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Il mistero della brutta borsa perduta

Creato il 20 marzo 2012 da Lollo

Da quando sono tornato in Italia questo è il primo accadimento “meritevole” di essere tramandato ai posteri. Tutto inizia un sabato pomeriggio di Marzo, il cielo grigio e mistico fa da sfondo alla noia e alla preparazione di esami di cui è difficile anche solo individuare l’argomento principale.Due giovani studenti assimilano nozioni.25 anni è la media della loro età, un piede-a-terre il loro nido d’ammòre. Fuori l’Adda scorre e il nostro animale domestico, Nuria la nutria, ogni tanto fa capolino in giardino.Riccardo tra una sigaretta e l’altra elabora esperimenti d’arredamento progettando i nuovi colori della parete, le misure di una possibile cucina e il cambio delle lenzuola.“Potremmo andare a comprare delle piante, che dici?” “Sì dai, finisco di leggere la tesina sul Kitsch e andiamo” rispondo allegramente.“Così ti faccio vedere dove lavoravo, è un bel posto ma hanno un sacco di piante malate.”Risultato: un pomeriggio trascorso tra vivai e nomi latini di piante recitati come una poesia, con descrizione approfondita di funghi e patologie visibili sul fogliame. “Bello questo fiore.”“E’ un cicisberidus potentium, velenosissimo.”“E questa pianta, guarda che carina.”“Ha un cancro, vedi?”Capisco sempre più quanto il pollice nero di mia madre sia un fattore geneticamente trasmissibile.
Usciamo vittoriosi con due vasetti di Crocus blu che pianteremo con mio grande entusiasmo indossando i guanti di lattice di Nonna Gabriella. “Mettiamoli qui” dice l’esperto muovendo il terriccio fertile con l’indice.“Tieni, piantane due” mi destreggio come un perfetto conoscitore della terra.Alla vista di qualche larva e di viscidi lombrichi dichiaro la fine del giardinaggio come hobby di coppia e chiedo se è possibile fare merenda.“La nonna ha preso gli agnellini ripieni di crema e cioccolato.”Mangiamo e siamo nuovamente due persone felici.“Comunque nel mio giardino manco i lombrichi sopravvivono, sappilo” recito con orgoglio.Il buio si abbassa sui tetti e sul fiume, il sabato sera incombe e anche le sue decisioni più difficili.“Che facciamo stasera?”“Mangiamo da me, poi torniamo qui e guardiamo la televisione fino a quando cadiamo in coma sul divano?”“Sì, che bello, avevo paura che volessi uscire.”Giovani che interiormente dimostrano 80 anni.
Guido attraversando la campagna lodigiana diretto a casa mia dove poter usufruire in tutta libertà del frigorifero appena rifornito, sfioro i 70 chilometri orari.Lungo il ciglio della strada Riccardo-occhio-da-lince nota qualcosa di anomalo.“Fermati, ho visto una borsa” urla.“Ma come una borsa? Sei sicuro?”“Sì, metti le quattro frecce e accosta, muoviti.”Eseguo gli ordini convinto che sul ciglio di una strada di campagna le uniche cose che si possano trovare siano nutrie mutilate e sacchetti della spazzatura. Invece mi sono dovuto ricredere quando è rientrato in macchina con una borsa nera di dubbio gusto, pesante come un tronco e con dentro tutto il necessaire di una donna.Cicche vigorsol alla menta, fazzoletti, cellulare Nokia vecchio stampo custodito in uno di quei calzini appositi, occhiali da vista e da sole, documenti vari e vino Tavernello nella busta della spesa biodegradabile. Guardo la carta d’identità, una signora classe 1964 dall’aria non troppo lesta.“Che facciamo adesso?”“Non c’è il portafoglio.”“E quindi?”Nel frattempo io guido verso casa perché le ragioni dello stomaco sono più importanti delle ragioni di un cittadino onesto. “Magari l’hanno scippata e hanno buttato la borsa dopo aver preso il portafoglio.”“Oppure l’hanno ammazzata ed è nel fosso, non abbiamo neanche guardato se c’era un cadavere” ipotizzo già vedendomi nel bel mezzo di una soap poliziesca tipo Montalbano.“Guarda l’ultimo numero sul cellulare e chiamiamo.”“Gabri” mi guarda “Chiamo Gabri?”“Sì, chiama Gabri”“Sarà l’amante?”“Il marito?”“Sh, squilla.”“Salve, senta io ho ritrovato una borsa in terra lungo la strada, lei ha chiamato questo numero, conosce bene la signora?” lungo silenzio “Ah ok, è sua madre, e sta bene vero? Perché avendo trovato la borsa sul ciglio della strada non vorrei che le fosse successo qualcosa.”Panico. “Ah perfetto, allora niente, ci risentiamo domani nel pomeriggio così vi restituisco tutto.”Chiude la telefonata.
“Beh?”“Niente, abitano in una cascina qui vicino, la madre deve aver perso la borsa e nel buio non è riuscita a ritrovare il luogo preciso.”“Come minimo era ubriaca di Tavernello.”L’indomani ci diamo appuntamento con Gabri e Lori (il secondo figlio) sotto la statua di Vittorio Emanuele II.Il campanile rintocca le cinque di pomeriggio.“Certo che poteva almeno perdere una Chanel, una Celine o magari una Hermes.”“Me la sarei rivenduta immediatamente.”“Non l’avresti regalata a mia madre? E’ il sogno della sua vita.”“Beh, gliel’avrei venduta ad un buon prezzo, non è lo stesso?”Ci avviciniamo alla statua, in anticipo. Strana la sensazione di aspettare due persone che non hai mai visto, un appuntamento al buio vero e proprio.“Magari è un bel ragazzo” seguito da uno schiaffo sulla testa.“Ma quindi non posso tenermi nemmeno la custodia degli occhiali in pelle di Yves Saint Laurent?”“No, non fare il pezzente.”
Dopodiché il bue che da del cornuto all’asino accenna alla ricompensa che spera di ricevere.“Ha detto che ci offre da bere.”“Ma no, io voglio i soldi, niente crodino o campari ma soldi, monete, centoni.”La crisi economica mondiale ci rende nervosi e disonesti, questo l’abbiamo appurato da tempo.“Saranno loro?”Si avvicinano due ragazzi sulla ventina, ci salutano con gentilezza.“Grazie mille, davvero, non so proprio come ringraziarvi” dice il più giovane.“50 euro sono più che sufficienti” penso senza proferire parola.Ricapitolando: due bravi ragazzi di provincia trovano una borsa del mercato sul ciglio della strada, inizialmente credono che la proprietaria sia una prostituta o la vittima di qualche efferato omicidio ma in realtà si tratta di una donna che beve Tavernello dal cartone e ha la fobia dell’alito pesante. “Venite al bar che vi offro una cosa” dice Lori.Come ringraziamento per questa opera di bene ci viene offerto un caffè. Al bancone. Semplice perché il barista ha ignorato quel mio“Macchiato caldo grazie”.E pensare che il caffè manco mi piace.

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