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Il lavoro che non c'è

Da Gabriele Damiani
Magari a tanti non importa un emerito fico secco, me ne rendo perfettamente conto, ma qualcuno potrebbe, per pura curiosità intellettuale, domandarsi se la disoccupazione di massa deve essere accettata come un’insindacabile imposizione della sorte o se invece esiste la possibilità di contrastarla.La risposta al quesito, da un punto di vista teorico, è facilissima. E poiché considero la crescente disoccupazione come il sistema più brutale per peggiorare la distribuzione del reddito, è mia opinione che bisogna essere pronti a stipulare patti con il diavolo, per dir così, pur di creare un posto di lavoro.Per riuscirci in tempi rapidi andrebbero fatte due cose. Primo abbassare di colpo la pressione fiscale del 10-15%. Secondo, bloccare la dinamica salariale.La riduzione delle imposte deve essere consistente perché il sistema economico ha bisogno d’un colpo d’ariete per invertire il ciclo e far lievitare consumi, risparmi, investimenti e, quindi, domanda di lavoro.I salari, almeno agli inizi, vanno tenuti fermi, altrimenti gli effetti positivi del calo dell’imposizione fiscale sul tasso di disoccupazione verrebbero in parte sviliti. Ma ciò non sarà sentito dai lavoratori come un sacrificio, per la semplice ragione che una riduzione delle aliquote delle imposte dirette accrescerà il loro reddito spendibile e la riduzione delle aliquote delle imposte indirette determinerà una relativa discesa dei prezzi, facendo così salire, a parità di reddito nominale, i loro redditi reali. Una volta che il percorso verso il pieno impiego prende consistenza, anche i salari potranno naturalmente salire a un tasso inferiore o pari all’aumento della produttività.Vi è però un piccolo problema. Proposte di politica economica teoricamente risolutive, inclusa quella appena illustrata, non sono in pratica attuabili. L’Italia, infatti, aderendo all’unione monetaria europea ha perso la facoltà di stampare moneta e non sarà in grado di finanziare il più ampio deficit pubblico provocato nell’immediato dal minor gettito dovuto alla riduzione delle aliquote. Né appare plausibile che il buco di bilancio possa essere coperto dal debito pubblico, giacché i giudizi delle agenzie di valutazione peggiorerebbero e il servizio del debito diverrebbe perciò insostenibile.La lezione da trarne è chiara. O si riacquista la sovranità monetaria oppure si riscrive il trattato di Maastricht per consentire alla Banca centrale europea di finanziare gli stati con lo scoperto di tesoreria o con l’acquisto dei loro titoli alle aste.Comunque, né l’una né l’altra cosa si verificheranno mai. La seconda non la vogliono i tedeschi. La prima non la vogliono i governanti dei paesi in crisi. Sognando il pieno impiego, ci resta pertanto una sola speranza: che la dea bendata ci regali una lunga e deprimente stagnazione. E’ il massimo di ottimismo possibile. Ma forse è pure questa una speranza irrazionale. Nulla ci vieta infatti di prevedere che anche da noi la disoccupazione raggiunga quanto prima percentuali greche e spagnole.Abbiamo voluto la moneta unica?Arrangiamoci.

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