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Il macello di Mostar sotto la furia croata

Creato il 04 agosto 2015 da Retrò Online Magazine @retr_online

Mostar, ultima delle Cenerentole

Quando il 9 maggio 1993 Mostar fu investita dalla violenza croata, era una cittadina incorniciata nei suoi ponti di pietra che la rendevano straordinaria. Fu distrutto il quartiere musulmano dalla violenza dell'offensiva croata, che rase al suolo moschee e luoghi storici dell'epoca ottomana. Un autentico sfregio all'arte che, tuttavia, passò in sordina. Non riscosse certo lo stesso clamore di quella Dubrovnik bombardata nel novembre '91 da una tempesta di fuoco. In quell'occasione l'esercito serbo gettò l'inferno in una Croazia indipendentista, che reclamava una terra tanto cara alla Serbia. Gli intellettuali non restarono ad assistere passivamente quella volta, e fu allora che si mobilitarono all'indomani dell'attacco alla cittadina adriatica. Per Mostar nulla. Tutto passò nel silenzio.
Il massacro nella città bosniaca fu operato dai cannoni croati, che decimarono la popolazione musulmana nel quartiere delle moschee. Ma ancora dove fu l'Onu? Chi sentì la voce delle Nazioni Unite nel corso e all'indomani del macello di Mostar? La Comunità dei croati di Bosnia mozzava teste in nome di un'ignobile pulizia etnica, mentre la Repubblica dei serbi di Bosnia incrementava il suo potenziale armato grazie al sostegno di Belgrado. E l'Europa dov'era? Dov'era il continente che tace? Nel silenzio delle cancellerie e dell'Onu, Zagabria e Belgrado perpetrarono i massacri etnici nel nome di un nazionalismo che avrebbe soltanto procurato altro sangue.
Eppure l'occupazione croata non fu certo l'invasione lampo della Germania ai danni della Polonia nel '39. Già nel maggio del '92 la Comunità dei croati di Bosnia espulse tutti i musulmani dagli incarichi di prestigio, manifestando dunque l'intenzione di sottomettere quel lembo di terra bosniaca al controllo di Zagabria. Furono questi i presupposti della pulizia etnica dell'autunno di quello stesso anno.

Fu la France Presse ad accorgersene, quando raccontò di aver visto un villaggio musulmano completamente raso al suolo. L'agenzia di stampa francese fu la chiave d'accesso a un nuovo capitolo di storia. Ma solo nell'aprile dell'anno dopo l'Onu s'accorse delle violenze croate, accomunandole all'efferatezza dell'esercito serbo. A testimonianza della violenza dei croati furono trascritti i racconti di alcuni ufficiali britannici che - per le pagine del quotidiano inglese "The Indipendent" - resero nota l'occupazione croata del villaggio di Ahmici. Fu ordinato il massacro dei musulmani. Un genocidio senz'ombra di dubbio, al di là del dibattito linguistico sorto all'indomani della guerra bosniaca.

La Comunità dei croati di Bosnia non fece sconti. Non ne fece mai. Neppure fra gli stessi connazionali che si dissero contrari all'arruolamento. "Chi si opponeva" racconta oggi un sopravvissuto all'eccidio di Mostar, "veniva giustiziato. Passava dalla parte dei bosniaci musulmani, sebbene fosse croato". E la stampa di Zagabria era del tutto in linea con quanto si stava compiendo. Tacque su molti episodi di violenza ai danni dei musulmani di Bosnia, mentre si preoccupò spesso di definire questi ultimi come "un popolo laico assetato di sangue cristiano". Una Bosnia - quella di Mostar - stretta in un abbraccio terribile, fra la Zagabria di Franjo Tudman e la Belgrado di Slobodan Milosevic.

La testimonianza di Mostar ai posteri. Perché nessuno dimentichi

Sono i giorni del maggio '93. La Bosnia è ferita da una guerra che ormai prosegue da un anno. In poco più di un paio di mesi le Nazioni Unite hanno emesso due risoluzioni, istituendo con la prima (808) un tribunale internazionale per perseguire i responsabili delle violazioni dei diritti umani e invitando con la seconda (816) gli Stati membri a imporre un no-fly zone sulla Bosnia.
La testimonianza di quei giorni tristi ci viene oggi fornita da Goran, un anziano bosniaco che assistette all'occupazione di Mostar per mano dei croati. "Sono stati i croati ad infrangere la tregua che era calata in quei giorni fra musulmani e serbi" ci racconta Goran, come se avesse ancora nitide negli occhi le immagini di quella sofferenza, "Ricordo di una colonna di musulmani ch'era stata messa in fila e deportata. Saranno stati sì e no un migliaio". Goran si lamenta di non aver fotografie di quei giorni, e di esser dunque costretto ad affidarsi solamente alla sua memoria. "Ho ancora in mente i pullman su cui furono fatti salire i bambini e le donne" prosegue il vecchio, "Ovunque si respirava l'odio per Boban". Mate Boban era il leader dell'autoproclamata Repubblica Croata di Bosnia, e nell'alveo della sua politica difendeva le istanze proprie di quanti in quel periodo stavano compiendo i massacri contro la comunità musulmana bosniaca. "Mostar non fu mai abbandonata dai musulmani" ci fa sapere Goran, "In quei giorni erano frequenti gli appelli per accorrere in difesa della città". Il vecchio ci racconta della fuga di molte famiglie, che tentarono di scampare dalla pulizia etnica dei croati: "Molti fuggirono sulle colline. E ben presto le colline divennero la terra dei profughi di Mostar e di quanti erano venuti da fuori". Goran è un signore sugli ottant'anni. Ha una camicia a maniche lunghe rivoltate sulle spalle e un basco scuro in testa. "Convivevamo con i colpi di mortaio" aggiunge ancora il vecchio, "È così che Mostar è finita distrutta". Goran non usa mezze parole, quando ci racconta dei croati che minacciarono di radere al suolo le case, pur di stanare i musulmani nascosti. "Sapete cosa mi fece più rabbia in quei giorni?" ci chiede, "Fu l'infamia di vedere la città chiusa agli interventi dell'Onu. Cosa accadde su quelle strade, soltanto noi lo sappiamo!". Gli domandiamo allora quale sia il suo ultimo ricordo della città. Goran non ha dubbi nel risponderci: "Ricordo una Mostar bellissima. Poi ho chiuso gli occhi un istante. Li ho riaperti e mi è volato addosso un mucchio di macerie".

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