Magazine

Il migliore dei mondi possibili è su Twitter (dell’anarchia del web e dell’Imu ecc)

Creato il 07 maggio 2013 da Olga

Il migliore dei mondi possibili è su Twitter (dell’anarchia del web e dell’Imu ecc)

Dopo un po’ di ritardo arrivo anche io sull’anarchia del web, ma non per parlare dell’anarchia del web in sè, ma della retorica. E certo, scrivere per parlare di retorica è un atto di coraggio.

Le discussioni sull’anarchia del web sono partite da un’intervista a Laura Boldrini, e sono sfociate in tonnellate di tweet e post che si basavano su chili e chili di aria fritta. Boldrini ha parlato di aria fritta. A ruota l’hanno seguita opinionleader, opinionisti, opiniontweetmaker e via dicendo (notate che non ho parlato di giornalisti). Perché da dire “anarchia del web” a “censura” ce ne passa: ci passano almeno 9 milioni di casi specifici, 9 milioni di analisi, 9 milioni di considerazioni (e non da bar) sui commenti, sulla democrazia del web (parliamone), sull’anonimia/ pseudonimi del web (che più o meno non esiste, si risale a tutto). E perché no? anche sulle violenze fisiche e verbali nel confronti della donna. E’ vero che una parola generica come “anarchia del web” altro non poteva generare che ruote e ruote di opinioni.

In ogni caso: Morozov citato in tutte le salse – come se fosse l’unico teorico del web. Morozov dice questo e Morozov dice quello. Voglio un altro pensiero di Morozov. Voglio citare Morozov come Oscar Wilde. Ci sarà un momento in cui citare Morozov sarà come dire che del doman non v’è certezza, e verrà piazzato sulle lattine di coca cola. E io non vedo l’ora che arrivi questo momento, sono la prima a supportare il genio di Morozov.

Citiamone un altro, e parliamo di slacktivism (io ho letto qualche saggio di Geert Lovink a proposito). Lo slacktivism è la partecipazione sui social priva di significato, di facciata: la condivisione basata sui titoli, per dire, senza aver letto niente. Così gli altri pensano che siamo persone interessate alla politica, che supportiamo delle cause ecc. In verità no, lo diamo solo a vedere. Per me lo slacktivism è anche questa strana forma di populismo che sta impazzando sui social: la discussione facile. Anni e anni di pratica per portare la discussione fuori dai bar, e poi farla rientrare in 140 caratteri? Eh no. Non funziona così. In questo tranello (che è lo stesso tranello teso dall’IMU, io non ci voglio cadere).

La mia filosofia è che il mezzo non è il messaggio. Il mezzo non è il messaggio quando tutti i mezzi vogliono portare lo stesso messaggio: allora non fa differenza. Non c’è differenza tra online e offline se c’è già stato il telefono di mezzo che ha cambiato tutti. La differenza è nei modi. E il pressapochismo è pressapochismo qualunque sia il mezzo.

Tutto questo strabordare di idee mi fa pensare che si stia sempre di più allargando la forbice tra discussioni intellettuali, sempre più intellettuali, e discussioni popolari sempre più popolari. E che le une, per avvicinarsi alle altre, non sappiano fare altro che regalare sensazioni. E io non ho idea di come se ne possa uscire, ma mi sento una cosa: mi chiamo fuori dal modus. E me ne chiamo fuori con un certo orgoglio.

Pensavo che dovrei essere figlia dei miei tempi, e forse dovrei adattarmi a tutta questa retorica (motivo per cui sono tenuta a una giustificazione e a un post sul mio blog, prima che sia troppo tardi). Sic et simpliciter: I can’t.

(((Tra le righe: Sono andata al Festival del giornalismo e ho visto Facci lanciare cartine a Travaglio, a cena. Ho assistito a quintali di tribune politiche televisive, di discussioni su Twitter durante la campagna elettorale. Sono stata coinvolta in una discussione in cui si criticava Luca Telese per il fallimento di Pubblico a colpi di 140 caratteri (e lui si difendeva con altri 140 caratteri). Ho assistito a una campagna elettorale basata sulla’IMU, nell’irresponsabilità totale di alcuni (politici, giornalisti) che invece di spiegare un po’ di (ehi, sei matta) FATTI per evitare l’astensione  agivano con la spada dell’endorsement (e il do ut des). Sono stata presidente di seggio in una piccola realtà di provincia: i giovani (quelli che non HANNO case) non sono stati a votare. E di una cosa mi sono convinta: non me ne frega proprio niente. Che ci sia Letta, nipote di Big Letta al governo, non me ne frega niente. Quasi non me ne frega nemmeno che Biancofiore sia stata messa – e poi tolta –  alle pari opportunità. Non me ne frega del governicchio. Non mi interessa niente. Non ho riposto nessuna fiducia nel PD che poi sia stata tradita dai fatti. Non mi sono fidata di nessuno, e continuerò a non farlo. Alt: ho votato. Non sono cinica, anzi. Mi chiedo solo: e adesso? Vediamo cosa succede adesso.

E giù di post, di tweet, e di idee: è chiaro che questo è il migliore dei mondi possibile

Temo, insomma, che non ci siano i presupposti per la speranza. Aspetta: vado a twittare questo post))).


Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog