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Il male ero io - Pietro Maso

Creato il 25 maggio 2013 da Frencina
"Talvolta ci vuole coraggio anche a vivere."
 Seneca
Il male ero io - Pietro MasoQuando ho saputo che Maso era in procinto di pubblicare un libro, la prima cosa che ho pensato è stata che fosse la solita trovata per fare un sacco di soldi con la banalità del male.
E invece in questo libro di banale non c'è niente, nemmeno il male. Che è così complicato, al punto tale da mimetizzarsi nelle sfaccettature del nichilismo e della disperazione.
Pietro racconta semplicemente quello che è accaduto, senza mai cercare una giustificazione e soprattutto senza mai levarsi di dosso un grammo di responsabilità.
E tu sei lì, che leggi, inizialmente scettica, e pensi che è troppo facile parlare dopo aver scelto la via più semplice. Ma poi, quando ti piombano addosso il dolore e il senso di vuoto, inizi a pensare che forse la via non era così semplice. Eh no, lo era soltanto in apparenza.
Pietro racconta di Maso, diciannove anni e la volontà assoluta di non volere vivere una vita come quella dei suoi genitori: dodici ore di lavoro al giorno nei campi, non c'è spazio per divertirsi e per prendersi una pausa da se stessi, nemmeno per parlare del più e del meno.
E allora ci prova, vuole fare il grande, vuole diventare qualcuno, assomigliare agli americani in tv di Miami Vice. Si crea il suo personaggio, si fa rispettare e diventa quella piccola divinità a cui si stende il tappeto rosso e si baciano le mani. Ma dopo aver buttato al vento venticinque milioni di vecchie lire, arriva il momento di doverli restituire. Ed è qui che il Male diventa Maso.
Non voglio raccontare la storia, la conosciamo tutti. E non voglio nemmeno giustificarlo.
E' il "dopo", che diviene essenziale: è il percorso di Maso che deve rinascere e imparare a vivere con la sua colpa. Deve tornare a essere Pietro, e basta.
Il percorso di redenzione sarà difficile e ventidue anni di carcere per alcuni saranno pochi, per altri troppi.
Ma la vera punizione è riuscire a vivere con la consapevolezza di ciò che è stato fatto. E' dover sopravvivere a se stessi, riuscire a trovare una ragione per non cadere nell'abisso e sprofondare.
Io penso solo che Dostoevskij aveva ragione: "Non c'è niente di più facile che condannare un malvagio, niente di più difficile che capirlo."

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