduzione della disoccupazione e un aumento dell’occupazione non trova supporto nell’evidenza empirica”, come dimostrato dalle analisi dell’Oecd (Organisation fo Economic Co-operation and Development).

Secondo, maggiori opportunità per un lavoro a termine non aumentano le probabilità di essere assunti in maniera stabile. Infatti, la maggiore flessibilità nei contratti a termine ne favorisce la ripetitività più che la stabilizzazione: la durata complessiva dello status occupazionale non aumenta, mentre si riduce la retribuzione percepita.

Ultimo punto, la maggiore flessibilità non è positivamente correlata alla produttività e alla crescita del lavoro. Semmai risulta il contrario, ovvero che “la riduzione delle protezioni all’impiego (minori tutele per il lavoratore) appare associata a riduzioni della produttività piuttosto che a un suo aumento”.

L’economista conclude le sue riflessioni poco incoraggianti con una ultima osservazione: se la flessibilità del lavoro comporta tali rischi, piuttosto che “percorrere il declivio improntato dalla fallace idea della ‘precarietà espansiva’, non sarebbe stato meglio ripartire dalle potenzialità rintracciabili nella versione annunciata del Jobs Act?

Renzi si è scagliato recentemente contro i “professionisti del pessimismo”, opinione in parte – e in alcuni casi – condivisibile. Ma ottimismo e riforme “annunciate”, per quanto possano contribuire a distendere il clima generale, non saranno certo sufficienti a “cambiare verso”

Marco Cecchini


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